Ciclisti urbani si diventa

11 Maggio 2015

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Strade piene d’insidie, attraversamenti poco visibili, traffico motorizzato che satura gli spazi: pedalare in ambito urbano rappresenta una lotta quotidiana per la sopravvivenza. Siamo nati per camminare ma l’equilibrio in bicicletta, che spesso si acquisisce da piccoli, lo si conquista sul campo: cadendo e rialzandosi, sbucciandosi le ginocchia per non aver fatto i conti con la forza di gravità. La voglia di esplorare nuove possibilità vince le paure e così si pedala verso nuovi orizzonti di mobilità, fendendo l’aria su due ruote che sibilano sull’asfalto.

Le cronache locali sono piene di notizie relative a incidenti in cui sono coinvolti ciclisti, tamponati o investiti da conducenti di mezzi a motore. Quando ci scappa il morto – e purtroppo capita abbastanza di frequente – il tema diventa, per poche ore, un caso nazionale. Puntuale si riapre l’eterno dibattito sull’applicazione di misure draconiane solo nei confronti di chi guida in stato di ebbrezza o sotto effetto di droghe. Il tutto senza mai mettere minimamente in discussione il fatto che buona parte delle infrastrutture sono state costruite come “autostrade cittadine”, ad uso e consumo di chi spinge impunito sull’acceleratore e chi pedala – in mancanza di politiche serie di messa in sicurezza dei percorsi ciclabili all’interno del tessuto urbano – spesso è costretto a farlo a proprio rischio e pericolo. Al momento l’unica arma a disposizione dei ciclisti urbani è quella di aumentare di numero: una massiccia presenza di pedalatori sulla carreggiata “costringe” chi guida a prestare maggior attenzione.

Per come sono state progettate le strade e la viabilità all’interno della maggior parte delle città italiane, salvo rare eccezioni, la vita di chi pedala è appesa a un filo che può essere reciso a una rotonda che non consente di essere attraversata in sicurezza; a un incrocio a raso senza un’adeguata segnaletica orizzontale e verticale; a buche che vengono riparate peggio di come sono state fatte e alla prima forte pioggia si trasformano in pozzanghere dove annegano i buoni propositi elettorali del politico di turno.

Vincere la paura, imparare a pedalare nel traffico, capire quando è possibile aggirare un ostacolo in sicurezza e quando invece è meglio mettere il piede in terra e fermarsi: tutte queste cose un ciclista urbano le sa o, meglio, le apprende giorno per giorno a proprie spese, dal momento che la sua presenza sulla carreggiata è percepita da chi è al volante come un’anomalia o addirittura un’intrusione. Il nodo rimane sempre quello: la velocità. Abbassando il limite dei mezzi a motore da 50 a 30 chilometri orari sulle strade urbane, è stato dimostrato che aumenterebbe la sicurezza di tutti gli utenti della strada con un netto decremento dell’incidentalità e dei morti.

Il cambiamento è a pochi colpi di pedale, basta salire in sella e andarselo a conquistare.

Perché ciclisti urbani si diventa.

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