[Articolo aggiornato il 20 maggio 2024]
Matteo Lorenzi aveva 17 anni da compiere il prossimo 21 luglio: una passione per la bicicletta e tutta la vita davanti per coltivarla. Pedalava nelle giovanili della società ciclistica Unione Sportiva Montecorona, in Trentino. Ma il 9 maggio nel cuore delle Alpi, mentre si stava allenando sulle strade di casa, il giovane ciclista è stato investito e ucciso. Come nel 2017 Michele Scarponi nelle Marche, come nel 2022 Davide Rebellin in Veneto: come le 197 persone che nel 2023 in Italia sono uscite di casa in bicicletta e non ci sono più ritornate.
Perché la geografia della violenza stradale non guarda in faccia nessuno: se è vero che la maggior parte delle collisioni stradali avviene nelle aree urbane è altrettanto vero che il mix di velocità eccessiva unita alla distrazione al volante contribuisce a mietere vittime in ogni dove e quando a essere colpito è un utente fragile a piedi o in bicicletta le conseguenze possono essere devastanti.
Questo ennesimo episodio di violenza stradale che ha tolto la vita a una giovane promessa del ciclista è avvenuto nel bel mezzo del Giro d’Italia, la Corsa Rosa: la principale competizione ciclistica del Belpaese. Che per ricordare il giovane Matteo ha dedicato un minuto di silenzio prima della tappa a cronometro del 10 maggio e qualche minuto di tempo della trasmissione di RaiDue Processo alla Tappa con l’intervento di Cristian Salvato, presidente dell’ACCPI, il sindacato dei ciclisti professionisti: forse un po’ troppo poco per cercare di sensibilizzare il grande pubblico del Giro su un tema così importante e urgente.
Perché in Italia praticare ciclismo su strada sta diventando sempre più difficile e pericoloso, soprattutto per i giovani? Quella della sicurezza stradale che non c’è è una triste e macabra realtà: triste perché ormai, dopo l’impotenza davanti all’ennesima tragedia subentra la rassegnazione; macabra perché questa morte si va a sommare alle precedenti vittime della violenza stradale, una strage senza fine.
Il giorno dei funerali di Matteo Lorenzi, venerdì 17 maggio, il sindaco di Fornace, Mauro Stenico, ha annunciato il lutto cittadino: una decisione per onorare la memoria di un talento giovane e promettente: “Insieme ai miei colleghi dell’amministrazione comunale abbiamo deciso di proclamare lutto cittadino il giorno del funerale”, ha dichiarato il primo cittadino, “ma vorremmo fare di più. Il dolore della sua famiglia è ancora troppo fresco, ma quando saranno pronti, creeremo iniziative per onorare Matteo”.
La Federciclismo, all’indomani della tragedia, aveva emesso un comunicato di cordoglio e disposto poi un minuto di silenzio per tutte le manifestazioni sportive disputate nel weekend dell’11 e 12 maggio. Ma certo è che se anche i corridori impegnati nel Giro d’Italia avessero corso con il lutto al braccio avrebbero dato maggiore visibilità al tema della sicurezza stradale di chi pedala sulle nostre strade. E siamo in tanti, giorno dopo giorno sempre di più.
Un tema, quello della violenza stradale verso gli utenti più fragili, che il nuovo Codice della Strada – approvato dalla Camera e ora in discussione al Senato – non sta affrontando compiutamente e, anzi, continuerà a essere tristemente d’attualità. E i minuti di silenzio in ricordo delle vittime si perdono nel silenzio assordante della politica.











Oramai le parole cozzano nel vuoto o peggio in muri di gomma, ormai quasi tutte le persona hanno nella loro mano l’estensione del cellulare, che siano a piedi o in auto è un problema quasi irrisolvibile, poi il “non l’ho visto” è accentuato dalla fretta (per cosa ?) ad uno stop o ad un diritto di precedenza non rallenta o ferma più nessuno si guarda solo con la “coda dell’occhio” ci si aspetta, per frenare, di vedere la sagoma dell’auto, furgone etc. il pedone, il ciclista sono diventati carne da macello.
vado in bici per passione nell’ultimo mese mi è andata bene due volte per auto che hanno bucato lo stop, NON vedendomi, si sono scusati mettendo la mano fuori dal finestrino, questo è quanto, ma la voglia a questo punto passa, anche perchè non sivedono soluzioni.
“Non l’ho visto” = Revisione patente per motivi psicofisici, se venisse applicata la legge. A me è stata disposta una richiesta di revisione patente per molto meno…per fortuna poi mai eseguita. D’altra parte sono stato investito mentre ero in bici nel 2018 e per fortuna me la sono cavata con “solo” un gomito fratturato, chi mi ha investito mi ha detto che avevo torto perchè le bici non possono circolare nelle rotonde, che poi è diventato in sede di giudizio, “perchè l’ho tamponato” con tanto di falso testimone. Procedimento penale archiviato, testimone falso che si è chiamato fuori davanti al giudice, senza conseguenze per lui (si è assurdo ma in italia funziona così) procedimento civile ancora in corso.
Un problema che parte, in primis, da una deriva culturale che investe la sfera piu’ intima e privata di tutti noi. Totale mancanza di rispetto per noi stessi, per l’utenza debole e delle regole del codice stradale. I pedoni e ciclisti, qui da noi, rappresentano soltanto un intralcio, una perdita di tempo per chi viaggia sul mezzo motorizzato. ” Non l’ho visto” e’ la frase che risuona spesso in caso di incidente….magari mentre si manda un sms. Lacrime, disperazione e vite bruciate durano lo spazio di pochi giorni. Poi, domani si riprende, come al solito; “noi”, in bici a pedalare a testa bassa su statali trafficate, in gruppo a bruciare semafori e “loro” che ti sfilano a 2 cm, ai 90 all’ora. Che poi, noi e loro, in fondo, siamo sempre gli stessi; cambia soltanto il mezzo che usiamo.