Il primo soldato britannico ucciso in un’azione di guerra era un adolescente ed era un ciclista. Si chiamava John Parr. Aveva quattordici anni quando si arruolò, mentendo sulla propria età. Dopo essersi unito al reggimento Middlesex, divenne un ciclista da ricognizione. Si ritiene che si fosse imbattuto nella cavalleria tedesca dopo essere partito in bicicletta per una missione di ricognizione durante la Prima guerra mondiale: un uomo o una donna in bici sono l’immagine più innocua che si possa dare di sé. Ma non sempre è così.

Un esperimento italiano: la bicicletta nell’esercito
La bicicletta, fin dagli inizi, è stata utilizzata per scopi militari, e l’Italia fu il primo Paese europeo a impiegarla, in particolare con i bersaglieri: l’unità d’élite dell’esercito piemontese che, sulle strade peggiori, faceva da staffetta e agiva come corpo di ricognizione.
L’esperimento italiano fu subito imitato da altri eserciti: Austria, Germania, Francia e, in seguito, anche Olanda e Svizzera (che, dopo 112 anni, sciolse l’ultimo reggimento nel 2001).
In un’epoca in cui automobili e motociclette erano rarissime, la bicicletta permetteva alle truppe di coprire distanze maggiori rispetto alla marcia a piedi e, come notò qualche anno dopo in tono scherzoso, sir Arthur Conan Doyle in un articolo sul Daily Express del 1910, essa non richiedeva le cure e il nutrimento necessari ai cavalli.
Inoltre era meno visibile e, a differenza degli animali, non faceva rumore. Tuttavia, non tutti accolsero la bicicletta con entusiasmo: quando iniziò a diffondersi, ai militari – soprattutto agli ufficiali – fu proibito usarla, perché “espone l’uomo al ridicolo” e scompone divise e gonne. Era quindi vietata a ufficiali, donne e sacerdoti. Alla fine, però, prevalsero i vantaggi per impieghi tutt’altro che pacifici.

L’uso massiccio della bicicletta in guerra
Il primo utilizzo massiccio avvenne durante la Seconda guerra anglo-boera, dal momento che la Gran Bretagna all’epoca possedeva la più grande industria ciclistica del mondo. In quegli stessi anni gli Stati Uniti iniziarono a intravedere il potenziale delle biciclette nell’esercito: nel Connecticut venne istituito un corpo di fanteria composto da otto soldati afroamericani, il 25º Reggimento di fanteria, soprannominato “Iron Riders”.
Le loro bici anticipavano di molto il pacifico cicloturismo di oggi: ogni soldato portava con sé uno zaino, un rotolo di coperte montato davanti al manubrio – come nei moderni setup di bikepacking – mezza tenda, un cambio di biancheria intima, due paia di calzini, un fazzoletto e uno spazzolino e le razioni di cibo, oltre un fucile al seguito e una cintura con 50 cartucce.
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Fu durante la Prima guerra mondiale, prima delle battaglie di posizione combattute nelle trincee, che l’utilizzo militare della bici trovò la sua massima espansione. Gli italiani in ambito militare svilupparono innovazioni tecniche ancora attuali: telai pieghevoli per il trasporto sugli zaini (il solo telaio, prodotto dalla Bianchi, il maggior costruttore dell’epoca, pesava 14 chili), biciclette a scatto fisso per ridurre al minimo i componenti meccanici e, alcuni modelli, erano perfino ammortizzate con un assetto “full suspension”, che oggi viene usata nelle mountain bike.
I bersaglieri, che la utilizzavano per ricognizioni e attacchi rapidi, amavano al punto la “Carriola”, che ne fecero l’inno ufficiale del battaglione: “Silente vola, o bicicletta”, “Noi siamo dell’Italia i bersaglieri, siamo i ciclisti, i falchi della guerra: qual folgore piombiam, tremendi e fieri; dei nemici siam l’incubo e il terror”.

Pedalare in guerra: Toti, Bottecchia e i bersaglieri ciclisti
Due tra i ciclisti-soldati più noti furono Enrico Toti, ciclista con la passione dei viaggi, che girò mezzo mondo pedalando con una gamba sola (dopo aver perso l’altra in un incidente sul lavoro: attraversò l’Europa fino alla Lapponia, poi l’Egitto e ancora il Sudan), rientrato in Italia, si fece arruolare come “irregolare” nel battaglione ciclisti, dove morì in battaglia lanciando la propria stampella contro il nemico, gesto che divenne leggendario.
Anche Ottavio Bottecchia fece parte dei bersaglieri, nel reparto degli “esploratori d’assalto”: durante la Grande Guerra, tra le montagne, trasportando bici e mitragliatrice sulle spalle. Scoprì la passione per le gare – partecipando a quelle organizzate dai soldati al fronte – e venne notato da un giornalista parigino che lo invitò a partecipare al Tour de France.
I ciclisti nell’Esercito non dovevano mai essere fuori forma e per questo erano privilegiati per quel che riguarda l’alimentazione e l’addestramento, rispetto al resto della truppa. Nel caso degli italiani, l’addestramento prevedeva tragitti di 120 km al giorno, da completare in sette o otto ore, su terreni accidentati e con ruote di gomma piena per evitare le forature. Coordinamento e gioco di squadra completavano il resto: avanzare rapidamente, raggiungere la postazione, montare la mitragliatrice, sparare, smontare e ripartire immediatamente.
I ciclisti venivano dunque mandati in avanscoperta e spesso impegnati nelle prime fasi degli scontri. Venivano impiegati insieme alla cavalleria, ma non erano visti molto bene dai reparti a cavallo perché la postura sul sellino rozza e inelegante rispetto al loro portamento – senza sapere che, di lì a poco, sarebbero stati soppiantati da biciclette, motociclette, sidecar e mezzi meccanizzati.

La bicicletta nella Seconda Guerra Mondiale
Con la Seconda Guerra Mondiale le modalità di combattimento cambiano: non più in trincea, ma offensive lampo, con carri armati e aviazione. Eppure, la bici continuò a essere impiegata, ad esempio, durante lo sbarco in Normandia, circa un migliaio di soldati della 3ª Divisione di fanteria canadese sbarcò con le biciclette in spalla – modelli pieghevoli in alluminio da circa 10 kg – utili a creare una testa di ponte e muoversi poi verso l’entroterra.
Erano le celebri “Airborne”, biciclette pieghevoli prodotte dalla Birmingham Small Arms Company, telaio ridotto al minimo, pedali non più grandi di una penna infilati nella pedivella, e un sistema di ripiegamento ingegnoso; i paracadutisti se le portavano al seguito sugli alianti per poi lanciarsi e muoversi agili e veloci dietro le linee nemiche.
Di contro l’esercito tedesco confiscava le bici agli olandesi, la Radfahrtruppen si posizionava dietro i panzer, per le operazioni di guerra lampo, per poi avanzare rapidamente nelle zone conquistate: parte della Norvegia fu invasa anche così.
Ma il Paese che più di tutti le sfruttò fu il Giappone quando invase la Malesia nel 1942 in soli sette giorni e migliaia di soldati delle “Squadre d’argento” (così chiamate perché vista la scarsità della gomma, pedalavano direttamente sui cerchioni) entrarono a Singapore in bicicletta, in quella che fu una delle peggiori sconfitte della storia dell’esercito britannico. In Italia anche il corpo degli alpini iniziò a usarla: per dirla con Gianni Brera, la bici “ha trasformato l’uomo in somiero di sé stesso”, infatti in molti casi fu impiegata al posto dei muli per trasportare viveri e armi sui monti.

Le biciclette nella Resistenza
Ma fu con la Resistenza partigiana che divenne un mezzo cruciale per coordinare le brigate, trasportare ordini e documenti clandestini. A Milano, durante gli scioperi del 28 marzo 1945, il comando delle Brigate Garibaldi organizzò una rete di mille uomini in bicicletta per difendere le fabbriche dalle incursioni fasciste e tedesche.
Senza dimenticare il fondamentale apporto di tante donne che fecero le staffette partigiane, trasportando documenti nascosti nel telaio della bici.
Dopo le Guerre Mondiali, la bicicletta dal Vietnam all’Ucraina
Dopo le due Guerre Mondiali, i battaglioni ciclisti vennero sciolti progressivamente, risultava troppo difficile pedalare e combattere allo stesso tempo e la bici si era rivelata inefficace per il trasporto di materiali pesantissimi come le mitragliatrici. Nonostante questo, rimase un mezzo decisivo in diversi conflitti di liberazione, come in Vietnam, dove le biciclette rinforzate riuscivano a trasportare carichi fino a 250 chili.
Ventimila “Cavalli d’acciaio”, come li chiamavano i vietnamiti, aprirono sentieri nella giungla per rifornire i 60.000 combattenti che, nel 1953, avevano accerchiato i francesi nella celebre battaglia di Dien Bien Phu. E in Angola, nel 1973, l’Amministrazione Ford stanziò migliaia di dollari per l’acquisto di biciclette destinate alle fazioni angolane schierate che combattevano contro i gruppi appoggiati dall’Unione Sovietica.
Negli anni successivi il ruolo della bici divenne sempre più marginale, relegato soprattutto a operazioni di spionaggio o ricognizione. In Iraq e Afghanistan venne impiegata una versione aggiornata della vecchia Airborne, la Montague Paratrooper Tactical Folding Mountain Bike. Anche l’Esercito Italiano, negli scorsi anni, ha introdotto per gli alpini biciclette a pedalata assistita, modificate per la ricognizione in montagna su sentieri innevati.
In alcune guerre – come in Ucraina – le bici continuano tuttora a essere molto utilizzate, soprattutto ebike e fat bike, grazie alla capacità di spostarsi in modo velocemente e a una maggiore capacità di carico, possono trasportare anche due persone, in questo modo fondamentali per interventi medici e trasporto di medicinali.

Non solo conflitti: la bici come strumento di pace
Eppure, per fortuna, la bicicletta resiste nel nostro immaginario come un mezzo pacifico. In Ucraina diventa strumento di mobilità rapida su strade sventrate dalle esplosioni; per i gruppi di cicloattivisti, un atto di disobbedienza contro l’acquisto di petrolio russo. Pedalare su strade distrutte, con trasporti pubblici limitati, scarsità di carburante e infrastrutture crollate diventa spesso l’unico modo possibile per muoversi, fare la spesa, raggiungere parenti.
Le Ong la impiegano per distribuire vestiti e medicinali. Dal 2022 una piccola associazione danese Bikes4Ukraine, invia biciclette raccolte in giro per l’Europa tramite gruppi di ciclisti. A Gaza, l’altra terra martoriata dai conflitti ci sono i Sunbirds – una squadra di paraciclisti che prima della tragedia in corso si allenava da nord a sud nella Striscia – di recente hanno dirottato la loro la raccolta fondi per qualificarsi alle Paralimpiadi in una campagna di aiuti umanitari, sfidando così il mercato nero e distribuendo prodotti agricoli locali, coperte e materiale sanitario. Quegli stessi attivisti attraversano ogni giorno strade piene di macerie per portare a termine le consegne.
Potremmo allora ribaltare l’ammonimento della rivista del Touring Club che nel 1911 ci teneva a dire: “Non s’allarmino gli umanitari a oltranza: il velocipede è entrato nell’uso militare, più col compito di attenuare che inasprire i micidiali effetti della guerra”, riscrivendolo così: “Non s’allarmino i guerrafondai a oltranza: il velocipede è entrato nell’uso umanitario, più con il compito di costruire la pace che di contribuire alla guerra”.






















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