Perché gli inglesi ci stanno insegnando a pedalare

28 Maggio 2018

Da quando il primo ciclista salì su una bici e fece a gara con un altro su chi arriva primo, il mondo delle corse ha sempre visto come protagonisti atleti italiani, francesi, spagnoli, belgi, qualche olandese e qualche tedesco. Di britannici si hanno poche notizie. Tra i più famosi c’è Tom Simpson, campione del mondo su strada e tristemente famoso per essere morto a trent’anni al termine della salita del Mont Ventoux, colpito da infarto dovuto a uso di anfetamine. Famosa è la sua frase “Put me on that damn bike”, pronunciata prima di essere colpito da una serie di collassi cardiaci. Un altro importante nome inglese è Chris Boardman, che ritroveremo più avanti.

Questo però fino all’ultimo decennio, perché negli ultimi dieci anni i corridori britannici stanno dominando la scena in quasi tutte le discipline. Su strada stiamo assistendo alle imprese di Simon Yates e di Chris Froome, che scatta in fuga solitaria a 82km dall’arrivo, come non si faceva più dai tempi di Marco Pantani. Nella mtb la famiglia Atherton, con i tre fratelli Rachel, Gee e Dan, sta raccogliendo successi nelle discipline discesistiche. Su pista il dominio è pressoché incontrastato: dai successi di Laura Trott a Londra 2012 si è passati alle Olimpiadi di Rio 2016, dove la squadra inglese ha raccolto 12 medaglie (il doppio della seconda classificata, l’Olanda), di cui 6 sono state d’oro.


E l’Italia? Il ciclismo italiano sta vivendo una strana fase: stiamo facendo affidamento ai campioni, agli individui, puntando tutto su Nibali, Aru, Viviani, esultando per un successo sporadico ma ormai consci del fatto di non poter contare molto a livello di successi collettivi.

Mi sono chiesto quindi: come hanno fatto gli inglesi a sfornare così tanti campioni, in discipline così diverse? La risposta sta in un approccio che è andato ben oltre il semplice aspetto agonistico.

Il tutto comincia nel 1999, quando al capo della British Cycling (la federciclismo inglese) viene messo Peter Keen. Il consiglio dello sport Britannico (l’equivalente del nostro CONI), mette sul piatto 900.000 sterline per un piano di sviluppo del ciclismo inglese di alto livello. Keen comincia a lavorare, programmando un progetto di crescita, che ha la sua base nel ciclismo su pista. Questo perché il pignone fisso viene visto come “propedeutico” a tutte le altre discipline. Keen presenta il piano alla British Cycling, che lo finanzia con 6 milioni di sterline. A Sidney 2000 la nazionale britannica di pista raccoglie 2 bronzi e 1 oro.

In seguito a tale esperienza, Keen presenta il progetto “Talent team”: un’accademia che valorizzi un team di giovani talenti da crescere e formare. Talenti come Wiggins, Cavendish, Swift, Thomas e Yates. Dal 2006 al 2010 il Team Talent ha sede fissa in Toscana e al velodromo di Montichiari (BS), dove si effettuano test utilizzando nuove tecnologie, nuove metodologie di allenamento e concetti innovativi. A capo del team di supporto viene messo Phil Burt, fisioterapista, che applica nuovi concetti riguardanti il posizionamento in sella. Vengono lanciati dei progetti con Mclaren e la NASA per quanto riguarda l’aerodinamica del ciclista su pista. Il lavoro del Team Talent porta gli inglesi a dominare la pista nel 2016 a Rio, con conseguenti influenze benefiche su tutte le altre discipline.

Ma il lavoro degli inglesi non si è limitato all’aspetto agonistico. Strategici sono stati dei progetti di sviluppo dell’uso della bici da parte dei sudditi di Sua Maestà. Agli inizi del 2010 Chris Boardman (plurimedagliato e recordman dell’ora), viene insignito della carica di “cycling manager” della città di Londra. L’obiettivo è rendere la capitale, e di riflesso tutte le città inglesi, ciclabili e sicure per i ciclisti. Per fare un paragone è come se Davide Cassani fosse stato messo a capo di un dipartimento destinato a promuovere l’uso della bici nelle città italiane.

Il lavoro di Boardman è stato quello di incrementare l’educazione e l’uso della bici, riuscendo a passare dal 2% al 10% di inglesi che usano regolarmente la bici per muoversi. Parallelamente viene allacciata una partnership con Sky, che nel 2012 finanzia la prima indagine sulle potenzialità dell’economia della bicicletta e che diventa lo sponsor ufficiale di tutte le iniziative della British Cycling rivolte all’aumento degli inglesi in bici. Su altri fronti l’uso della bici viene incentivato con la creazione di comitati locali che si facciano promotori verso la popolazione: ne è un esempio la Scottish mountain biking Association. Un’associazione che ha unito i produttori locali di prodotti per il ciclismo, le realtà turistiche scozzesi e ha incentivato l’uso della mtb sui sentieri e nelle località scozzesi, tanto da riuscire a organizzare la finale delle World Series di Enduro.

Se volessimo fare un paragone, la British Cycling ha attuato nel ciclismo ciò che il Barcellona ha fatto nel calcio: puntare sui giovani, creare delle situazioni che permettessero loro di crescere ed emergere, andare a lavorare sulle condizioni che facessero sì che i futuri campioni potessero avvicinarsi allo sport. I risultati raggiunti da entrambe le realtà sono sotto gli occhi di tutti.

Per comprendere quanto la British Cycling punti sui nuovi talenti e sulla creazione di un popolo in bicicletta dal quale poi modellare nuovi campioni, vi mostro questo screenshot:

 

E’ la prima pagina del sito della British Cycling nel momento in cui Yates è ancora maglia rosa e Froome sta attaccando da solo sulla salita del Sestiere. La notizia in prima pagina riguarda un’iniziativa volta a portare i bimbi di 18 mesi in strada sulle balance bike.

Nell’immagine al di sotto potete notare come nello stesso momento la Federciclismo italiana stia dando dei risultati di gare di secondo piano.

Volenti o nolenti dobbiamo accettare il fatto che gli inglesi ci stanno insegnando a pedalare e lo faranno per tanto tempo. Hanno puntato su nuove strategie, hanno creato un sistema in grado di creare i futuri campioni sin dall’infanzia (i bambini di 18 mesi sulle balance bike sono un ottimo esempio della lungimiranza della federazione), hanno messo in condizione gli inglesi di usare la bici, facendo in modo che la stessa popolazione sia una fucina di talenti sui quali poi lavorare in modo scientifico.

E in Italia? A Marzo 2017 è avvenuta la morte di Michele Scarponi, che ha sollevato un grido di proteste sulla pericolosità delle strade italiane. A oggi il CONI, La Federciclismo e il Governo non hanno fatto nulla a riguardo, come se la cosa non fosse di loro interesse.

Per sperare di poter dire qualcosa nel futuro del ciclismo agonistico, noi italiani dobbiamo sperare che nasca un nuovo campioncino e pregare non venga ammazzato a 12 anni, investito da un auto che “non lo ha visto”.

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