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Tappa 8: Da Albert a Parigi (Francia) – Rotterdam Parigi in Bici

Diari • di 12 Novembre 2012

Tratto dalla raccolta di viaggi: Abbondanti dozzinali

Il titolo può sembrare strano, ed è volutamente grottesco, nasce da un gioco di amici che auto-ironizzava sulla nostra scarsa organizzazione dei primi viaggi, sulla scarsa preparazione fisica, su tutto-ciò-che-non-è-romanzato.
E questo è anche un po’ il taglio della narrazione dei miei diari: grottesco, surreale, ironico, con un occhio disincantato sempre teso al lato antropologico dei posti visitati…

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3/5/12 | ALBERT – MONTDIDIER – AYENCOURT

Da Rotterdam a Parigi in Bicicletta – Prologo
Tappa 1 da Delft a Hellevoetsluis (Olanda) – Rotterdam Parigi in Bici
Tappa 2 da Hellevoetsluis a Westenschouwen (Olanda) – Rotterdam Parigi in Bici
Tappa 3 da Westenschouwen a Ijzendijke (Olanda) – Rotterdam Parigi in Bici
Tappa 4 da Ijzendijke a Gent (Belgio) – Rotterdam Parigi in Bici
Tappa 5 da Gent a Kluisbergen (Belgio) – Rotterdam Parigi in Bici
Tappa 6: Kluisbergen, Lille e Don (Francia) – Rotterdam Parigi in Bici
Tappa 7: da Don ad Albert (Francia) – Rotterdam Parigi in Bici

Notte permeata da umidità a livelli insopportabili, sveglia alle 6.30. Il furgone dei croissant ha alla guida una vecchia dall’aria svogliata e indolente; fa manovra nel campeggio, attende dieci minuti a motore acceso che qualche avventore compri i suoi cornetti, poi se ne va senza aver incassato nulla.
Si riprende il viaggio mettendo (addosso) i jeans ad asciugare; lasciamo così Albert sotto una coltre di nubi e dopo aver temporeggiato all’interno di un bar davanti a un tè caldo e un cappuccino, tanto la pioggia è anche oggi lì fuori ad aspettarci, è noi che vuole, decidiamo di tornare ad affrontarla, tanto bagnato su bagnato non fa male.

La strada è molto simile a ieri, ampi saliscendi in campi verdi e gialli a perdita d’occhio, sporadici paesini, curve e rettilinei dosati con una mistura di fascino e sadismo.
Il saliscendi altimetrico incide su quello umorale, che ritempriamo con dolci fatti in casa in una leggendaria boulangerie in un paesino semi-disabitato, dove una vecchia toglie le erbacce dai caduti del quattordicidiciotto. Dopo cinque dolci e tre pain au chocolat, ripartiamo gonfi di zuccheri. L’illusione di una meta ci coglie più volte tra le alte piante gialle e il vento.
Quando finalmente arriviamo alla bella Montdidier, la città che diede i natali a Parmentier, si apre uno squarcio di sole sull’ultimo strappo malandrino che ci separa dalla piazza centrale.

La calunnia
Ufficio di turismo – la bionda inserviente dal piglio severo ci sconsiglia, quasi imponendocelo, il campeggio che avevamo notato sulla cartina, all’uscita di Montdidier: i bagni sono sporchi, “l’erba non è tagliata”. Rinforza poi il suo invito a non andare spiegandoci che in Francia si valuta la qualità dei campeggi assegnando delle stelle, e, pensate, quello non ne ha neanche una, e che nel loro paese è un fatto inammissibile. La fissiamo con i nostri bravi volti da troglodita. Pensa un po’, pure le stelle di qualità.
Preferisco che vi fate dodici chilometri in più e dormite comodi“, ci dice nel suo francese sbrigativo e autoritario; tanto basta a convincerci a provarlo.

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Ci fermiamo a fare provviste in un supermercato e a utilizzare la connessione internet di un McDonald, al costo di un caffè e di un cappuccino.
Ormai definitivamente convinti dai consigli della tizia dell’ufficio turistico, siamo incuriositi da questo campeggio da lei osteggiato: dopo un chilometro di deviazione nei campi fioriti, attraversiamo un vecchio passaggio a livello e ci arriviamo, qualche ora prima del tramonto, quando la luce tinge ogni cosa d’oro.
Immerso nel verde di Ayencourt, il campeggio ha tre stelle ed è assolutamente pulito: gestito da due anziane e grasse signore dai capelli corti, è popolato da oche che passeggiano libere. Più giù, lo stagno ricco di gracidii.
Tutto è immerso nel verde e nella pace, a parte qualche animale che forse è un vitello, e che si lamenta capriccioso, cui segue la risposta di anatre irridenti. Mettiamo a lavare i panni e ci concediamo una fastosa cena, la più ricca dall’inizio del viaggio, il cui menu così si dipana:

Tonno*
Filetti di sgombro*

Zuppa al pollo**
Melanzane al pomodoro*
Formaggini tipo-Tigre* (la Vache que rit, la Vacca che Ride)

Dolcetti assortiti

Succo d’arancia
una bottiglia di prestigioso vino rosso da € 2

*i prodotti contrassegnati con asterisco potrebbero essere in scatola e/o conservati;
** i prodotti contrassegnati con due asterischi potrebbero essere liofilizzati e/o contenere acqua di rubinetto della lavanderia del campeggio

Per digerire, inseguo le oche.
Dopo le minacce iniziali e qualche sibilo di avvertimento, le pennute si danno alla fuga.
L’avvenimento viene documentato in formato video.

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4/5/12 AYENCOURT – CHANTILLY – PARIGI

L’arrivo
La notte è più umida del previsto, e dopo la bella serata di ieri non mantiene le promesse; vestiti bagnati e nuvole che velano il sole fino a poterlo vedere fissandolo, come una sfera bianca.
Grazie all’ormai consolidata tecnica samurai di Fabio, riusciamo a ripartire verso le 10.30, con i calzini ancora bagnati addosso per guadagnarne un paio pulito. Passiamo anche oggi per il consueto, sconfinato lenzuolo verde della Somme/Picardie, su e giù per valli, ma oggi i declivi sono più piacevoli, o forse siamo noi ad essere più allenati, o semplicemente è lo sprint psicologico dato dal fatto di sapere che è l’ultima tappa, e che puntiamo dritti alla Ville Lumière, e che stasera dormiremo all’ombra di Notre Dame.
Attraversiamo la solita schiera di paesini abbarbicati intorno ai campanili delle loro chiese gotiche, archi a sesto acuto semidiroccati, nascosti da boschi fitti e densi di brina, nonché dalle pisciate di Fabio.

Ancora dei tratti spettacolari di nulla giallo e verde, nuvole di diversa altezza vicinanza e compattezza rivelano i loro intenti pioviferi in maniera minacciosa ma vaga.
L’aria è densa.
Distese di fascino mozzafiato, leggera discesa tra i campi di verde appena germogliato, tra Le Neuville e Érain, e tra Avrigny e Sacy Le Grand.
Poi lo stagno.
La pioggia, rassicurata dalla rinnovata quiete umida tutto intorno, riprende. Superiamo una salita dolce e costante in rettilineo, a parte noi esiste solo il bosco. Arriviamo quindi alla graziosa Cinqueux, dove è tutto chiuso. Scendiamo fino a Rieux, conclusione morale del nostro viaggio ciclistico. Da qui in poi è cemento, zone industriali e rotatorie trafficate.
Circumnavighiamo poi un vastissimo campo rom, centinaia di roulotte e giochi di plastica per bambini transennate da una rete metallica, ideale simbolo dell’efficienza del governo Sarkozy. Cumuli di immondizia e giocattoli usati.

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In prossimità di Villers St.Paul costeggiamo l’Oise, ma è sempre più difficile avvicinarsi a Parigi senza imboccare tangenziali o superstrade. Dopo aver sbagliato strada un paio di volte, superiamo il fiume ed entriamo a Creil, pittoresco esempio di borgata abitata da un mosaico sociale di gente di ogni ceto, provenienza e religione. Solo il traffico di St. Maximin ora ci separa da quella che abbiamo eletto la conclusione effettiva del nostro viaggio in bici, la città di Chantilly.
Il resto è dolci in pasticceria e binari ferroviari.

La RER e la sua garbata aria condizionata ci accompagnano fin dentro Gare du Nord, vanificando il mio immaginario di ciclista anni Trenta alla Coppi che entra in una Parigi vestita a festa per lui, tagliando il traguardo sotto l’Arc du Triomphe in Place de Gaulle. Oltretutto, per entrare da quel lato saremmo dovuti partire da Bordeaux.
Quasi senza crederci, poggiamo i piedi e le ruote sulla banchina del binario. Siamo arrivati a Parigi.
La mia agitazione cresce, alcuni sanno del nostro arrivo, altri no.
Ci sediamo su una panchina della stazione, e solo allora noto che sul mio ginocchio destro c’è una specie di palla da tennis dolorante; sulle prime penso a un osso uscito, poi mi accorgo che è un versamento interno. Non ci faccio caso, e continuo a pedalare tranquillo.

L’impatto col traffico parigino manda in tilt Fabio, abituato alla linearità delle ciclabili olandesi. Tagliamo la città da nord a sud, fino a raggiungere il nostro agente infiltrato, Giulia, che è in compagnia di Chiara, ovviamente all’oscuro di tutto il nostro viaggio; o meglio, lei sa che sono diretto a Praga, dopo aver attraversato il Tirolo e Vienna, e che lì mi hanno rubato il cellulare. Per giorni le ho inventato al telefono delle tappe sulle Alpi, raccontato di epiche scalate tra i monti, di panzoni bavaresi e di birre Weiss. Il furto del cellulare a Gent ha solo facilitato i miei alibi.
Siamo in un bar a rue de Maine, dove siete, io non ce la faccio più a trattenerla!“, ci scrive via messaggio Giulia. Nel frattempo superiamo la Senna, Notre Dame, arriviamo a Montparnasse.
Incontro, sorpresa.
Foto con autoscatto mentre i turisti ci passano davanti.

Parigi è espugnata, il Piano riuscito, grazie anche alla preziosissima collaborazione di Giulia e Fabio.
Da questo momento in poi, la polvere della strada accumulata nei giorni scorsi si colora dello splendore delle luci dei lampioni, la bici piena di adesivi e di chilometri smonta le pesanti borse per mescolarsi alle tante da passeggio che intersecano le loro traiettorie nei boulevards parigini, si cambia registro.
L’ultima cosa che ricordo della prima nottata parigina sono i giri a passo tranquillo sulla ciclabile del Lungosenna, diretto all’ostello, e alcuni partecipanti a un raduno di bikers che mi fermano entusiasti per offrirmi da bere. [continua]







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