La dico nell’unico modo possibile: in Italia si guida da cani, si muore come mosche e la politica se ne frega.
Lo so, è una frase che qualcuno giudicherà eccessiva, populista, emotiva, sbagliata nel tono. Ma ditemi voi qual è il tono giusto quando un bambino di 11 anni viene travolto e ucciso da un camion della nettezza urbana mentre è in bicicletta a Reggio Emilia. Ditemi voi qual è il tono giusto quando una donna di 41 anni viene ammazzata mentre pedala con altri ciclisti perché un automobilista invade la corsia opposta superando nonostante la linea continua. Ditemi voi qual è il tono giusto quando una ragazza di 14 anni viene investita e uccisa in Trentino mentre si allena in bicicletta. Ditemi voi qual è il tono giusto quando un altro quindicenne viene investito in bici a Cocquio Trevisago e deve arrivare l’elisoccorso.
Ditemi voi qual è il tono giusto quando, nel giro di pochi giorni, il Paese sembra diventato un bollettino di guerra stradale.
E ditemi voi qual è il tono giusto quando, oltre ai ciclisti travolti, leggiamo di tre ragazzi di 17 anni morti nel Milanese dentro un’auto finita in un canale, con nove persone a bordo. Nove. Dentro un’auto. Ragazzi. Diciassette anni. Una scena che non dovrebbe appartenere a un Paese europeo nel 2026, ma a un collasso educativo, culturale e istituzionale.
Il problema non sono “gli incidenti”
Il problema è il sistema che abbiamo costruito, tollerato e difeso. Un sistema in cui l’automobile è considerata un’estensione naturale del corpo, il limite di velocità un fastidio burocratico, il sorpasso azzardato una prova di virilità, la strada uno spazio di sfogo individuale e chiunque non sia dentro un abitacolo — pedone, ciclista, bambino, anziano, adolescente — un intralcio.
Non è la bicicletta a essere pericolosa. Sono le strade italiane a essere luoghi ostili alla vita.
Ogni volta che muore una persona in bici, parte il rito. “Dinamica da chiarire”. “Forse non aveva il casco”. “Forse era in mezzo alla strada”. “Forse il sole basso”. “Forse l’abbigliamento scuro”. “Forse il ciclista non era visibile”. “Forse una fatalità”.
Fatalità un corno.
La fatalità è un fulmine che ti cade in testa. Non un bambino schiacciato da un mezzo pesante in città (quando da 14 anni chiediamo l’obbligo di installare sensori sui camion). Non una ciclista centrata da un’auto che invade la corsia opposta. Non una ragazzina travolta mentre si allena. Non un adolescente che finisce in ospedale perché una strada non è in grado di proteggerlo. Non tre diciassettenni morti dentro un’auto guidata in condizioni inaccettabili.
Queste non sono fatalità. Sono il risultato prevedibile di scelte politiche, infrastrutturali e culturali.
Sono il risultato di una politica che (ogni tanto) si commuove davanti ai morti, ma si infastidisce davanti alle misure che servirebbero per evitarli perché toglierebbe consenso.
Perché diciamolo chiaramente: in Italia il tema della sicurezza stradale interessa solo quando c’è il morto. E anche allora interessa poco. Interessa per un giorno, per un comunicato, per una dichiarazione, per una corona di fiori, per una frase di circostanza. Poi si torna a parlare d’altro. Si torna a difendere la “fluidità del traffico”. Si torna a dire che gli autovelox sono trappole. Si torna a chiamare “ideologia” la richiesta di città più lente, più sicure, più umane.
L’attuale Ministro dei Trasporti ha costruito una parte significativa della propria comunicazione pubblica contro gli autovelox, contro le limitazioni alla velocità, contro quella che viene liquidata come “guerra alle auto”. Il messaggio politico arrivato al Paese è stato chiarissimo: il problema non sono quelli che corrono, il problema sono quelli che controllano. Il problema non è l’eccesso di velocità, il problema è chi prova a limitarlo. Il problema non è la violenza stradale, il problema sono i sindaci, gli ambientalisti, i ciclisti, i “fanatici” della mobilità sostenibile.
Non si può passare mesi a raccontare agli automobilisti che i controlli sono una vessazione e poi sorprendersi se sulle strade italiane si guida come se ogni limite fosse un’opinione.
Non si può delegittimare ogni politica di moderazione del traffico e poi piangere i bambini travolti.
Non si può trasformare la bicicletta in un bersaglio culturale e poi fingere stupore quando chi pedala viene trattato come un ostacolo da scansare.
Focus ➡️ “Nel 2026 sono già morti 100 i ciclisti sulle strade” (Asaps)
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La cosa più insopportabile è che sappiamo esattamente cosa bisogna fare
Non siamo nel 1950. Non mancano gli studi, non mancano le esperienze internazionali, non mancano gli esempi. Sappiamo che la velocità uccide. Sappiamo che i mezzi pesanti hanno angoli ciechi. Sappiamo che le strade scolastiche salvano vite. Sappiamo che le infrastrutture ciclabili protette riducono il rischio. Sappiamo che la moderazione del traffico cambia i comportamenti. Sappiamo che se rendi una strada larga, dritta e permissiva, qualcuno correrà. Sappiamo che se una città è progettata come una pista, qualcuno la userà come una pista.
Lo sappiamo.
E proprio per questo la situazione è ancora più grave. Perché quando sai e non agisci, non sei distratto. Sei responsabile.
La settimana scorsa ero a Velo-city, il summit mondiale della ciclabilità. Si teneva in Italia, a Rimini. In Italia. Non a Copenhagen, non ad Amsterdam, non a Bruxelles. In Italia. E mentre il Belgio mandava due ministri a parlare di mobilità, sicurezza e futuro delle città, lo Stato italiano dov’era?
Dov’era il Governo nazionale?
Dov’era il Ministro dei Trasporti?
Dov’era chi dovrebbe occuparsi della sicurezza delle strade italiane?
Assente.
Questa assenza dice tutto. Dice che per il Governo italiano la mobilità non motorizzata non è una questione strategica. Non è salute pubblica. Non è sicurezza. Non è autonomia dei bambini. Non è libertà di movimento. Non è clima. Non è economia urbana. Non è turismo. Non è qualità della vita. È una seccatura. Un tema laterale. Una roba da amministratori locali, da associazioni, da fanatici con il caschetto, da convegni per addetti ai lavori.
E qui si vede tutto il fallimento italiano sulla strada.
Perché una strada sicura per una persona in bicicletta è una strada più sicura anche per un pedone, per un bambino, per un anziano, per una persona con disabilità, per chi guida un’auto e perfino per chi lavora su strada. Una strada che protegge chi è fragile è una strada civile. Una strada che protegge solo chi pesa due tonnellate è una strada barbara.
Noi invece abbiamo scelto la barbarie e l’abbiamo chiamata libertà.
Libertà di correre. Libertà di parcheggiare ovunque. Libertà di insultare chi pedala. Libertà di superare a pochi centimetri. Libertà di suonare il clacson a un bambino che va a scuola. Libertà di trattare ogni limite come una provocazione. Libertà di trasformare qualunque strada in una minaccia.
È questa la grande menzogna italiana: far credere che chi pedala sia un imprudente perché si espone al rischio, invece di ammettere che il rischio viene prodotto da chi guida male, da chi progetta male, da chi governa male.
E la menzogna diventa ancora più oscena quando a morire sono i bambini e gli adolescenti.
Un bambino di 11 anni in bicicletta non dovrebbe essere una notizia di cronaca nera. Dovrebbe essere l’immagine normale di un Paese sano. Una ragazza di 14 anni che si allena non dovrebbe essere esposta alla possibilità di non tornare a casa. Tre ragazzi di 17 anni non dovrebbero morire in un canale perché la cultura della guida, dell’alcol, della velocità e dell’onnipotenza giovanile è stata lasciata marcire tra spot, retorica e assenza educativa.
Quante persone devono ancora morire perché la politica nazionale smetta di fare spallucce?
Quanti bambini devono essere travolti?
Quanti adolescenti devono finire in una bara?
Quante donne e quanti uomini in bicicletta devono essere cancellati da una strada?
Quante famiglie devono ricevere una telefonata che distrugge tutto?
Forse, appunto, finché non toccherà al figlio di qualche Ministro, tutto continuerà come prima.
Lo so: è una frase durissima. Ma è questo il punto. In Italia la sofferenza degli altri raramente diventa priorità politica. Rimane statistica. Rimane notizia locale. Rimane “incidente”. Rimane cordoglio. Rimane silenzio.
Fino a quando il dolore non entra nei Palazzi. Fino a quando la morte non bussa alla porta giusta. Fino a quando chi ha il potere di cambiare le cose non sarà costretto a guardare negli occhi ciò che oggi può permettersi di archiviare.
Io non voglio un Paese in cui per andare in bicicletta serva coraggio. Non voglio un Paese in cui mandare un figlio a scuola da solo sia considerato un azzardo. Non voglio un Paese in cui il diritto alla mobilità dipenda dal possesso di un’automobile. Non voglio un Paese che chiama libertà il privilegio del più forte.
Voglio un Paese in cui la strada torni a essere un luogo di incontro, non territorio di caccia.
E per questo oggi non serve moderazione. Serve indignazione.
Perché la moderazione, davanti a bambini e adolescenti uccisi sulla strada, è complicità.
Perché continuare a chiamarli incidenti è il modo più comodo per non vedere il sistema che li produce.
Un ultimo pensiero va ai giornalisti: provate oggi a chiedere delle dichiarazioni ai politici nazionali sulle morti di questo fine settimana. Raccontateci cosa dicono: costringeteli a tirare la testa fuori dalla sabbia.












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