L’Ultracycling secondo Nico Valsesia

8 Marzo 2018

Ogni sport ha i propri “eroi”, idoli che riescono a realizzare cosa che a noi comuni mortali appaiono come irrealizzabili. Nell’ultracycling sicuramente, se dovessimo fare una lista degli eroi, dovremmo citare Nico Valsesia, plurifinisher della gara di UC più dura al mondo (La Race Accross America).
Non solo bici però, perché Nico si diletta con l’ultratrail e le sfide in alta montagna. Un personaggio a tutto tondo, che ama le sfide e che le vive con passione, che abbiamo intervistato per farci raccontare il suo modo di vivere l’ultradistanza.

Ciao Nico, chi sei e cosa fai?

Nico Valsesia

Sono Nico Valsesia, nasco a Borgomanero ma da piccolissimo vengo portato dai miei genitori a vivere in Val di Susa. Qui hanno un bar, dove vi dedicano la vita, senza mai fare sport. Io invece sin da piccolo sento una naturale predisposizione per l’endurance: a sette anni sono capace di partire e camminare in alta montagna per sette ore in compagnia del mio cane.
La bici mi ha attirato da subito, a sei anni ho obbligato mio padre a comprarmi una bici da corsa. Poi sono passato alla BMX e alla bici da trial, divertendomi a fare evoluzioni come un matto, finendo pure a tenere uno show al salone della montagna di Torino. A dieci anni mi avvicino allo sci e anche se non è amore a prima vista, vivrò questa disciplina come agonista per tutta l’adolescenza.
Alla fine ho sempre esagerato in ogni cosa e così dopo qualche anno di pausa ho ripreso in mano la bici e ho iniziato ad appassionarmi alle gare di ultradistanza, perché volevo testare i miei limiti, uscire dalla mia zona di comfort, andarmi a cercare i problemi e provare a risolverli. La mia prima gara è stata la Rimini-Viareggio-Rimini, completata in 19 ore. Da lì non ho più smesso.

Cos’è l’ultradistanza per te?

Se dovessi darti un numero, sarebbero 600km. E’ questa secondo me la soglia oltre la quale la differenza tra un ciclista professionista e un amatore si assottiglia e si annulla. Fino a 300km un ciclista su strada, se forte e ben preparato, li può reggere ma 600km e oltre richiedono un impegno mentale non indifferente.
Questo perché stando in sella tutte quelle ore escono dolori nuovi, ti vengono sensazioni che non hai mai provato, devi imparare a gestire il sonno e la fame, deve prendere abitudine con le allucinazioni. Nelle prime RAAM dormivo su un materasso ad acqua. Appena mi sdraiavo sentivo i battiti del cuore riverberare nel materassino e picchiarmi in testa, era una cosa allucinante. Se non lo provi non puoi comprenderlo e solo le distanze oltre i 600km possono insegnarti a farlo.

Perché c’è questo interesse verso le competizioni di ultradistanza?
Nico Valsesia
ecco la faccia di Nico dopo 9 giorni di pedalate ininterrotte alla RAAM

Perché è facile scoprire che c’è gente che l’ha fatto, ci è riuscita ed è tornata e allora molte persone sono portare a volerle emulare. Perché quando ce la fai vivi delle sensazioni uniche, una gioia, una soddisfazione, una pienezza alle quali poi è difficile rinunciare. Se superi i tuoi limiti una volta e vedi che era possibile e soprattutto che è bello farlo, diventa come una droga, ne vuoi vivere sempre di più. Perché vuoi vedere cosa c’è oltre e come lo sai affrontare.
Inoltre nelle gare brevi, come le maratone o le granfondo, non hai tempo per pensare: devi seguire il tuo ritmo, le tue rpm o la tua frequenza di passi, devi stare in quel tempo, la mente è concentrata su altro ed è distratta dal corpo. Nell’ultradistanza tu vai più piano e questo ti porta ad avere tempo per pensare e ragionare. Quando ho fatto la prima RAAM non ho dormito per 9 giorni di fila, sembra una cosa devastante e lo è ma mi ha regalato anche momenti di grande gioia ed euforia e non riesci a farne a meno.

Come si prepara una gare di ultradistanza?

Non esiste un metodo unico per prepararsi, per esempio per la RAAM. Perché è talmente particolare che non può esistere un unico modo. E’ una gara però e quindi devi comunque allenarti a spingere forte: se vuoi essere in testa devi fare i primi 750km nelle prime 24 ore. E questo significa partire ai 40km/h e spingere la media di 25km/h per il primo giorno, nonostante poi tu abbia davanti ancora 4250km, con tappe da 450km/giorno.
Devi soprattutto allenarti a stare in bici e, io dico sempre, allenarti a stare bene in bici. Cosa significa? Devi abituarti a tenere la testa sulla strada che è uno dei problemi più gravi: ci sono ciclisti alla RAAM che si ritirano perché non riescono più ad alzare il collo. Io mi alleno con un caschetto piombato, per abituare i muscoli del collo e delle spalle a reggere il peso. Devi abituare il bacino a stare in sella. Io mi faccio costruire sgabelli con la mia sella da usare anche quando vedo la tele o ceno a casa in famiglia, per abituarmi a stare seduto. E poi devi sperimentare soluzioni scomode: io pedalo con uno zaino da trekking da 12kg, per abituare la schiena e soprattutto il bacino alla pressione della sella. E poi pedalare tanto: a volte faccio casa – Gibiliterra e ritorno non stop in un weekend solo per testare la mia condizione fisica.
A livello mentale invece non faccio molto, non perché non reputi importante l’allenamento mentale, solo che non lo trovo adatto a me. Io mi esalto quando trovo le difficoltà, quando piove, fa caldissimo o quando ho un problema, per cui trovo ancora più motivazione. Anche se io non lo faccio non significa che non sia fondamentale, anzi la testa è tutto.

Qual è il futuro dell’ultracycling?
Nico Valsesia
Non arriverà mai ad essere una cosa da professionisti, perché non può esserlo. Se lo prendi come un lavoro, non lo fai. Non fai la RAAM perché è il tuo lavoro, lo fai perché sei malato (in senso buono) di quello che la gara può darti. È pur sempre una gara ma è anche un gioco, una sfida. Se non ti diverti non superi nemmeno il primo giorno.
Bisogna stare lontani dal professionismo perché i tecnicismi uccidono lo spirito dello sport e nell’ultracycling sarebbe pericolosissimo. Chi ci segue deve trovare in noi dei modelli di divertimento, perché se non siamo felici noi quando pratichiamo ultracycling non potremo mai coinvolgere e fare apprezzare questo sport ad altri.

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