Contro l’automobile, la dipendenza non necessaria di cui dovremmo liberarci

12 Giugno 2020

Probabilmente prima del lock down moltissime persone non si erano rese conto della grandezza delle strade del proprio quartiere e dell’ampiezza dello spazio pubblico che ogni giorno viene utilizzato (leggi: invaso) dalle automobili in transito e/o in sosta.

La quarantena forzata, imposta dalle misure anti-contagio per contenere la diffusione della pandemia, ha liberato le città dal traffico motorizzato e mostrato uno scenario surreale e suggestivo: senz’auto tutto appariva più bello, pulito, desiderabile.

Il caso ha voluto che quasi in concomitanza con l’esplosione della pandemia di Coronavirus fosse dato alle stampe da Eris Edizioni un libro, per certi versi, profetico: “Contro l’automobile” con sottotitolo “è più facile immaginare la fine del mondo che un mondo senza automobili?”.

Un instant-book a sua insaputa, insomma, scritto dal giornalista Andrea Coccia, co-fondatore del progetto Slow News e già collaboratore di diverse testate tra cui Il Post.

La pervasività dell’auto è il leit motiv di tutto il saggio breve (61 pagine), il tema ricorrente che viene analizzato per capire come e qualmente l’automobile sia riuscita a modificare il nostro immaginario collettivo e plasmare la nostra esistenza: “Le auto sono tutto. Le auto sono sempre. Le auto sono ovunque. Si mangiano il nostro spazio. Occupano il nostro tempo”, scrive Coccia.

La prosa è ritmata, la lettura è scorrevole: l’auto è analizzata in modo crudo e impietoso, la fotografia che ne viene fuori pagina dopo pagina è di una società – quella consumistica/capitalistica nella quale siamo immersi – dove le auto ingolfano le strade, drenano liquidità dal ménage familiare e si configurano come “una dipendenza, non una necessità”.

Molto azzeccate le citazioni con cui sono intitolati i capitoli. Le promesse degli spot dell’automotive alimentano l’immaginario collettivo con un’immagine artefatta ed edulcorata della realtà e si scontrano con una quotidianità fatta di traffico, smog, strage stradale (3.000 morti al giorno nel mondo, secondo l’OMS). Ti vendono il sogno della libertà di andare dove vuoi, ti ritrovi l’incubo quotidiano della coda in Tangenziale.

C’è un’interessante riflessione sul potere dell’automobile nel modificare l’assetto urbanistico delle grandi città: la creazione di hinterland sempre più vasti e periferie sempre più remote, raggiungibili solo in auto, ha di fatto disgregato il tessuto sociale delle città stesse e il commercio di prossimità.

Viviamo immersi in un susseguirsi di ore di punta, intervallate dal bollettino del traffico, con la difficoltà di trovare parcheggio in città sempre meno vivibili e pensiamo davvero che questo sia il migliore dei mondi possibili?

L’autore del saggio ha il merito di parlare chiaro e il vantaggio di farlo in un momento storico come questo in cui lo stop forzato per la pandemia ci ha imposto di ripensare le priorità, il nostro modo di spostarci e di interagire col prossimo: i segnali provenienti dal mercato ci dicono che il settore dell’auto è in profonda crisi, l’ennesima. Riusciremo a immaginare, infine, un mondo senza più automobili?

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