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La strage quotidiana sulle nostre strade e il silenzio della politica

News, Rubriche e opinioni • di 21 Ottobre 2019

La misura è colma da tempo, ogni giorno sulle nostre strade muoiono in media dieci persone ma il tema della “sicurezza stradale” non fa breccia nell’agenda politica, non riesce ad imporsi come emergenza nazionale, non viene affrontato compiutamente dagli amministratori pubblici che avrebbero il compito di tutelare i cittadini e invece si limitano a rubricare gli eventi quotidiani – dunque costanti – ogni volta come “incidenti” frutto di un destino ineluttabile.

Dieci morti al giorno sono un’enormità: fanno circa trecento al mese e oltre tremila l’anno. Ogni anno in Italia è come se un piccolo comune con tremila residenti sparisse dalla carta geografica: inghiottito dalla violenza stradale, cancellato a causa dei comportamenti pericolosi alla guida, raso al suolo dall’ignavia di chi avrebbe dovuto proteggerlo ma ha assistito alla sua distruzione senza praticamente muovere un dito.

È in questo contesto di fatalismo e sottovalutazione della reale entità del fenomeno che si sviluppano narrazioni pericolose, illogiche e fallaci come: gli autovelox “no, perché servono solo a fare cassa”, gli attraversamenti pedonali rialzati “no, perché poi i mezzi di soccorso non passano”, le ciclabili “no, perché non le usa nessuno e tolgono spazio ai parcheggi”, le Zone 30 “no, perché aumentano il traffico e l’inquinamento”. E intanto chi brucia i limiti di velocità su strade su cui è possibile spingere l’auto a tavoletta (cari i miei progettisti che per fluidificare il traffico avete creato autostrade urbane che sono diventate piene di croci e fiori ai margini della carreggiata, ndr) in assenza di controlli capillari contribuisce giorno dopo giorno ad accrescere il numero delle vittime innocenti della violenza stradale.

Qualche settimana fa qui su Bikeitalia.it avevamo salutato con soddisfazione la misura del bonus mobilità contenuta nel Decreto Clima: incentivi economici per l’acquisto di bici (anche elettriche) a chi rottama un’auto o un motociclo di vecchia generazione. Ma queste nuove due ruote a pedali, assieme con quelle che giù vengono utilizzate quotidianamente da chi si sposta in sella per andare al lavoro e coprire le distanze dei suoi spostamenti cittadini, andranno a circolare su infrastrutture dove la vita di chi va in bicicletta è appesa a un filo e ogni 35 ore ne viene reciso uno, per non parlare dei feriti gravi e gravissimi.


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Nella sua recente audizione alla Commissione Trasporti della Camera dei Deputati (video integrale visibile qui), la ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli ha illustrato le linee programmatiche del suo dicastero annunciando “più sicurezza sulle strade per ridurre i morti causati dagli incidenti: si tratta di una battaglia che vogliamo riprendere con forza e determinazione”. Aggiungendo che: “Dopo 12 anni che ciò non accadeva, nella manovra di bilancio abbiamo inserito 60 milioni di euro per rifinanziare il Piano nazionale della sicurezza stradale e gli interventi necessari per contrastare l’incidentalità”. Appare al momento un investimento modesto se paragonato alla vastità del problema, che ritengo vada affrontato alla radice fin dal nome: continuare a chiamarli “incidenti” come se si trattasse di episodi isolati e imprevedibili di certo non aiuta.

Un capitolo a parte merita il disegno di legge per la Riforma del Codice della Strada, approvato lo scorso luglio proprio in Commissione Trasporti alla Camera che – secondo quanto riportato dalla ministra De Micheli – il Mef (Ministero Economia e Finanze) avrebbe “affossato” e inoltre ha detto: “Bisognerà fare una verifica ma preferirei che se ne occupasse il Parlamento: come mia modalità di lavoro non ho nessuna intenzione di invadere, se non in caso di estrema necessità, le competenze del potere legislativo, fermo restando che il ministero è disponibile a dare un contributo”. Vedremo, ma le premesse non lasciano ben sperare.

Da qualche settimana su Twitter Luca Guala ha lanciato l’hashtag #stragequotidiana e riporta le notizie riguardanti gli investimenti di ciclisti e pedoni sulle nostre strade: fa impressione leggere giorno dopo giorno come il numero di morti e feriti aumenti e come invece l’attenzione dedicata al fenomeno da parte dei mass media resti sostanzialmente la stessa, cioè marginale e depotenziata, utilizzando sempre le stesse frasi di circostanza e senza affrontare il tema per quello che è: un’emergenza nazionale. Guala invita gli altri utenti a utilizzare l’hashtag per fare “massa critica” e dare visibilità al tema.

Mi chiedo fino a che punto sarà necessario spingersi perché quello che abbiamo sotto gli occhi da decenni sia visibile a tutti, soprattutto a chi ha responsabilità di governo: quanti morti ancora, quante altre vite spezzate, quanto dolore possiamo sopportare prima di dire basta?

Il numero di cittadini che utilizza la bici per i propri spostamenti quotidiani è in crescita, probabilmente nei prossimi mesi aumenterà anche grazie al bonus mobilità contenuto nel Decreto Clima: dovranno continuare a farlo, nella maggior parte dei casi, a proprio rischio e pericolo in assenza di infrastrutture ciclabili dedicate, schivando gli ostacoli di un’urbanistica ostile e i comportamenti di chi guida un mezzo a motore senza le dovute accortezze su strade dove il valore della vita è sacrificato sull’altare della velocità e relegato ai margini della carreggiata.







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