La granfondo Strade Bianche vista da dentro

5 Marzo 2018

È una fredda mattina a Siena, il termometro segna pochi gradi sopra lo zero e il fondo è andora bagnato da tutta l’acqua scesa nei giorni precedenti. I 6 mila partenti della granfondo Strade Bianche sono lì che aspettano il proprio turno per iniziare a pedalare.

Durante l’attesa si respira nervosismo, non solo tra quelli che sono venuti per vincere (e che a mio modestissimo parere se ne sarebbero potuti rimanere a casa), ma anche tutte quelle persone normali che sono lì per divertirsi che il giorno prima non si sono persi lo spettacolo della classica che ha consegnato la prima vittoria nelle mani del belga Benoot e che, soprattutto, hanno visto le condizioni dei tratti di sterrato. Nel folto gruppo che si assiepa davanti alla Fortezza Medicea non si parla d’altro e ci si fa coraggio reciprocamente, come avviene tra i soldati in trincea prima dell’assalto.

L’atmosfera è piena di entusiasmo e sono seriamente dispiaciuto di non poter pedalare. Il mio compito oggi è seguire la corsa da una delle auto di servizio Shimano addette al cambio ruote e al supporto meccanico in corsa per il gruppo di testa.

Pietro Algeri

“Piacere Pietro”, mi dice un uomo più vicino ai 70 che ai 60 anni e che guiderà la macchina. Assomiglia a Paul Newman e, mentre cerco di ricordarmi dove l’abbia già visto, Federico, meccanico ufficiale della nostra vettura, mi svela l’arcano, è Pietro Algeri, campione del mondo su pista nel 1970, professionista fino al 1982 e poi direttore sportivo di una serie di squadre che, nei 35 anni successivi, hanno vinto pressoché tutto.

È “solo” una granfondo, ma l’organizzazione fa sul serio. A bordo ci sono due radio, una che trasmette la mitica radiocorsa, l’altra serve a coordinare le auto di supporto.

Alle 8:30 si parte, mentre il cielo inizia ad aprirsi e allontana le paure della pioggia. Noi siamo in testa e non vediamo nulla, ma Pietro dice che entreremo dietro i battistrada subito dopo il primo segmento sterrato.

E così è: arriva il gruppo dei primi che pedalano come se stessero scappando dal demonio in persona e tengono una velocità che mi fa venire il fiatone solamente a vederli. “Vanno come i pro”, dice Pietro.

Davanti a noi si aprono le colline senesi, i suoi filari di cipressi e quelle strade che non conoscono pianura. Pietro mi fa un breve riassunto del suo curriculum vitae che si interrompe bruscamente nel 2008, quando hanno beccato Riccardo Riccò. “Quello lì faceva sempre di testa sua e non mi stupisce che sia finito così. E se sei un direttore sportivo, ma non riesci a controllare i tuoi corridori, vuol dire che c’è qualcosa che non va. È per quello che mi sono ritirato.”

Mi racconta di Moser e di Gimondi, di quella volta alle olimpiadi di Monaco del 1972 quando l’edificio degli atleti italiani era proprio davanti a quello degli Israeliani e lui vedeva le punte dei mitra palestinesi dalla finestra della sua camera.

Federico al cambio ruote.

Nel frattempo, un po’ di ruote sono già andate: Federico parla poco, ma quando c’è da intervenire è chirurgico. “Ruota davanti o dietro?” chiede e parte con la ruota giusta in mano che sostituisce in meno di 20 secondi: sembra di essere al cambio gomme di un gran premio di Formula uno.

Marcus Burghardt all’arrivo della gara Pro

La strada intanto si è un po’ asciugata e manca l’effetto fango del giorno prima. Quelli del gruppo di testa continuano a pedalare come se non avessero altri scopi nella vita e la cosa mi sconcerta un po’. In fondo in palio c’è “solo” un paio di scarpe S-phyre della Shimano, ma a comandare qui sembra essere il testosterone più che altro.

All’altezza di Vico d’Arbia finalmente il percorso lungo e quello medio si incontrano nuovamente e iniziamo infatti a vedere quelli che stanno prendendo la granfondo per ciò che deve essere: un momento per stare assieme e condividere un po’ di endorfine pedalando in uno dei paesaggi più belli del mondo.

E ce ne sono di tutti i tipi: uomini magrissimi e quelli con la pancia, anziani in palese stato di difficoltà e donne di qualunque forma che, nonostante la fatica, non rinunciano a sfoggiare il proprio sorriso migliore.

A questo punto avviene una cosa che non avrei voluto vedere: mancano 25 km all’arrivo, siamo vicini al ristoro dove si accalcano tutti quanti per riuscire a strappare un panino col prosciutto. C’è un corridore rimasto indietro rispetto al gruppo di testa e senza più speranza di rientrare che chiede strada con modi poco garbati a chiara dimostrazione che lui non è lì per divertirsi, ma per fare classifica. Si fa strada mentre gli vengono riversate addosso montagne di insulti meritatissimi in tutti i dialetti che la nostra splendida Italia è in grado di offrire.

Siena è lì che ci guarda in cima alla collina, ma il percorso, beffardo, prevede ancora una deviazione: sulle salite più ripide dell’ultimo sterrato qualcuno è fermo e boccheggia a bordo strada, quasi tutti spingono la bicicletta, solo i più arditi riescono ancora a pedalare.

Arrivati in città c’è una calca impressionante: i senesi si sono riversati in strada a salutare gli atleti che hanno osato sfidare il loro territorio e arrancano sulla salita di via Santa Caterina che sfoggia un brutale 16% di pendenza e costringe moltissimi atleti a scendere di sella e a spingere, esausti, la propria bicicletta.

In Piazza del Campo non c’è la calca dei giorni del palio, ma l’energia è altissima: i vincitori della GF hanno già passato il traguardo e iniziano ad arrivare gli altri, tutti sorridenti, moltissimi con le braccia alzate al cielo.

La musica sparata dagli altoparlanti è un mix chiassoso di tamarrissime chitarre elettriche per celebrare questa festa dello sport.

E più della stanchezza poté la gioia di pedalare in questa terra meravigliosa, tanto dura quanto generosa.

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