A che punto è la campagna #cyclesafe

12 Settembre 2013

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Ulteriori novità sul mondo della bici arrivano dalla Gran Bretagna nell’ultima settimana. Le organizzatissime associazioni pro-bike di oltremanica riescono a mantenere le due ruote sempre all’ordine del giorno, e sono arrivate a creare una pressione politica che comincia a farsi rilevante.
Lo dimostra la manifestazione a Londra dello scorso 2 settembre: migliaia di ciclisti si sono dati appuntamento nei dintorni del Parlamento, creando un serpentone lungo più di un chilometro. La data e il luogo del ritrovo non erano casuali: il corteo ha infatti girato attorno al Big Ben proprio nel momento in cui, nello stesso palazzo, il Parlamento dibatteva il rapporto della Commissione Multi Partitica che ha come obiettivo quello di “far pedalare la Gran Bretagna”. Il rapporto, presentato lo scorso aprile, era risultato dalla campagna “Cities fit for cycling” del Times, arrivata in Italia con il nome #salvaciclisti, e presentava 18 precise proposte a favore delle due ruote.

Dopo la risposta pubblicata dal governo a fine agosto, toccava ora al Parlamento considerare il rapporto. Le aspettative riguardo a questo dibattito parlamentare erano alte, forse anche troppo. Lo svolgimento del dibattito è stato un successo: che non ci si immagini una Camera dei Comuni piena, ma la cifra di 100 parlamentari che hanno partecipato è positiva; circa 70 di essi hanno parlato, tutti in favore del rapporto, che alla fine è stato votato all’unanimità. Il problema è che questo voto non ha alcuna conseguenze pratica: è semplicemente l’espressione dell’approvazione del Parlamento, ma non costringe il governo a prendere alcuna iniziativa.

Inutile scendere nei dettagli di ciò che si è detto: i parlamentari partecipanti erano in un certo senso “preselezionati”, erano cioè quelli che si interessano alla questione (o che come minimo pensano di avere qualche vantaggio interessandosi alla questione). Julian Huppert, copresidente della Commissione responsabile del documento, ne ha ricordato i punti principali, elencando i vantaggi in termini di salute, soldi e tempo libero che si avrebbero con una maggiore diffusione della bici.

Più interessante, se non nell’immediato almeno potenzialmente, è un’iniziativa del partito laburista (attualmente all’opposizione), che ha annunciato la creazione di un gruppo al suo interno, con l’obiettivo di coordinare gli sforzi di promozione dell’uso della bici. Finora le iniziative pro-bike sono sempre venute da singole figure (come il sindaco conservatore di Londra Boris Johnson) o da singoli parlamentari (come quelli della Commissione Multipartitica). La speranza è che l’iniziativa laburista non sia solo un fuoco di paglia fatto per cavalcare l’onda mediatica che circonda in questo periodo il mondo della bici: se i partiti cominciassero a competere riguardo alla promozione delle due ruote il mondo ciclistico britannico farebbe un grande passo in avanti.

Oltre al dibattito parlamentare, la scorsa settimana ha visto altri tre interessanti sviluppi: il primo riguarda i limiti di 20 miglia orarie (equivalenti a circa 30 km/h). Come si era appreso a marzo, la polizia aveva l’abitudine di non punire gli automobilisti che superano questo limite nelle sempre più diffuse “zone 20” britanniche. Il 3 settembre il Ministro dei Trasporti Norman Baker ha annunciato che la ACPO (Association of Chief Police Officers) sta rivedendo le sue linee guida al riguardo, cosa che porterà a una maggiore severità verso chi supera i limiti di velocità. Come ampiamente scritto nell’inchiesta “Città 30“, l’effettivo rispetto dei limiti è fondamentale per il successo di queste iniziative.

Il secondo è la presentazione dei progetti da parte delle circoscrizioni di Londra per assicurarsi una quota dei 100 milioni di sterline che verranno usati per creare delle “mini Olande”, delle aree con una qualità dell’infrastruttura stradale pari a quella olandese (almeno nelle intenzioni del sindaco). Oltre alle tradizionali piste ciclabili, fra i progetti presentati vi è anche una corsia ciclabile galleggiante, da installare sul Tamigi, e degli ascensori per bici da usare nei tratti in salita. Quando la lista dei progetti approvati sarà pronta, vedremo più approfonditamente che scelte saranno state fatte per migliorare l’infrastruttura stradale londinese.

Il 12 settembre una delle “circoscrizioni” più importanti di Londra, quella della City, ha annunciato che sarà trasformata in una grande “zona 20”, in cui cioè il limite massimo di velocità sarà di 20 miglia orarie (32 km/h). La City è il centro finanziario di Londra, cuore pulsante della città, cosa che dà un alto valore simbolico, oltre che pratico, a questo annuncio. La decisione si inserisce in un trend generale che vede le “zone 20” (equivalenti alle nostre “zone 30”) diffondersi sempre più nella capitale britannica. Queste scelte non sono dettate dalla moda, ma da considerazioni pratiche supportate da seri studi, come quello, pubblicato sul British Medical Journal, secondo il quale, nelle aree in cui le “zone 20” a Londra sono già realtà, il numero di pedoni gravemente feriti o uccisi in seguito a incidenti stradali è diminuito del 41% (cifra che sale ancora nel caso dei bambini). Secondo alcune stime, per attraversare in auto la City con i nuovi limiti a 20 miglia orarie ci vorranno 25 secondi in più rispetto a oggi, cifra che appare insignificante a confronto con quelle relative agli incidenti appena citate.

Infine, l’instancabile Boris Johnson ha annunciato l’introduzione di multe di 200 sterline per quei camion che non installano misure di sicurezza che possono salvare la vita dei ciclisti, come ad esempio delle protezioni che impediscono di travolgere i ciclisti con le ruote posteriori o dei sensori che avvertono della presenza di persone accanto al camion, nel cosiddetto “punto cieco” degli specchietti retrovisori. I camion a Londra, nonostante costituiscano solo il 4% del traffico, sono coinvolti nel 53% degli incidenti che vedono ciclisti feriti. La campagna del Times “Cities fit for cycling” fu lanciata a inizio 2012 a seguito di un incidente occorso alla loro giornalista Mary Bowers, gravemente ferita da un camion mentre si recava al lavoro in bicicletta. Mary rimane in stato di incoscienza.

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