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Come sono andati i ciclisti italiani al Tour de France 2024?

Come sono andati i ciclisti italiani al Tour de France 2024?

Si è appena conclusa la 111° edizione del Tour de France che ha consacrato la vittoria schiacciante da parte di Tadej Pogačar che è riuscito a fare la doppietta Giro e Tour nello stesso anno, un’impresa riuscita a pochi corridori nella storia.

Con la partenza da Firenze, la Grande Boucle ha messo in evidenza l’Italia e le sue strade, offrendo ai milioni di spettatori collegati in giro per il mondo le innumerevoli bellezze del nostro paese.

Purtroppo, però, questo è l’unico elemento di gloria che ha assegnato il Tour de France all’Italia poiché i corridori nostrani non si sono esattamente distinti, né per presenze, né per risultati.

I risultati dei corridori italiani

Ai banchi di partenza a Firenze lo scorso 29 giugno c’erano solamente 8 italiani che hanno affrontato la gara di ciclismo a tappe più conosciuta al mondo.

E questi sono i risultati che sono riusciti a ottenere:

Il migliore degli italiani in gara è stato Giulio Ciccone, in forza alla Lidl-Trek, che si è classificato all’11° posto assoluto con un ritardo di 30 minuti e 42″ da Pogačar.

Per trovare il secondo migliore Italiano bisogna scendere al 60° posto dove c’è Matteo Sobrero, con un ritardo di 3 ore e 46′.

Bettiol al Tour de France, crediti A.S.O./Charly Lopez
Ciclisti italiani al Tour de France, Bettiol, crediti A.S.O./Charly Lopez

A seguire troviamo Formolo in 72° posizione (3 ore e 56′ di distacco), Moscon 86° (+4 ore e 26′), Mozzato 137° (5 ore e 59′) e Ballerini in 140° posizione (6 ore e 22′).

Italiano è anche il primo ritiro del Tour de France, Il bresciano Michele Gazzoli dell’Astana che a 90 km da Rimini ha gettato la spugna a causa di un problema fisico. Bettiol, invece, si è ritirato alla 14° tappa.

Perché gli Italiani sono andati così male?

La risposta si può trovare in qualunque bar e ciascuno avrà la propria teoria cospirazionista o meno. Ma per quanto ci riguarda, preferiamo le opinioni di qualcuno che realmente se ne intende di ciclismo professionistico e che è stato dentro le corse negli ultimi 50 anni.

Qualche mese fa abbiamo intervistato proprio su questo tema Beppe Saronni (vedi il video qui sotto) che l’ha detto senza mezzi termini:

“Chi ha avuto la fortuna di starci sa che cosa vuol dire andare in bici e viaggiare in Danimarca: sforna ciclisti forti e anche quella è una cosa che si costruisce nel tempo, noi siamo lontani anni luce da loro. Là le famiglie lasciano andare in bici i ragazzini per strada e a scuola perché sanno che è sicuro farlo”.

La questione sicurezza stradale

La teoria di Saronni è molto semplice: la qualità è sempre figlia della quantità. Se si riesce a ottenere un ciclista fenomenale ogni 500.000 ciclisti mediocri, allora diventa fondamentale avere un bacino da cui pescare più ampio possibile. E oggi il problema è proprio lì: manca la base di partenza per andare a scovare il diamante in mezzo a tanti pezzi di carbone.

D’altronde, quale genitore oggi accetterebbe serenamente di avvicinare il proprio figlio a una pratica che è diventata tanto pericolosa come il ciclismo su strada?

E il pensiero va immediatamente al nostro Codice della Strada che in questi momenti è in fase di approvazione al Senato e che, per come è stato scritto, scoraggerà ancora di più l’uso della bicicletta rendendone ancora più pericoloso l’utilizzo e renderà ancora più improbabile scovare campioni di ciclismo per il futuro del nostro paese.

Non ci resta che sperare che incrociare le dita e sperare che salti l’approvazione, in nome del futuro di questo sport che quest’anno più che mai ci ha rapito.

Nella foto di apertura: Giulio Ciccone al Tour de France 2024, crediti A.S.O./Billy Ceusters

Commenti

  1. car ha detto:

    E’ proprio così. Ho un bimbo che è fisicamente dotato, ha voluto provare a fare ciclismo avvicinandsosi a una società, poi non se ne è fatto di nulla e continua a a praticare tennis e calcio dopo aver praticato anche atletica. Io ne sono ben contento, pur essendo un amatore che va in bici almeno tre quattro volte a settimana: forse proprio perchè vivo sulla mia pelle i rischi che si corrono… e saperlo in quell’inferno che sono le strade italiane non mi lascerebbe tranquillo

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