C’è qualcosa che non torna, e non serve essere ciclisti per accorgersene. Il Velodromo Paolo Borsellino di Palermo riapre finalmente al pubblico, le tribune sono sistemate, il manto sintetico è nuovo di zecca. Tutto pronto, insomma. Peccato solo per un dettaglio: riapre per il calcio, non per le biciclette.
Sì, proprio così. L’impianto nato per il ciclismo, costruito nel 1991 per ospitare gare e allenamenti su pista, oggi è accessibile al calcio ma resta chiuso allo sport per cui era stato pensato. Un paradosso che fa rumore, anche senza campanello.
La questione è tornata al centro del dibattito grazie a una lunga lettera aperta di Alessandro Mansueto, presidente dell’ASD Ciclotour, che ha deciso di mettere nero su bianco quello che il mondo del ciclismo palermitano denuncia da tempo: le bici sono state di fatto “sfrattate” dal Velodromo. Prima i concerti, poi la trasformazione in stadio di calcio a beneficio di una sola squadra di serie D, l’Athletic Club Palermo. Nel frattempo, sulla pista ciclistica sono cresciute le erbacce, mentre i lavori di ripristino continuano a slittare. [Focus ➡️ approfondisci qui]
Risultato? Qui non si pedalerà prima del 2027 (nella più ottimistica e rosea delle previsioni).
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Il punto, però, va oltre la semplice convivenza tra sport. Mansueto lo dice chiaramente: non si tratta solo di gare o allenamenti. Avere un velodromo significa sicurezza. Significa offrire a ragazze e ragazzi un luogo protetto dove pedalare, lontano dal traffico, dalle strade dissestate e dai pericoli generati da eccessi e distrazioni degli automobilisti. In un Paese dove, solo nel 2025, oltre 200 persone hanno perso la vita andando in bicicletta su strada, ogni spazio sicuro negato per la pratica del ciclismo sportivo, specie tra i giovani, è un’occasione persa. E ogni giorno di ritardo pesa.
Nella lettera aperta non c’è una crociata contro il calcio, ed è bene dirlo. Nessuno mette in discussione il valore sociale di altri sport. Il problema è un altro: snaturare un impianto storico, nato per una disciplina precisa, e sottrarlo alla comunità che lo ha sempre vissuto. Da disponibili a ospitare, i ciclisti si sono ritrovati fuori dalla porta di casa loro. Una casa che, come ricorda Mansueto, è chiaramente indicata anche da una targa all’ingresso.
Le richieste all’amministrazione comunale sono quattro, tutte piuttosto concrete:
- assegnare subito alcune ore di utilizzo alle bici, anche nelle condizioni attuali;
- convocare un incontro pubblico con Federciclismo e società locali, con un cronoprogramma firmato;
- rendere pubblici tutti gli atti che hanno portato alla trasformazione del Velodromo in stadio di calcio;
- dichiarare in modo chiaro tempi e risorse per restituire l’impianto al ciclismo.
Dal canto suo, il sindaco di Palermo Roberto Lagalla ha parlato di un progetto in fase di finanziamento per il restauro della pista ciclistica. Parole che, però, per ora restano tali. Perché mentre il pubblico torna sugli spalti e il calcio riparte, le biciclette continuano ad aspettare fuori dal loro tempio.
E forse è proprio questo il punto più stonato di tutta la vicenda: non la riapertura, ma una riapertura a metà. Con uno spazio che torna a vivere, sì, ma non per tutti.
E soprattutto non per chi, da oltre trent’anni, lo chiama casa.
[Fonte]





















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