Tre ciclisti si incontrano sulla ripida strada del Pavlic Pass, tra Austria e Slovenia. James e Philipp si sono trovati poco fa e stanno condividendo un pezzo della salita, anche se Philipp, molto più leggero, potrebbe spingere di più. Dopo una curva arriva Sam in discesa: più veloce, sta già scendendo a valle dopo aver raggiunto il gate obbligatorio; però si ferma comunque per fare due chiacchiere. Classica scena di cicloviaggiatori che si scambiano informazioni sul percorso e condividono qualche momento prima di andare ognuno per la sua strada.
Se non fosse che James, Philipp e Sam sono in 6°, 7° e 8° posizione, relativamente vicini ai ciclisti che li precedono, e stanno battagliando per arrivare al traguardo entro i primi 10. Mancano ancora quasi 2000 km – siamo circa a metà strada – e proprio per questo ogni momento è prezioso. Eppure, chiacchierano e scherzano come se fossero compagni di viaggio più che rivali.
Questa è VIA race, una gara ultra cui sono molto affezionato – perché è la prima gara internazionale che ho seguito, e quest’anno l’ho fatto da coordinatore della squadra media. Ma non solo per questo.


Competizione, comunità, avventura – non in quest’ordine
In effetti, il claim di VIA race è “competition, community, adventure”. Però ecco, la seconda e la terza sono a dir poco prioritarie rispetto alla prima. E tanto meglio, perché documentare un evento è molto più divertente quando le persone parlano, si distraggono e vivono avventure, rispetto a quando pedalano a testa bassa fino al traguardo senza curarsi del mondo che scorre intorno.
La gara non è propriamente una passeggiata: 4000 km su strada con traccia libera (a parte alcuni punti obbligatori), senza supporto, in diversi paesi, entro poco più di due settimane. Eppure la maggior parte dei partecipanti la vive come una vacanza e un’avventura, quasi mai come una corsa. La competizione c’è, ma si vede che è quella sana: quella contro se stessi e quella contro i quattro o cinque partecipanti intorno. Quando incontriamo Andy tra la Francia e la Germania, all’uscita del supermercato, è esaltato e va di fretta: “Stamattina ho superato Mark, sono 35°, sono gasatissimo”, sorride mentre gonfia le borse di junk food: “Non vale niente, ma sono gasato”. Visto così, il duello è anche rassicurante: essere a distanza di qualche decina di km, in un paese straniero e in relativa solitudine, è un bel sollievo.

La gara che crea una comunità
La forza della comunità si vede anche all’arrivo: in quale altro evento ci sono più persone al traguardo che alla partenza? È quello che succede al traguardo, al De Proloog: oltre ai partecipanti che arrivano in tempo (poco più della metà, la norma in questo tipo di gare) ci sono familiari amici e anche visitatori del posto, affascinati dalle storie di questi ciclisti che arrivano dritti dal mare azzurro e dalle pareti bianche della Puglia. Bruno, il vincitore, è arrivato martedì, e aspetta e accoglie tutti gli altri fino alla festa finale di sabato. Cinque o sei persone al giorno, per cinque giorni, che aspettano i prossimi finisher: non una cosa comune.
La forza della comunità si vede anche – soprattutto – nel tempo: dall’anno scorso, due terzi dei partecipanti hanno deciso di tornare, e altrettanti torneranno per il terzo capitolo, dall’Olanda verso Nord, sulle orme dei barbari.

















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