22 anni. Tanto è passato da quel fatidico 14 febbraio 2004, quando non si sa bene chi ce l’ha portato via. E nemmeno come ce l’hanno portato via. Marco Pantani è stato un pezzo importantissimo per molti di noi. Tanto che per noi tifosi veri del pirata, dal 2004 il giorno di San Valentino è diventato solo e soltanto, purtroppo, il giorno della morte di Marco.
Ma Marco vive. Nella nostra mente, nei nostri cuori, nei racconti, nei video, nei paragoni, nelle salite. E in tutto questo è racchiusa la magia e la forza che ha emanato il Panta durante i suoi anni (troppo pochi) di carriera. L’Italia si fermava per vedere i suoi scatti e le sue imprese. Un campione trasversale e in grado di rapire l’attenzione di chiunque. Dal ragazzino alla casalinga, intercettando e coinvolgendo generazione diversissime e lontanissime fra di loro. Una potenza che hanno saputo sprigionare solo alcuni totem dello sport italiano, come Alberto Tomba, Deborah Compagnoni e Valentino Rossi.



Il ciclismo italiano ancora è alla ricerca del suo erede. Almeno in termini di potenza scenica e tracimante. Vincenzo Nibali ha vinto tre volte tanto, ma non è riuscito a scardinare tutti i lucchetti e ad arrivare così in profondità. E ci dispiace molto, perché il siciliano è stato un fuoriclasse e avrebbe meritato onorificenze e amore forse anche superiori al romagnolo, almeno se consideriamo solo il palmarès.
Ma, lo ripeto spesso, gli sport non vivono solo e soltanto di numeri e vittorie. C’è in mezzo sempre una componente non tangibile. Quella che tira in ballo emozioni, sentimenti, dettagli apparentemente inafferrabili ma che poi fanno la differenza.
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La figura di Pantani, coi suoi riti e le sue connotazioni (come la bandana e l’orecchino), è diventata mitica e quasi mistica. Forse il miglior scalatore di sempre. Sicuramente quello più elettrizzante da vedere.
Dopo oltre vent’anni Pantani ci manca (e mi manca) perché abbiamo l’esigenza di identificarci in un personaggio del genere. Forte, talentuoso, speciale, ma al contempo fragile, piccolo e sballottato. Nella sua vita ci sono state la sofferenza fisica, i tradimenti, le inchieste, la droga, le cadute ma poi anche i trionfi, l’apoteosi, l’amore incondizionato, l’esaltazione, la gloria, la fedeltà a una terra, l’identificazione con una nazione. Marco è stato uno di noi, in cui ci si poteva rispecchiare applicando le sue categorie alla nostra vita.
Ogni epoca ha i suoi eroi e i suoi miti, ma noi, giornalisti e tifosi, siamo lì in fibrillazione perché alla spasmodica ricerca del nuovo talenti italiano. E così scorgiamo già lampi di luce in ragazzi come Pellizzari o Finn, pregando che ci possano far scendere qualche lacrima o saltare sul divano. Magari non riusciranno ad avere la stessa forza evocativa del pirata, ma di questi tempi ci accontentiamo di qualche scintilla qua e là per dare un senso al nostro racconto e soprattutto ai nostri sogni.
Pantani è Pantani. A noi, e non solo, il compito di continuare a farne vivere il mito e le imprese. Tenendo però sempre un occhio vigile a quello che sta accadendo intorno a noi. Tanto di una cosa siamo certi. Pantani vive. E sempre lo farà.





















Buongiorno, mi chiamo Veneziano Luigino, ho avuto la fortuna di essere il suo meccanico 1997/2000 , è stato prima di tutto una meravigliosa persona poi un grande corridore , sempre molto attento alle misure della bici, con lui non davi nulla di scontato, x ché ci manca ? una bella domanda è stato un mito x tutti, purtroppo i corridori odierni non hanno lo stesso carisma che aveva e che ha ancora lui , nonostante vincano tanto compresi giro e tour, Marco sarà sempre presente a tutti anche a quelli che il ciclismo non seguono, ciao Marco