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Il progetto sociale che rimette in strada le bici abbandonate

Il progetto sociale che rimette in strada le bici abbandonate

C’è un momento preciso in cui una bicicletta smette di essere solo un oggetto. Succede quando torna in strada. O quando qualcuno la rimette insieme pezzo dopo pezzo. O quando, mentre stringe un bullone, capisce che forse anche lui può ripartire.

Da qui nasce Second Chance, il progetto con cui Selle Royal ha deciso di dare una seconda possibilità non solo a centinaia di biciclette, ma anche alle persone che le rimettono in sesto. E lo fa insieme a Piedelibero, una realtà che a Firenze lavora da anni dove non è affatto scontato parlare di futuro: dentro e intorno al carcere di Sollicciano.

Da biciclette dimenticate a mezzi che tornano a vivere

Ogni anno, solo a Firenze, circa 1.800 biciclette rubate o abbandonate finiscono nel deposito comunale. Biciclette che, nella maggior parte dei casi, potrebbero tornare a pedalare. Piedelibero parte proprio da qui: recuperare, rigenerare, rimettere in strada.

Una parte di queste bici entra in un percorso di recupero che coinvolge direttamente le persone detenute. Smontare, pulire, riparare, rimontare. Un lavoro concreto, fatto di mani sporche e attenzione ai dettagli, che diventa formazione tecnica vera. Di quelle che servono davvero quando si esce.

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Il ruolo di Selle Royal: quando l’imperfezione diventa valore

In questo processo si inserisce Second Chance. Da oltre un anno e mezzo Selle Royal affianca Piedelibero fornendo centinaia di selle con piccoli difetti di produzione. Selle che non possono essere vendute, ma che funzionano perfettamente.

Quello che per l’industria è uno scarto, qui diventa una risorsa. Le selle entrano nel ciclo di rigenerazione delle biciclette, completandole e rendendole pronte a tornare su strada. È economia circolare, certo. Ma è anche una scelta culturale: riconoscere valore a ciò che non è perfetto.

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Un progetto che mette insieme persone, istituzioni e industria

Le biciclette rigenerate vengono marchiate Piedelibero e vendute a un prezzo popolare. Un passaggio importante, perché chiude il cerchio: dal deposito comunale alla strada, passando per il carcere, il terzo settore e l’industria.

Non è beneficenza, è responsabilità condivisa. Un modello che mostra come anche le aziende possano avere un ruolo attivo nella costruzione di filiere più giuste, dove il valore non si misura solo in pezzi venduti.

Raccontare il processo, non il risultato

Per dare visibilità a questo lavoro quotidiano, Selle Royal ha realizzato un video dedicato a Second Chance. Non un racconto celebrativo, ma uno sguardo essenziale su ciò che accade davvero nei laboratori di Piedelibero.

Il video non parla di traguardi, ma di percorsi. Non di numeri, ma di persone. Ed è anche un invito aperto ad altre realtà: guardare meglio ciò che oggi viene scartato e chiedersi che possibilità potrebbe nascondere.

Una seconda possibilità che fa la differenza

Nel laboratorio di Piedelibero, dentro e fuori dal carcere, la bicicletta diventa uno strumento di autonomia. Un mezzo semplice, ma potentissimo. Come semplice e potente è l’idea che una seconda possibilità, per una persona come per una bicicletta, possa davvero cambiare le cose.

E forse è proprio questo il messaggio più forte di Second Chance: rimettere in strada non è solo una questione di meccanica. È una scelta.

[Fonte]

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Commenti

  1. Francesco Felarte ha detto:

    Buongiorno. Questo è un pregevole, meritorio piano di reinserimento sociale (e reale) di persone e mezzi che erano stati ‘dimenticati’ ed esclusi (o si erano auto-esclusi) dalla vita civile associata.

    Un progetto di grande valenza anche politica e culturale.

    A questo proposito mi sento di dover segnalare che, viaggiando all’estero, ho frequentemente notato in alcuni negozi con relative ciclofficine, una cura e un RISPETTO ammirevoli anche per i cittadini meno benestanti, che si presentano con bici molto datate e arcaiche, pregando di ripararle o rinnovarle comunque, per l’inestimabile valore affettivo che rappresentano ormai per i rispettivi proprietari dopo decenni di pedalate: in genere biciclette da città, modeste e semplicissime, a volte ereditate anche dai familiari più cari. Nonostante queste persone, di solito, NON vadano quasi mai per acquistarne di nuove, gli esercenti NON hanno provato da subito o quasi ad orientarli verso scelte più onerose (e remunerative per loro stessi), come purtroppo mi è capitato di assistere un po’ troppo spesso qui in Italia in diversi anche rinomati centri commerciali o negoziettti privati.

    Comprendo l’esigenza per chi lavora in quest’ambito di fatturare, guadagnare,. fare un minimo di profitto, ma continuo ad aspettarmi che a prevalere sia la passione, la valorizzazione delle esperienze ciclistiche e il rispetto per chi si ritrova legatissimo anche a una bmw da bambino, una graziella o un’ altra bicicletta, tecnicamente obsoleta e usurata certo, ma amatissima perchè ci ha convissuto e copedalato per quasi tutta la vita e vuole recuperarla, ringiovanirla, vederla rivivere e ritornarci in sella per i ricordi che rievoca, perchè è un BENE a cui è psicologicamente legato a vita. Ha un alto valore emozionale, affettivo, esperienziale, NON è solo un rudimentale veicolo ormai anacronistico, un mezzo impolverato da rottamare, un oggetto fra gli altri, imbucato e scordato in un garage e da buttar via per comprarne uno più performante e tecnologicamente aggiornato.

    I benefici di restituire alla sua migliore operatività una vecchia bici sono multipli, per chi ci ha lavorato a ripararla, per il destinatario, per la bici stessa e il vantaggio che ne deriva anche in termini di riutilizzo ecosostenibile.

    Congratulazioni a chi si impegna attivamente e seriamente in questi progetti, a chi contribuisce e compartecipa ad ogni livello e a chiunque mantenga viva l’attenzione su queste realtà importanti e dai sicuri meriti, informando della loro esistenza e di come procedono le loro attività nel tempo.

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