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Bologna, il test del Corriere che criminalizza chi pedala

News, Rubriche e opinioni • di 20 Dicembre 2018

“Dalli al ciclista!”: in un’ideale trasposizione dei Promessi Sposi a Bologna, nell’Anno del Signore 2018, al posto dell’untore della peste ci sarebbe chi pedala “impunemente, contromano, sotto i portici” come capro espiatorio ideale, causa del disastro della città. Basta leggere le cronache cittadine felsinee per rendersi conto che l’insofferenza nei confronti dei ciclisti è palpabile. Ma quello che ha pubblicato ieri il Corriere di Bologna è qualcosa che non avevo ancora mai visto e segna un netto salto di qualità (in negativo) nel giornalismo d’inchiesta sotto copertura: il cronista “agente provocatore” che semina il panico in bici zig-zagando tra pedoni e auto in transito per fare un test e vedere se l’annunciato giro di vite del sindaco contro i ciclisti indisciplinati ha di fatto intensificato i controlli dei vigili. A quanto pare no, ma non è questo il punto.

Il primo cittadino Virginio Merola, dopo la defenestrazione di Andrea Colombo da assessore alla Mobilità a luglio 2016, ha impresso un nuovo corso alla giunta di Bologna, depotenziando la bici come mezzo di trasporto e additando con un accanimento miope e securitario i presunti comportamenti dei “ciclisti selvaggi” come male assoluto: non solo pedalare sul marciapiede o sotto i portici (che, per inciso, in talune circostanze Codice della Strada alla mano *si può fare*, ndr) vengono considerate emergenze per la sicurezza, in un contesto in cui si muore di traffico e di smog, ma se nevica le ciclabili non vengono pulite dai mezzi spazzaneve e anzi si invitano i cittadini a non prendere la bici. D’altra parte Bologna non è mica Copenhagen. E purtroppo si vede.

In questo clima rigido riluce la perla di giornalismo d’inchiesta del Corriere di Bologna, fulgido esempio che segnalerò all’Ordine dei Giornalisti, in cui il cronista sale in sella e “si traveste” da ciclista indisciplinato per vedere l’effetto che fa, provocando la reazione di pedoni e automobilisti ma soprattutto cercando di farsi fare una multa. La multa non la prende, ma le reazioni stizzite e i rimbrotti ricevuti dagli altri utenti a cui ha deliberatamente tagliato la strada – per sua stessa ammissione, con buona pace della deontologia professionale – domani se li prenderà il primo ciclista che gli capiterà davanti perché tanto “voi ciclisti non rispettate le regole” e compagnia insultante condita di frasi fatte.

Il lessico utilizzato nell’articolo del Corsera Bologna, a firma Beppe Facchini, costituisce un vero e proprio vademecum del ciclista indisciplinato, un prontuario di luoghi comuni giornalistici su chi pedala già dal titolo: “Bologna in bici contro tutte le regole: qualche insulto, niente vigili”. Di espressioni che mettono in cattiva luce e criminalizzano chi pedala, nel pezzo, ce ne sono a iosa: “incuranti del codice della strada”; “ciclisti anarchici”; “attraversare impunemente in bici”; “anche questa volta si passa impuniti”; “l’abbiamo fatta di nuovo franca”. Ma è proprio tutto l’impianto dell’articolo a distorcere la realtà, suggestionando il lettore con un tono che vorrebbe essere satirico ma che suona invece come dell’ironia fuori luogo.

Questo “esperimento” da Pulitzer del Corriere di Bologna fa il paio con la recente inchiesta sul Resto del Carlino che martedì 18 dicembre ha avuto l’apertura. Titolo: “La guerra delle bici”. Catenaccio: “Crociata di molti sindaci contro i ciclisti maleducati…”.

Questo è il livello dell’informazione con cui dobbiamo confrontarci, come se non bastassero i servizi farlocchi come quello andato in onda qualche giorno fa a Striscia la notizia: la sicurezza stradale non fa notizia, oppure la fa soltanto se ci scappa il morto (quando ormai è troppo tardi) e il tutto viene rubricato a “tragica fatalità”. Non è colpa del destino se la strage stradale continua imperterrita: ma il pregiudizio nei confronti di chi pedala, grazie anche ad articoli come questi, è duro a morire e orienta l’opinione pubblica alimentando il linciaggio mediatico. “Dalli al ciclista!”, chissà quante ne ha da farsi perdonare.







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