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Riscoprire il piacere di pedalare

Diari • di 17 Settembre 2015

Da qualche mese mi sono iscritto alla newsletter di questo sito e questo mi ha permesso di conoscere le storie di tanti amanti della bicicletta che desiderano condividere le proprie esperienze. E così, dopo aver sognato ad occhi aperti con le esperienze altrui, mi trovo a scrivere la mia esperienza/vacanza/avventura iniziata quasi per caso.

Un paio di mesi fa ho ricevuto il ben servito dall’azienda per la quale ho lavorato negli ultimi dieci anni (tralascio i dettagli) ma sono sempre stata una persona pronta a rialzarmi e trovare nuove e stimolanti motivazioni, anche dopo un licenziamento per eccessiva onestà.
Sono sempre stato un appassionato di bici ma non di quelli supertecnologici e supervestiti e supercostosi: uno a cui piace sentire l’aria in faccia sia essa afosa e torrida d’estate, umida e gelida di inverno.

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L’anno scorso ho acquistato un piccolo carrello per bici e l’avevo già testato in un viaggetto di 350 km di un paio di giorni, con ottimi risultati. Quest’anno la “libertà” lavorativa mi ha portato più volte a maturare il pensiero di muovermi in bici e scoprire quando sia piacevole e rilassante transitare con la bici nei posti più diversi. Perciò, dopo aver inviato centinaia di mail alla ricerca di un nuovo lavoro, anziché ansimare per ricevere risposta, ho deciso di caricare sul carrellino il minimo indispensabile – tra cui tenda e sacco a pelo – e di partire da Bari in direzione Ancona (dove ho parenti) pensando almeno di raggiungere in bici la mèta. Tempo stimato 3 giorni: già i miei conoscenti mi davano del “pazzo”.

Purtroppo il tempo dei primi giorni mi ha «costretto» a utilizzare per un tratto il treno con tutte le vicissitudini della circostanza, dato che in Italia bisogna pagare il biglietto per il passeggero e pure per la bici e stare in un «locale tecnico» di un vagone, mentre decine di persone si accalcano all’avvicinarsi del controllore per fuggire dal treno perchè sprovvisti di biglietto. Quindi in buona sostanza la bici paga, gli esseri umani no e il servizio che offre Trenitalia non sempre è all’altezza.

Arrivo a destinazione apparentemente stanco: non avevo mai percorso 200 km con un rimorchio di circa 20 chili in un solo giorno e con un vento contrario che avrebbe fatto desistere il più pagato dei ciclisti professionisti.

Pausa di due giorni, ma poi mi son detto: perchè non provare a salire ancora? Così una mattina alle 6 riparto e lungo la costa adriatica butto giù un altro tragitto di circa 150 km e un paio di tratti in treno (per valutare il servizio in altre Regioni e scansare il temporale incombente): servizio ferroviario migliorato per quanto riguarda i costi ma pur sempre arrangiato.

Arrivo dalle parti di Reggio Emilia: sosta da un amico e il giorno dopo riparto con lo stesso entusiasmo (sebbene la via Emilia non ti incoraggi ad essere entusiasta) e arrivo nei dintorni di Milano in una splendida serata estiva.

Pausa di una giornata e giro nei dintorni e poi osservando le mappe noto che sono a meno di 100 km dalla Svizzera: e quando mi ricapita di arrivare in Svizzera da solo? Pardon con la mia bionda (bici gialla) e il figliolo (carrello)?

Il giorno dopo di buon ora mi avvio in direzione Milano e poi direzione Chiasso: qualche indicazione sbagliata e/o qualche rotonda presa male ma alla fine arrivo a Bizzarone dove incontro un generoso guidatore che alla mia richiesta di una fontana per abbeverarmi mi regala una bottiglietta di acqua per dissetarmi dopo il salitone. Lo ricorderò come uno dei pochi generosi dell’intero viaggio.

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Finalmente dopo pochi chilometri entro in Svizzera e già si respira aria di attenzione verso i ciclisti e soprattutto verso il mio rimorchio e bandierina. Un paio di notti in campeggi con panorama mozzafiato sul lago di Lugano e con attenta ammirazione per l’organizzazione degli svizzeri e poi riprendo la discesa verso l’Italia. In realtà decido di saltare sul lago Maggiore e di costeggiarlo fino a Sesto Calende e poi giù per la ss33. Splendido panorama anche qui e giornata indimenticabile. Intanto i miei freni stanno per fondersi come non era mai successo nei precedenti 30mila km a causa dei saliscendi a cui non ero mai stato abituato: e con un carrello che se in salita ti tira giù, in discesa ti obbliga a tenere i freni ben schiacciati!

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Ripasso nelle vicinanze di Milano e stavolta anziché utilizzare il treno decido di scendere fino a casa in bici, tanto nessuno mi insegue e la mia casetta portatile è sempre con me.
Ogni mattina faccio incetta di frutta e liquidi (che occupano altri 5-6 kg di carico) e mi avvio sulla maledetta via Emilia ss 9. Strada a dir poco fatta apposta per tener lontani i ciclisti: tratti stretti già per due auto ma immaginate quando due tir cercano di incrociarsi e uno dei due dietro prova a stringermi e io osservo tutto dallo specchietto. Alla mia destra altri 10 cm di asfalto oltre la linea bianca e poi una allegra discesa a 80 gradi nelle campagne emiliane: fortuna che la maggiorparte dei tir/auto si incuriosiscono della mia bandierina e rallentano al momento giusto.

Intano a Bologna incrocio Luciano del CircoLuce con cui percorro un tratto: un curioso marionettista, andate sul suo sito e capirete il perché. Poche le piste ciclabili decenti, per intenderci verso Piacenza e Imola. Le altre – pur essendo segnalate – implicano per un ciclista con carrello un susseguirsi di saliscendi alcuni dei quali da gradini di 15 cm spesso privi di rampa d’accesso inclinata. Arrivo dalle parti di Forlì e decido di proseguire in direzione Cervia: i 40 km più pericolosi dell’intero viaggio. Auto che mi sfiorano su una provinciale già al limite dei due sensi di carreggiata: è chiaro che non sono più in Svizzera.

Intanto mi permetto un appunto: molti ciclisti incontrati per strada – i cicloturisti – ricambiano allegramente il mio saluto, i «fighetti» ciclisti con bici da 4mila euro e tutti tecnologicamente avviati verso la pedalata di gruppo non si degnano neanche di un sorriso. Io insisto a salutare tutti anche i vecchietti con Graziella datata ed è bello vedere un sorriso perchè se la bici non ti fa sorridere allora vai in auto che il broncio ti resta uguale!

Dopo la pausa in un campeggio alquanto costoso – al pari del lago di Lugano – mi avvio in discesa sull’adriatica, altra strada alquanto pericolosa ma con tratti di pista ciclabile invidiabile (zona Pesaro-Fano) e comunque carreggiata larga in molti tratti. Il premio come strade peggiori per i ciclisti va a Senigallia: vorrei tanto che i suoi assessori facessero un giro in bici senza sellino per capire come è divertente saltare qua e là nell’asfalto minato.

Intanto scendo la costa e dopo altre due notti in camping finalmente economici ma dignitosi incontro una coppia di statunitensi che viaggiano da mesi in bici: a lei vorrei chiedere se ha anche una sorella nubile disposta a seguirmi ma la lingua non mi permette di rischiare, più tardi leggerò di loro sul sito www.twofargone.com le loro fantastiche esperienze.

Fino a questo momento sono riuscito ad abbeverarmi tra fontane di paese e a cibarmi con frutta da bancarella mentre la sera mangiavo qualcosa di più sostanzioso: fantastiche le piadine a Cervia del chioschetto vicino alla colonnina dell’acqua comunale.

Arrivo a Termoli e in un primo momento vorrei saltare sul traghetto per le fantastiche isole Tremiti ma scopro che ci sono due sole corse e sulle isole non ci sono campeggi. Rimando e mi dirigo in direzione Gargano: è venerdì 2 luglio, dopo Termoli inizia il deserto foggiano, 60 km senza incontrare un paesino e con pochissimi distributori di benzina a cui devo attingere per un poco di rinfresco. Intorno ci sono solo campagne coltivate ma desolate: sembra di stare in un deserto fino a Rodi Garganico, dopo un’intensa salita su per le colline. Finalmente un campeggio (che io scelgo al momento) di gente cortese e disponibile.

La mattina dopo riparto facendo tappa a Peschici e Vieste con rispettivo tuffo a mare, poi chiedo informazioni per raggiungere Mattinata. Esistono due strade mi vien detto: “Una panoramica che costeggia il mare ma assolata e trafficata, l’altra sotto la fresca vegetazione e senza traffico”. Scelgo la seconda che in effetti è sicuramente senza traffico (in 45 km ho incrociato 5 auto e un autobus che a un bivio era più indeciso di me) ma la vegetazione l’ho vista dopo 10 km di intensa salita e la discesa, l’ho vista dopo 25 km di salita e 800 mt di dislivello: praticamente morto in cima, ripagato dalla discesa di altri 20 km tra curve e panorami mozzafiato. Mi chiedo perchè non diventi una pista ciclabile con postazioni per abbeverarsi: io lo chiamo turismo inutilizzato.

In giornata rientro a Bari per scoprire che il tratto di costa Manfredonia-Barletta è un susseguirsi di desolazione. Veramente la provincia di Foggia entra di prepotenza come la più desolata vista in 2.000 km e forse anche la più calda.

Ora sono a casa ma penso già a continuare il mio viaggio fino a Reggio Calabria e poi risalendo la parte Tirrenica ma chissà: anche questo altro viaggio partirà per puro caso.

Good bike a tutti!







4 Risposte a Riscoprire il piacere di pedalare

  1. Lorenzo ha detto:

    Bella recensione e bel viaggio.
    Sei passato vicino a casa mia (dal lago maggiore, sesto calende potevi incrociare i navigli e scendere sino a Pavia)
    Mi ricorda il mio viaggio in moto di 25 anni fa quando mi rubano tutto e da Pesaro arrivai a Foggia centellinando ogni goccia di benzina che avevo nel serbatoio sino al campeggio dove mi aspettavano glia amici.
    Ancor più bello farlo con la bicicletta.
    Auguri per il prossimo nuovo lavoro

  2. Francesco ha detto:

    Proprio un bel viaggio in bici. Mi è piaciuta l’idea (voluta o meno) di partire e andare e far sì che il viaggio si faccia strada da se, che prenda la sua direzione dopo ogni giro di pedale.
    Ti saluto e auguri per il futuro, in bici e non.
    ciao
    Francesco

  3. maurizio ha detto:

    Complimenti per il racconto ma sopratutto per lo spirito del viaggio !!

    maurizio

  4. MaryJ ha detto:

    Un racconto che mi ha fatto viaggiare ancora, grazie. Dotato di grande motivazione, alla base l amore per la due ruote, ma soprattutto l attraversare la terra a cui apparteniamo é come viaggiore intorno al e sul nostro corpo.
    Emergono spunti per riflettere
    sulla viabilita e sicurezza per i ciclisti spesso superficiale e disinteressata e un territorio che ha bisogno di essere ammirato in maniera adeguata e salvaguardato.
    Che senso vi farebbe attraversare la superficie del vostro corpo e trovare zone non curate?
    Buon senno a tutti viandanti.
    Al ciclista che ha raccontato auguro lunghe e meravigliose terre da raggiungere.

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