Da Rotterdam a Parigi in bicicletta – Prologo

23 Ottobre 2012

Tratto dalla raccolta di viaggi: Abbondanti dozzinali

Il titolo può sembrare strano, ed è volutamente grottesco, nasce da un gioco di amici che auto-ironizzava sulla nostra scarsa organizzazione dei primi viaggi, sulla scarsa preparazione fisica, su tutto-ciò-che-non-è-romanzato.
E questo è anche un po’ il taglio della narrazione dei miei diari: grottesco, surreale, ironico, con un occhio disincantato sempre teso al lato antropologico dei posti visitati…

parigi-rotterdam

Prologo 1.0
La Legnano verde.
La mia bici di sempre.
Me l’hanno rubata.
Sotto casa.
Una mattina di fine marzo ho semplicemente ritrovato una catena spaccata, come era già successo tanti anni fa.
Chissà quanti bonus-ritrovamento ho a disposizione.

Prologo 2.0
Nuova bici, made in Via del Pellegrino, da Collalti. È una ibrido bianca, e ha almeno due grandi responsabilità: un viaggio a meno di un mese dal suo varo, e l’elaborazione di un lutto a due ruote, quello per colei di cui prende il posto. Ci vorrà un po’, ma riuscirà a farsi volere bene.

Prologo 3.0
Frena bene, pure troppo. Il 4 aprile, mentre sfrecciavo in discesa per le strade di Roma, qualcuno in macchina mi ha tagliato la strada. Il tempo di piantare i tacchetti di gomma nelle ruote, e la mia faccia si ritrova a scartavetrare l’asfalto. Prima ambulanza della mia vita, primo pronto soccorso, suture qua e là. Le premesse per un nuovo viaggio ci sono tutte.

24/4/2012 ROMA – DELFT

Sveglia alle 5.30 – Dopo gli ultimi controlli paranoici, lascio finalmente casa con il mio nuovo mezzo carico, a godermi lo spettacolo della discesa della Circonvallazione Gianicolense all’alba, con il Gazometro come nuovo, ideale colosseo dell’Era Industriale; sullo sfondo, scorre lenta una Roma solenne e rosata come in una composizione di Respighi.
Arrivato a Trastevere, prendo il primo treno per Fiumicino, dove imbarco il mio fardello diretto all’aeroporto: sul treno mattutino, muratori slavi ridono e puzzano alla fermata Muratella. Tristezza e desolazione dei precari di Parco Leonardo. Alle rare fermate del treno, basta solo uno sguardo per capire chi è italiano e chi irregolare. Sommersi dal rumore ritmico dei binari si passa Ponte Galeria.
Noia nei gesti ripetitivi del capotreno, un cenno all’altro capo del convoglio e si riparte. Ogni volta.
Arrivo così a Fiumicino, una ragnatela assonnata di destinazioni diverse, ognuna portata su rotelline cigolanti. Saltuarietà dei caffè nervosi bevuti dalle hostess in verde, che viaggiano girano il mondo ogni giorno senza vedere alcun luogo.

Supero i problemi di imbarco dati dallo smontaggio della bici (pedali, ruote, manubrio) e soprattutto dagli attrezzi metallici che non passano la cieca censura del controllo sicurezza – mi spiegano cortesemente che con una chiave inglese di 10 centimetri potrei uccidere qualcuno sull’aereo.
Gli vorrei dire che ho sonno per farlo e che quella chiave inglese mi serve per rimontare la bici in un Paese più piatto e meno ottuso, ma lascio stare e imbarco in stiva tutto.
Due ragazze olandesi sonnecchiano al check-in, appoggiate ai loro zaini. Anche loro usano&faticano a rimettere a posto la famigerata tenda Quechua 2-seconds – standardizzazione della praticità mitteleuropea: All Stars rosse saltellanti e felpe dai colori improbabili, e montati sopra dei visi impassibili e incorniciati da capelli color grano pallido.
Dò un’occhiata al percorso – ricopiato pietosamente a mano su un foglio dall’originale di Google Maps – che mi aspetta dall’aeroporto di Rotterdam a casa di Martino.

Aeroporto di Rotterdam – la ragazza dalle All Stars rosse, scendendo dietro di me dalla scaletta dell’aereo, mi dice ridendo “Welcome to the sunny Holland!” Un buon augurio, o della pessima ironia.
Dopo aver rimontato la bici – tutto fila liscio nel trasporto aereo – e aver chiesto conferma del corretto orientamento dei miei scarabocchi a un signore grassoccio in attesa degli ospiti del furgone di cui era conducente, mi inoltro per una ciclabile sparsa tra campi e canali, regno delle anatre e degli aironi. Sono sulla strada, pedalo, sento ancora una volta il senso del viaggio.

Mi pervade la volontà olandese di compensare il grigio costante del cielo con colori dalle tinte accese. Case di mattoni rossi si affacciano sui giardini scolpiti nel verde; c’è una varietà incredibile di uccelli e animali in genere, le pecore e le vacche sono più grasse e pasciute rispetto alle colleghe mediterranee, i cavalli hanno le zampe più muscolose e tozze, mi ritrovo in una sorta di umido zoo a cielo aperto. Ghiandaie e corvi non hanno ancora imparato a temere l’uomo, e convivono con i suoi insediamenti, sullo sfondo delle sue agghiaccianti raffinerie.
Operosi cantieri, manovratori di chiatte e fango discreto sono gli elementi che salutano il mio ingresso a Delft. Assisto all’operazione di carico di una Mini Morris su un’imbarcazione dal nome italiano, la Patella.

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Delft. Costeggiando quello stesso canale che aveva deciso di scortarmi dall’aeroporto alla mia meta, faccio il mio ingresso a Delft, con una bici bianca tutta ancora da coprire di adesivi e di trofei. Del percorso fare ricopiato a penna che dovevo fare ho perso ormai le tracce, quindi decido di andare a braccio e girare un po’ la città, seguendo le indicazioni per l’università. Mi fermo a un passaggio a livello per attraversare il canale, davanti a me c’è un ponte girevole ruotato in direzione perpendicolare al fiume, per permettere il transito contemporaneo di due lunghissime chiatte: l’attesa forma un gruppo di ciclisti universitari, saranno una quarantina, ai quali mi mischio. In mezzo alle loro bici colorate mi sembra di essere l’intruso da trovare, quello bianco e coi bagagli. Si alza la sbarra del passaggio al livello, comincia la silenziosa e pacifica migrazione al di là del canale, mi sento un po’ impacciato in confronto alla loro disinvoltura e leggerezza sulle due ruote.

Faccio un po’ di giri a vuoto per il campus, tra i nugoli di studenti europei ed asiatici che affollano le ciclabili. Cerco un po’ di paese, un po’ di centro, quindi torno indietro verso quella che mi sembra essere la piazza principale e mi fermo davanti a un McDonald’s. Il mio stomaco suggerisce al mio occhio che questa città è indubbiamente affascinante, ma non pare offrire un copioso culto del cibo. Non avendo trovato nulla di aperto nei pressi, sono lì lì per entrare nel fastfood, ma in un impeto no-global punto al chioschetto che noto proprio lì di fronte, dove un vietnamita prepara (o frigge) qualcosa, e i miei propositi rivoluzionari annegano nel colesterolo e nel suo buffo inglese oriental-frisonizzato.
Mentre mi porge un cartoccio di patatine fritte e altre cose fritte, prova a imbastire uno stentato e ipocrita discorso su Roma – dice di esserci stato, e di averla apprezzata. Annuisco a bocca piena.

Pranzo unto su una panchina, in compagnia dei piccioni. Dopo un (costoso) caffè espresso, chiamo Fabio, che sta arrivando direttamente da Amsterdam in bici: mi dice di essere un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, mentre Martino, che ci ospiterà stasera, ancora non risponde, probabilmente è ancora in laboratorio all’università. Il fango davanti a Leeghwaterstraat rimane inerte a guardarmi, non ho niente da fare fino al loro arrivo, così mi concedo un giro solitario per il centro di Delft.
La piazza del mercato, la bellissima cattedrale dal campanile proteso in avanti a ghermire i fedeli con la sua innaturale inclinazione, la statua di Grotius, tronfia e incontaminata, la cui scena è solo parzialmente rubata da un sassofonista ambulante.

Nuvole, pioggia e sole. Mi fermo in un pub, il Doerak, per stare un po’ su internet e bere un paio di Tripel a stomaco vuoto, che mi stendono.
Mentre tracanno una Weiss racconto i miei piani di viaggio alla simpatica proprietaria del pub, che si era incuriosita della bici legata fuori a vista. Nel frattempo torna il sole, sfrecciano studenti in bici, la candela sul tavolo del pub trema davanti a me e alle vetrate.
Continuo a girare per i canali fino all’incontro con Giulia e Corrado alla piazza del mercato, dove mi concedo un (altro) caffè.

Nella piazza semivuota, un nerd fa sfoggio del suo disco volante comandato da un I-pad. Noi primitivi mediterranei restiamo ad ammirarlo. Dopo poco ci raggiungono sul posto anche Fabio e Martino, il primo con una bellissima bici perfettamente attrezzata per il viaggio, l’altro col suo cavallo di battaglia per girare a Delft.
La cena è dominata dal Kapsalon, il “barbiere”, che prende il suo nome da una leggendaria amicizia tra un kebbabaro locale e il suo vicino barbiere, e si presenta come una sorta di lasagna-kebab cosparsa di salse e patatine fritte, in pratica il piatto totale e allo stesso tempo un triangolare tra Turchia Italia e Stati Uniti, un piatto che comunica una punta di degrado morale – oserei definirlo laido.

Martino ci racconta dei miti e leggende di casa sua, primo tra tutti lo spione con l’Apple, misterioso individuo che vive nel comprensorio di fronte al suo e che lo osserva continuamente, in qualsiasi ora del giorno e della notte, dalle pareti a vetro dello studentato, quando le tende verdi non sono accostate; passa poi in rassegna il cinese malefico, suo remissivo coinquilino con la reiterata abitudine di pisciare fuori dal cesso, nonostante i suoi ripetuti e sentiti richiami: il muso giallo annuisce, si scusa, e procede con la sua prassi innaffiatoria. È comprensibile l’odio per quest’essere, non possiamo che provare solidarietà al suo racconto.

Prima di andare a dormire, si pianificano le mete dei prossimi giorni: dopo le coste della Zelanda abbiamo le seguenti opzioni:
– Middleburg: simpatico borgo dell’Olanda del sud; “Lì ci abita un’amica mia, però se andiamo da lei me sa che te tocca pagà un pedaggio, Clà, quella l’ho vista abbastanza affamata“, dice Fabio. Mi fa vedere una foto dell’amica in questione. Pare Gianna Nannini disidratata.
– Ad Anversa e Gent Fabio dice poi di avere altri amici sparsi qua e là, quindi possiamo programmare il nostro itinerario anche in base a questo.
Martino mi regala l’adesivo del fan club olandese di Star Wars, che battezzerà l’inizio del viaggio con la mia bici. [continua]

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