Ciò che non si può dire sulla strage a Nizza

18 Luglio 2016

ATTENTATO-NIZZA-CAMION
Il 2016 sembra essere un anno maledetto: il terrorismo sta colpendo in modo indiscriminato, ovunque e comunque e non passa settimana senza rimanere sgomenti da un nuovo atto di barbarie perpetrato in una zona o l’altra del nostro magnificente emisfero. In qualche modo è come se la paura si stesse impossessando di tutti noi per impedirci di frequentare luoghi affollati e fare tutte quelle cose che rappresentano la base del nostro vivere occidentale.

E qui avrei gioco facile se sostenessi che non bisogna farsi prendere dalla paura e dallo sgomento perché, a conti fatti, è molto più probabile morire in un incidente stradale che non durante un attentato terroristico, anche in un paese bersaglio come la Francia dove, in meno di 12 mesi, hanno perso la vita 213 persone (Bataclan + Nizza) per attentati terroristici e oltre 3.000 persone per incidenti stradali.

Ma il ragionamento sarebbe viziato da una questione non irrilevante: per quanto i morti siano tutti uguali e a conti fatti morire sparati o investiti è la stessa cosa, la percezione individuale della morte non lo è perché al cuore non si comanda e alla paura, neppure.

Se l’aspetto emotivo della questione è da tenere quindi in considerazione per le vittime, non lo è sicuramente per chi decide di colpire, ovvero per chi cerca in modo estremamente razionale il modo più efficiente ed effettivo di fare strage. Nel caso di Nizza la scelta è caduta su un imponente mezzo a motore, inarrestabile e inesorabile capace di ripetere su larga scala l’orrore che avviene quotidianamente e in modo centellinato sulle strade di tutto il mondo.

Se prendiamo però gli ultimi due grandi attentati che hanno colpito l’occidente nel corso dell’ultimo mese, quello di Orlando (sparatoria in un bar) e quello di Nizza, possiamo notare un approccio decisamente differente nel dibattito pubblico: dopo la sparatoria al gay club americano si è parlato di Islam e di controllo delle armi. Dopo l’attentato a Nizza, si è parlato solo di Islam.

Manifestazione per le persone uccise al Pulse fuori dalla Casa Bianca a Washington DC, 12 giugno 2016 (EPA/JIM LO SCALZO)

Manifestazione per le persone uccise al Pulse fuori dalla Casa Bianca a Washington DC, 12 giugno 2016
(EPA/JIM LO SCALZO)

Nonostante il numero di vittime di Nizza sia superiore a quello di Orlando, a nessuno è venuto in mente di aprire una discussione sullo strumento utilizzato per fare strage, ma solo sul profilo psicologico dell’attentatore e su eventuali mandanti. In buona sostanza, l’idea che mezzi motorizzati di qualunque potenza possano entrare nei centri abitati (e magari essere utilizzati per compiere i gesti più efferati) è talmente accettata che nessuno mai si potrebbe permettere di mettere in dubbio questo dogma, anche se questa si traduce in una strage di 84 persone.

Di fronte a ogni tragedia siamo abituati a seguire lunghi discorsi e dibattiti sulle carenze dei sistemi di sicurezza e dell’intelligence che non ha fatto il proprio dovere per proteggere i cittadini, ma non questa volta perché di mezzo c’è il dio motore. Dall’11 settembre 2001, quando ci si è resi conto che gli aerei potevano essere trasformati in bombe volanti, non si può portare neppure una bottiglia d’acqua nel bagaglio a mano se si sale in aereo, ma di fronte al dio motore, come insegnano i giornalisti nostrani, le uniche parole spendibili sono fatalità o follia.

Eppure ci sono città come Oslo in Norvegia, Amburgo in Germania e Pontevedra in Spagna che hanno già iniziato a recidere il proprio cordone ombelicale con il mondo dell’auto e che presto saranno totalmente car-free.

Un motivo c’è ed è semplice: le auto e tutti i mezzi motorizzati sono pericolosi e se non riusciamo a capirlo dopo che un pazzo ha ammazzato 84 persone schiacciandole come insetti, non so cosa possa servire per spiegarlo.


 

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