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Viaggio in bici in Maremma (parte 2): Orbetello, Albinia, Alberese

Diari • di 4 Dicembre 2012

Tratto dalla raccolta di viaggi: Abbondanti dozzinali

Il titolo può sembrare strano, ed è volutamente grottesco, nasce da un gioco di amici che auto-ironizzava sulla nostra scarsa organizzazione dei primi viaggi, sulla scarsa preparazione fisica, su tutto-ciò-che-non-è-romanzato.
E questo è anche un po’ il taglio della narrazione dei miei diari: grottesco, surreale, ironico, con un occhio disincantato sempre teso al lato antropologico dei posti visitati…

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Viaggio in bici in Maremma (parte 1): da Roma a Orbetello

ORBETELLO – ARGENTARIO – ALBINIA

Quando partiamo il sole è una sfera di fuoco parecchio incazzata. Lasciamo la stazione in direzione dell’Argentario, dove troviamo addirittura una bella ciclabile sulla striscia di terra che argina il promontorio alla terraferma. Si costeggia così la laguna con passo tranquillo, acqua di qua, acqua di là, davanti agli occhi il tranquillo e familiare contorno del monte. Tagliando le pinete e la civile tranquillità delle villeggiature estive, attraversiamo le frazioni di Terrarossa, il Mascherino e Santa Liberata.

Non appena ci allontaniamo dall’ombra dell’Argentario per lasciarcelo alle spalle, l’afa e il sudore cominciano a farsi sentire, e ci fermiamo a un fontanile. Il traffico è tranquillo, a parte qualche camion isolato.
Giunti ad Albinia, cominciano i problemi. E non tanto dipendenti da noi o dalle bici, quanto dall’implacabile SS1 Aurelia, che ci sbarra il passo furiosa di TIR. E la beffarda e attraente ciclabile che troviamo va in tutt’altra direzione.

Decidiamo così di deviare nell’entroterra per strade complanari nei campi arati, facendo perimetri di distese giallastre e battute dal sole, scandite solo dai covoni sparsi qua e là, senza riparo alcuno dalla luce che non ha pietà per le zolle di terra.

ALBINIA – FONTEBLANDA – ALBERESE

Dopo aver passato qualche chilometro tranquillo nel profumo di erba tagliata su una provinciale asfaltata, ci troviamo sempre di fronte alla feroce Aurelia: percorrerla in questo tratto è un’azione che persino il nostro blando e accondiscendente buonsenso riesce a impedirci, e se non dovesse bastare lui ce lo ricordano i ruggiti degli autotreni e la mancanza di una corsia d’emergenza.

Deviamo ancora una volta per uno sterrato a poche centinaia di metri dalla statale, dove ci cibiamo di susine abusive. Spinto da ingordigia e dalla vista dei frutti non colti di un albero, Gianluca inciampa in una recinzione di fil di ferro di altezza ridicola, meno di trenta centimetri. Subito dopo ci accorgiamo che il fil di ferro è collegato a un generatore di corrente, e che quella recinzione in teoria doveva essere elettrificata. Si evince che siamo cinghiali mancati, o che qualcosa ci è andato di culo.
I colori della terra e dei campi sono un’orgia di tinte bruciate, e per un breve tratto lo scenario attorno a noi ha assai poco di europeo. L’aria risucchiata da un camion di passaggio mi porta via il cappello.

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Giungiamo così a Fonteblanda, dove ci fermiamo qualche istante in un surreale ristoro abbandonato: forse un bar, forse un ristorante, sicuramente un grande edificio rosso con un lungo portico e un giardino, dominato da gatti isterici e canarini in gabbia. Tracce umane, assenti.
Vetri impolverati, cartelli e strutture direttamente provenienti dagli anni Settanta, silenzio inquietante. Pare il film “Dal tramonto all’alba”. Mentre diamo tregua al sudore, ormai stanco dello scenderci continuamente addosso, assistiamo per un po’ alla tenace eppure inutile lotta di un gatto, che continua a saltare contro la gabbia dei canarini infrangendosi puntualmente contro le sbarre.

Proseguendo troviamo ancora una volta davanti l’ostacolo della statale: lo sterrato è servito solo momentaneamente a prolungare la nostra assenza dalla civiltà.
Dall’altro lato dell’Aurelia abbiamo il Parco dell’Uccellina, quindi decidiamo di cercare scampo lì, magari c’è una parallela percorribile. Dopo un sottopassaggio, ci toccano un paio di chilometri di terreno sassoso e accidentato in leggera salita, che non portano a nessuna parte se non a terreni privati.
Un attimo di esitazione.

Ci si volta nei quattro punti cardinali in cerca di ispirazione, finché l’occhio non ci cade su un cancello non molto alto, senza scritte, e un fossato di terra smossa da un lato, il cui accesso è impedito solo da una grata per animali.
Insomma, niente che un balordo non possa fare, figuriamoci due.

Si sollevano così le due bici, una per volta, uno dall’interno l’altro dall’esterno, occhio che m’è entrato un pedale nella costola, me stai a da’ la ruota in faccia, tienila per il sellino che è più facile, cazzo che sudata, e nel giro di pochi minuti ci ritroviamo a pedalare lungo un bellissimo sterrato di una zona protetta, non sappiamo da chi, né perché.
Nugoli di fagiani starnazzano al nostro glorioso incedere, disperdendosi pavidi nella boscaglia.
Rovi e more premature ci guardano compassionevoli.

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Passiamo un paio di edifici rurali: discrezione, mi raccomando, facciamo finta di niente, se ci chiedono qualcosa il cancello era aperto, ce ne andiamo subito, ci scusi signore eccetera.
Fuoristrada parcheggiati e rumore di stoviglie messe ad asciugare dopo il lavaggio.
Poco dopo, vediamo saltare un branco di cervi (di cervi?) a poche decine di metri da noi, con lunghi balzi nell’erba alta. Dove minchia siamo finiti?

Qualche chilometro ancora, fine del percorso turistico. Altro cancello. Questo è tradizionale, quindi piuttosto alto, sui due metri e mezzo. Non ce può mica sempre dì bbene.
In più in un cortile di una casa oltre il cancello dei bambini stanno giocando, quindi lo spettacolo che ci accingiamo a offrire loro non si presenta come il massimo dell’esempio civico.
Si procede così:

• smontaggio bagagli (compresa la valigia dell’emigrante e l’orrido materassino blu);
• patetico lancio bagagli oltre il cancello;
• arrampicata e discesa oltre il cancello del soggetto x, evitando gli spuntoni acuminati alla sommità del cancello stesso;
• sollevamento bici x da parte di y, penoso e sudato passaggio della medesima a x oltre il cancello;
• sollevamento bici y da parte di y, penoso e sudato passaggio della medesima a x oltre il cancello;
• arrampicata e discesa oltre il cancello del soggetto y, evitando gli spuntoni acuminati alla sommità del cancello stesso;
• atterraggio di y oltre il cancello, facendo (poca) attenzione ai bagagli e alle biciclette sparsi nella zona di atterraggio;
• autocompatimento condiviso;
• allontanamento dal posto, con quanta più discrezione consentono le condizioni dell’intera scena.

Poche centinaia di metri dopo, è l’insegna della trattoria “l’Orco”, decorata con bandierine dai colori vivaci, a sintetizzare la bassezza morale della scena poco prima vissuta.
Imbocchiamo la provinciale per Alberese, che ci concede un po’ di tregua da deviazioni e acrobazie, regalandoci addirittura un po’ di ombra fino all’ingresso in paese. [continua]







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