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La rugosa gelosa

Rubriche e opinioni • di 15 Aprile 2014

rugosa _gelosa

Sul piedistallo, baciata dal sole, te ne stai in bella mostra nel piccolo negozio di periferia, in attesa di uscire dalla mischia di avere una tua identità, un anima, un affetto.
La tua vernice brilla, le tue cromature riflettono la luce al punto di accecare Carla, è proprio quel raggio di sole riflesso che la colpisce e fa nascere la simpatia:
“Nonno mi piace questa!” dice toccandola. L’oggetto si muove… un brivido o l’equilibrio precario?
Siamo a metà giugno, la ragazzina è stata promossa e nonno Tommaso vuole fargli questo regalo. Piena di gioa la prende in mano e l’accompagna all’uscita del negozio, uno, due, tre gradini piano, piano, con delicatezza ed eccole in strada.

Carla sale, avvia le prime pedalate, lei, attraverso l’impugnatura, percepisce, coglie l’emozione la felicità della fanciulla trepidante, brillano i suoi occhi, sudano le sue mani, tremano le gambe. Attimi di gioia per tutti, brevi momenti che riempiono il cuore, chi per un motivo chi per un altro… non importa la motivazione, importante è il gaudio comune.

Passano gli anni, il ricordo di quella promozione è lontano, è lontano il ricordo di quell’attimo. Carla è cresciuta, è diventata mamma, con la bicicletta ne ha fatta di strada, ma ne ha sempre avuto cura. L’ha usata per la spesa, per portare Vincenzo alla materna e poi all’elementare, per far visita ai genitori, per le bellissime scampagnate in comitiva e via dicendo.
Vincenzo cresce: “Mamma posso usare la tua bici per andare a scuola?”
“Mi raccomando!!!” Risponde con preoccupazione.

Ahi! cominciano i guai, il giovane non ha certo la cura della mamma e in men che non si dica il gioiello si deteriora. Per pigrizia il ragazzo non la ricovera al coperto, troppo scomodo aprire e chiudere il garage tutti i giorni, la butta di qua e di là dove capita. Anche mettere il cavalletto è un fastidio, meglio buttarla per terra, addosso al muro, al palo, anche se scivola non importa. La vernice comincia a rigarsi, perde brillantezza, le cromature si ossidano. Consegue la trasformazione, è inevitabile, via i parafanghi, via il cestino, il fanale e vari piccoli accessori.

Arriviamo ai maltrattamenti e a questo punto c’è il cedimento degli organi. Inizia la malattia che la conduce alla fine della sua esistenza, all’abbandono. La speranza è l’ultima a morire. Tra le sterpaglie, appoggiata vicino ai contenitori delle immondizie, rugosa giace senza il copertone posteriore con la catena per terra, pronta per essere raccolta dal primo ferrivecchi di passaggio e finire la sua vita in una pressa. Con la poca aria rimasta nella ruota anteriore, con sguardo disperato, con voce fievole mi chiama, implorante: ”Romeo… portami a casa con te”.

Come posso trascurare il richiamo angosciato? La prendo per mano e la conduco, facendo rotolare la nuda ruota. Rumoroso è il suo andare, la gente si gira a guardare, continuo incurante la missione: ”Oh cara rugosa ora sei mia ti do vita, ho già in mente come”

Ricovero la paziente tra altre sorelle smembrate, mutilate, in mezzo a una quantità indefinita di organi, in attesa di trapianto per ritornare a vivere e regalare momenti di intensa gioa. Nel sole e nel vento, nel volo fantastico che solo questo mezzo può dare.

Sono riuscito nel mio intento: ti ho fatto stravagante, simpatica, unico esemplare nel tuo genere, sei tornata giovane, bella e gelosa della tua attuale personalità. Ti piacerebbe restare con me…piacerebbe pure a me… hai visto anche tu quante siete, se vi tengo tutte come faccio a dar vita ad altre malate… ho i posti letto contati, inoltre sei fatta per far volare, rimanendo a terra, chi ti conduce. Sono fiero di te e spero che il tuo carattere sia apprezzato. Questa è la storia della “Rugosa Gelosa” trovata marrone, diventata gialla. Una delle tante trovate e ripristinate, creature che hanno un fascino irresistibile, più son malconce più soddisfazione ho nel ridonare loro la lucentezza del primo giorno… se non del primo di quello di mezzo.

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