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Realizzare la Città delle Biciclette: ecco i 10 errori da evitare

News, Rubriche e opinioni • di 2 luglio 2018

Non esiste città il cui sindaco non dica di voler amministrare una città amica della bicicletta per ridurre il traffico e l’inquinamento atmosferico e per farlo taglia nastri e inaugura spezzoni di ciclabili che continuano ad aumentare il kilometraggio complessivo, ma che poi non vengono usate.

Questa situazione si verifica perché chi è chiamato a progettare indulge in uno o più di questi errori:

1. Il ciclopedonalismo

ciclopedonale

Una bicicletta qui darebbe solo fastidio ai pedoni

Mischiare pedoni e ciclisti non è mai una buona idea, soprattutto in ambito urbano: le biciclette viaggiano a una velocità 4 volte superiori ai pedoni e sono silenziose, questo genera paura tra i pedoni. Il ciclista è pertanto costretto a ridurre la propria velocità e i pedoni si lamentano dei ciclisti che sono giustamente ospiti sgraditi.

Corollario: Lo spazio per le biciclette non si ricava sottraendo spazio ai pedoni, ma sottraendo spazio alle automobili.

2. Il separazionismo

È diffusa la convinzione tra i non addetti ai lavori che se non c’è un muro che separi il flusso delle macchine da quelle delle bici, non si possa usare la bicicletta in sicurezza. Risultato, dove non c’è spazio per separare i flussi si preferisce ignorare la questione e lasciare le cose come stanno o, in alernativa, realizzare le ciclabili sui marciapiedi scontentando tutti.

Corollario: ogni strada ha bisogno di un tipo differente di intervento che può essere una pista ciclabile, una corsia ciclabile (fatta con la vernice) o la condivisione degli spazi dopo aver ridotto le velocità delle automobili. Non esiste una ricetta che vada bene per tutte le situazioni.

3. L’antincrocismo

cartelli ciclabili

Una sfilata di cartelli inutili: a terra è segnato un attraversamento

Si vedono sempre più spesso piste ciclabili che fanno egregiamente il proprio lavoro nei tratti di rettilineo, ma che si smaterializzano come per magia prima delle intersezioni lasciando chi pedala in balia di se stesso e dei mezzi motorizzati che gli sfrecciano attorno. Le persone non usano la bicicletta perché non si sentono al sicuro e il rischio maggiore si ha proprio dove si incontrano i flussi.

Corollario: un segnale di fine pista ciclabile, prima di un attraversamento ciclabile o pedonale, sono solo soldi regalati a chi produce cartelli .

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4. Il door-zoneismo

La mancanza di attenzione ed esperienza porta i progettisti a inventarsi delle soluzioni che al primo sguardo sembra che garantiscono la sicurezza, ma che invece si rivelano essere delle trappole mortali. È il caso delle ciclabili ricavate tra le auto in sosta e il marciapiede: funzionano fintanto che qualcuno non apra una portiera senza guardare dallo specchietto e se passa qualcuno in bici in quel momento non può avvenire nulla di bello.

portiera

La corsia trappola

5. Il residualismo

La ciclabile che va dalla zona industriale al cimitero è il grande classico di ogni amministrazione che non sa dove mettere le mani ma vuole tagliare i nastri.
Gli itinerari ciclabili non devono mettere in connsessione due punti a caso della città, ma i principali attrattori: scuole, stazioni, centri commerciali, uffici, zone residenziali.

6. Lo scolapiattismo

rastrellira

Questo non è un parcheggio per le biciclette

Dopo la paura per la propria incolumità, il secondo motivo per cui le persone non usano la bicicletta è per paura che glie la rubino. Disseminare la città di parcheggi bici che sembrano scolapiatti giganti a cui si può assicurare solo la ruota e non il telaio è un regalo ai ladri di bici.

7. Il definitivismo

Lo scotch costa meno della vernice

Spesso il processo di progettazione viene vissuto come il momento della verità da cui non si può tornare indietro. Il risultato è che se poi la soluzione approvata non funziona, viene abbandonata a sè stessa o viene rivista con notevole impegno di denaro pubblico.

Sperimentare le soluzioni in strada prima di procedere alla realizzazione definitiva è il modo per risparmiare tempo e denari pubblici.

8. L’isolazionismo

La mappa del Biciplan di Bologna

La bicicletta, come ogni altro mezzo di trasporto, funziona solo se può muoversi lungo una rete di percorsi e può relazionarsi con gli altri mezzi di trasporto consentendo al cittadino di utilizzare al meglio il giusto mix di mezzi di trasporto. Insomma, serve un biciplan (che è stato reso obbligatorio dalla Legge 2/2018).

9. L’autoritarismo

A nessuno piacciono le decisioni imposte perché ledono il nostro libero arbitrio, quella cosa a cui teniamo particolarmente tanto dai tempi di Adamo ed Eva. Prima di prendere delle decisioni che possono sconvolgere la vita e le abitudini dei cittadini occorre un confronto aperto preliminare per spiegare il beneficio che avrà la cittadinanza a fronte del cambiamento. Questo confronto serve a validare l’idea e a costruire un fronte di sostenitori del progetto da opporre alla minoranza rumorosa che è sempre contraria a tutto, spesso per questioni ideologiche e non di merito.

10. Il non comunicazionismo

Una campagna polacca per coinvolgere i bambini in un progetto di bike-to-school

Se quello che vuole la pubblica amministrazione è un cambiamento delle abitudini di trasporto della popolazione, allora dovrà inventarsi dei modi per stimolarlo. Se non si creano le occasioni per pedalare, nessuno saprà mai cosa si perde e sarà disposto al cambiamento.

Servono eventi e attività di gamification per avvicinare i cittadini alla visione di una città diversa: la città di Monaco si è data come regola che il 25% di tutti gli investimenti per la ciclabilità devono essere destinati alla comunicazione alla popolazione. E la cosa, ovviamente, funziona.

Questi sono i 10 errori da evitare, se invece volete sapere cosa fare realmente per avere più ciclisti in città, non perdete il nostro corso: “Realizzare la Città delle Biciclette“, il 19 luglio a Monza.





4 Risposte a Realizzare la Città delle Biciclette: ecco i 10 errori da evitare

  1. Marco Melillo ha detto:

    Manca solo l’annuncismo, o scartoffismo: non basta più raccontare di voler lavorare a città ciclabili (magari intervenendo con misure che vanno nella direzione opposta), né spendere lustri per redarre pomposi piani della mobilità urbana che slittano in avanti di mese in mese, al punto che da strumento per un fine sono diventati il fine essi stessi.
    Corollario: è importante avere un piano di insieme per non fare interventi slegati tra di loro e dal contesto, ma è importante anche iniziare a metterlo in pratica contestualmente almeno con gli interventi a basso costo, e non a posteriori, solo una volta che abbiamo tutto pronto, perché è l’unica maniera con cui pensiamo di poter trovare i soldi necessari agli interventi.
    (tratto da una storia vera)

  2. Alessandro ha detto:

    Chiaro e illuminato come al solito. C’è una cosa che però, secondo me andrebbe inserita nella lista. Si tratta della realizzazione di spogliatoi per gli impiegati. Ci sono amministrazioni, come quella dove lavoro io, con centinaia, a volte migliaia, di dipendenti che spendono fortune per dare incentivi e bonus (per esempio i miliardi spesi per le rottamazioni gli euro 3, 4, 5 etc).
    La realizzazione di un ambiente dove potersi lavare e cambiare, lasciare due vestiti in un armadietto ha costi ridicoli in confronto. A mio avviso potrebbe essere un iniziativa molto fruttuosa. Io per esempio, in estate non riesco ad usare la bici per andare in ufficio.
    Lo stato ha dedicato risorse a chi deve (vuole) cambiare una macchina, perchè non investire pochi spicci in un armadietto ed un lavandino?

  3. Michele ha detto:

    Bellissimo articolo con cui sono al 100 % d’accordo!
    I più odiosi sono le piste ciclopedonali (che però non hanno carattere vincolante ai sensi del codice della strada – e allora scegli di buttarti nella mischia condividendo lo spazio con le automobili). Seguiti dalle ciclabili strette, separate da cordolo (un’altra insidia pericolosa per il ciclista), e magari in una stradina di quartiere che meriterebbe lo spazio condiviso a velocità ridotta. Il colmo è stato il nuovo borgo residenziale (con velocità massima di 5 km/ora consigliabile in uno spazio da condividere fra tutti) in cui il fenomeno di turno ha “decretato” la pista ciclabile (con il solo simbolo della bici) sul marcapiede, e solo per una 40ina di metri, giusto per svoltare l’angolo.

  4. Riccardo Mordini ha detto:

    Le amministrazioni comunali usano il tema ciclabili esclusivamente per perseguire un fine: l’inesauribile azione di eliminare il maggior numero possibile di parcheggi auto!!! A Milano esistono solo piste ciclopedonali, assolutamente non percorribili in bicicletta, e la maggior parte di queste ti portano a chiederti cosa abbiano nel cervello sia chi le ha progettate che chi le ha approvate. Potrei portare mille esempi di piste progettate da quei famosi senzacervello, mentre invece il fine di eliminare parcheggi è assolutamente sempre perseguito

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