C’è un filo rosso che attraversa le storie del ciclismo: quello dei sogni che sembrano troppo grandi finché qualcuno non decide di inseguirli davvero. Il Team Amani questo filo lo ha afferrato con entrambe le mani e ora lo sta tirando con una forza nuova: quella delle donne africane che vogliono correre nel mondo che per anni è sembrato chiuso.
Un sogno che nasce dal lavoro iniziato nel 2020 da Sule Kangangi, il campione ruandese scomparso tragicamente nel 2022, la cui visione continua oggi come motore morale dell’intero progetto.
Con l’annuncio della prima squadra femminile africana Continental UCI, registrata in Etiopia, Amani non ha semplicemente presentato un team: ha aperto una porta. Una porta che fino a ieri non esisteva.
Una porta che, per molte atlete dell’Africa orientale, significa finalmente avere accesso a infrastrutture, staff e programmi di alto livello senza dover lasciare il proprio continente.
L’obiettivo? Entro il 2028 correre i tre grandi giri:
- Tour de France Femmes
- Giro d’Italia Donne
- Vuelta Femenina
Un traguardo che fa tremare i polsi, ma che il progetto considera naturale. Perché Amani nasce da un’idea semplice: il talento è ovunque, l’opportunità no.
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Una squadra che non imita il modello europeo: lo riscrive
Per anni il ciclismo africano ha vissuto un paradosso: atleti di altissimo potenziale ma costretti a cercare fortuna in Europa, spesso isolati, spesso senza strumenti adeguati, spesso schiacciati dalla distanza dalla propria cultura.
Amani cambia tutto: porta l’eccellenza in Africa, crea infrastrutture, percorsi di sviluppo, staff, preparazione e supporto dove prima c’erano solo appoggi temporanei.
Non chiede alle cicliste di adattarsi a un mondo lontano: costruisce quel mondo a casa loro e poi crea ponti verso l’Europa. È un ribaltamento totale.
È un approccio opposto a quello che, in passato, aveva portato progetti africani a perdere identità puntando su modelli europei sempre più distanti dalle proprie radici.

La guida di una pioniera: Ashleigh Moolman Pasio
A dare forma al sogno c’è una figura che il ciclismo europeo conosce bene: Ashleigh Moolman Pasio, 4 Olimpiadi, Top 10 nei grandi giri, una carriera diventata simbolo per tutto il continente africano.
Ora è mentore del team. E le sue parole sembrano lanciare un messaggio a tutto il ciclismo mondiale: “Il potenziale è enorme. I numeri lo dicono, ma è la fame delle ragazze che fa davvero la differenza”. Il suo arrivo non è solo un valore tecnico, ma culturale: è la prova vivente che il percorso è possibile. Per lei, affiancare Amani significa chiudere il cerchio di una carriera costruita tra sacrifici, solitudine e sfide culturali: esattamente ciò che questo progetto vuole evitare alle nuove generazioni.
Dal gravel alle strade europee: una crescita costruita passo dopo passo
Dal 2020, quando Sule Kangangi – poi scomparso tragicamente nel 2022 – fondò il progetto, Amani ha creato un movimento: gare gravel d’élite, programmi di sviluppo, partnership globali, un team maschile già Continental; e ora la squadra femminile che promette di accelerare tutto.
La squadra esordirà in Europa nella primavera 2026, con un calendario pensato per crescere senza bruciarsi. Adeguarsi al ritmo europeo richiede tempo e struttura: due elementi che Amani sta costruendo con cura. Per molte atlete sarà la prima esperienza di gare a tappe fuori dall’Africa, un passaggio cruciale per misurarsi con intensità, tattiche e velocità molto diverse da quelle locali.
Il ciclismo africano sta cambiando volto
I Mondiali in Ruanda nel 2025 hanno acceso una scintilla. Hanno mostrato a un’intera generazione che arrivare in alto è possibile. E ora il Team Amani offre un esempio concreto: una squadra in cui il talento africano non è eccezione, ma regola.
Mikel Delagrange, cofondatore del progetto, riassume tutto in una frase che pesa come un manifesto: “L’unico limite che hanno ora è la loro immaginazione”. E quando l’immaginazione diventa collettiva, può cambiare lo sport.
È lo stesso spirito che ha spinto atleti come Xaverine Nirere – oggi volto del progetto – a mostrare che una ciclista africana può essere competitiva contro le migliori al mondo quando ha mezzi e sostegno adeguati.
Perché questa storia riguarda tutti noi
Amani non sta solo formando cicliste. Sta mostrando che il ciclismo può essere più ampio, più inclusivo, più vero. Sta dimostrando che quando apri una strada, dietro di te arriva un mondo intero.
E forse è proprio questo il punto: il team non corre solo per sé.
Corre per tutte le ragazze africane che non hanno mai visto qualcuna come loro in un grande giro.
Corre per un continente che merita di essere protagonista.
Corre per riscrivere cosa significa davvero “opportunità”.
E corre per ricordarci che, nello sport, come nella vita, i muri non si abbattono con la forza: si abbattono entrando dalla porta giusta. E quando quella porta non esiste, la devi costruire tu.
[Fonte]





















Forza ragazze!!!