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Sicurezza dei ciclisti: ci siamo arresi?

Sicurezza dei ciclisti: ci siamo arresi?

Dopo l’ennesima promessa del ciclismo investita e uccisa, stiamo iniziando a gettare la spugna? Di fronte a una strage continua e all’ennesimo lenzuolo sull’asfalto, la tentazione di fuggire dalle strade è forte, quasi insopprimibile. “Alleno dei quattordicenni, non posso più sottoporli ai pericoli del traffico”, ha dichiarato amaramente Andrea Fustinoni, direttore sportivo della Orobici di Sedrina. Da oggi, i suoi ragazzi pedaleranno solo al chiuso, nella pista di Presezzo. Lontani dalle strade, al sicuro.

Ma è davvero questa la soluzione? Dobbiamo rassegnarci a essere cacciati via da uno spazio pubblico che ormai assomiglia sempre più a un campo di battaglia urbano?

Francesco, Sara, Matteo: ti ricorda qualcosa?

Domenica 15 febbraio 2026, Francesco Mazzoleni è uscito di casa a Gromlongo di Palazzago per allenarsi. Avrebbe compiuto 19 anni l’8 marzo. Era un ragazzo solare, una giovane promessa del team piemontese Goodshop Yoyogurt. Sulla via del ritorno, a Barzana, a due passi da casa, quel sogno è stato spazzato via da un trentenne, proveniente dal senso opposto, che guidava una Ford Focus.

I funerali hanno visto una comunità intera stringersi attorno a lui in un sagrato gremito di palloncini bianchi. Il suo team manager, Daniele Laino, lo ricorda con strazio: “Ieri è uscito di casa per fare il suo lavoro e continuare a cullare il suo sogno: dovrebbe essere una situazione tranquilla, normale. E invece la normalità stanno diventando queste tragedie”.

La dinamica di questa ennesima tragedia ci costringe a porci una domanda dolorosa: ti ricorda qualcosa?

Se la risposta è sì, probabilmente stai pensando a Sara Piffer (19 anni, travolta a gennaio 2025 mentre si allenava sulla strada in Trentino) o a Matteo Lorenzi (17 anni, ucciso a maggio 2024 a Civezzano dopo essere stato investito dalla persona alla guida di un furgone). Avevano più o meno la stessa età di Francesco, la sua stessa passione. E hanno trovato lo stesso identico, inaccettabile destino.

L’intolleranza e la “cultura del parabrezza”

Mentre le vittime sulla strada si accumulano, cosa cambia? Niente. Anzi, in strada la situazione sembra peggiorare. I direttori sportivi delle società dilettantistiche lo denunciano a gran voce: chi pedala è visto come un intruso, un fastidio da spazzare via a colpi di clacson e sorpassi a pelo.

Leone Malaga (Guerrini Senaghese): “Il ciclista dà fastidio, viene visto come qualcosa che rallenta e partono gli insulti, i sorpassi azzardati… c’è disprezzo per la persona”.

Marco Taddeo (Presidente Trevigliese) denuncia un’intolleranza crescente e l’assenza di tutele reali per gli utenti deboli, persino per i ragazzi in allenamento.

Walter Clivati (ex professionista) sottoscrive: “Gli automobilisti si comportano come se la gente in bici non esistesse”.

È la supremazia totale e arrogante di chi guida un mezzo a motore. Dietro al “parabrezza”, il ciclista viene spogliato della sua umanità: non è più un ragazzo, un figlio, un diciottenne pieno di sogni, ma diventa solo un ingombro. Lo dimostra il fatto che, persino all’indomani della tragedia, il compagno di squadra di Francesco avesse letteralmente il terrore di uscire ad allenarsi.

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Chiudere in pista o ritirarsi: le conseguenze della paura

Questa ostilità costante sta spingendo il mondo del ciclismo verso la resa. Non c’è solo chi porta i ragazzi nei velodromi per non farli ammazzare. C’è anche chi la spugna l’ha dovuta gettare per sempre.

È il caso di Debora Ghiotto, ex promessa del ciclismo costretta al ritiro dopo essere stata scaraventata a terra da un’auto proprio in allenamento. Oggi fa la direttrice alle Poste in Alto Adige e continua a sperare che “la convivenza tra ciclisti e automobilisti sia possibile”.

La convivenza è possibile (ma basta guardare altrove)

Quella convivenza è davvero possibile? Secondo noi sì. Ma a una condizione imprescindibile: dobbiamo smetterla di piangere giovani vite spezzate per poi tornare a guardare altrove il giorno dopo.

Rinchiuderci in pista o ritirarci dallo sport agonistico per paura non può e non deve essere la nuova normalità. Arrenderci significherebbe ammettere che abbiamo consegnato definitivamente le nostre strade alla legge del più forte, alla fretta e alla distrazione armata di chi guida due tonnellate di metallo.

Francesco, Sara e Matteo non dovevano morire. Proprio nel loro nome, non abbiamo il diritto di chiuderci in un recinto o di abbandonare le nostre strade. Abbiamo il dovere di pretendere che cambino le regole, che si ridisegni lo spazio pubblico e che chi guida un veicolo a motore venga finalmente richiamato alle proprie responsabilità civili e penali.

La strada è di tutti, e noi non ci arrenderemo.

[Fonte]

Commenti

  1. Francesco ha detto:

    Sono stato investito a due km da casa, l 8 novembre scorso, frattura vertebra cervicale, a un piede e varie.
    Sono finito in un fosso ,il mio investitore è scappato. Lo hanno trovato i carabinieri dopo 10 giorni.
    Il processo rischia di durare degli anni.
    Bisognerebbe che a questo tipo di incidenti fosse data una priorità speciale una direttissima per dare visibilità ad un fatto grave. Purtroppo ci si dimentica troppo in fretta dei ns. morti, questo è un paese che lotta solo per problemi non suoi

  2. Dante Radica ha detto:

    [Questo commento non è stato pubblicato > https://www.bikeitalia.it/linea-guida-moderazione-commenti-su-bikeitalia-it/ – Bikeitalia.it]

  3. Domenico ha detto:

    se non c’è rispetto e codice stradale che viene studiato a scuola politicamente il ciclismo non è come il calcio

  4. SEVERINO ha detto:

    manca il coraggio e l’ardire per fondare un partito pro bici, potrebbe chiamarsi +BMM (+ Bici Meno Morti).
    se arriva il partito +BMM lo voto subito.

  5. Felice Pedalo ha detto:

    Un ciclista non si arrende ma si adatta.

    il problema è che non hanno il coraggio di prendere decisioni impopolari (= voti); la politica attuale non è più al servizio del cittadino ma a servizio del voto del cittadino.

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