Donne in bicicletta: un ciclismo di genere? Pedaliamo oltre gli stereotipi

30 Ottobre 2020

C’è una domanda che mi torna periodicamente in testa quando esco in bicicletta: esiste un ciclismo “da donna”, insomma, esiste un modo di vivere la bicicletta diverso in base al genere?

La risposta breve è no, ma richiede qualche passo indietro.

Nel mondo del ciclismo sportivo e amatoriale ci sono meno donne. Se vedete gruppi di ciclisti sulle strade la domenica mattina la proporzione di presenza di donne è visibilmente molto bassa.

(Credits foto Mario Ginevro)

I motivi di questa disparità sono tanti e arrivano da lontano, dalla differenza storica di concezione dello sport per le donne, dal minor stimolo fino a qualche anno fa a far fare sport “di fatica” alle bambine, rispetto ai bambini, dato che solitamente si inizia a far sport per imitazione o per stimolo di un genitore, di un parente o della scuola, fino all’agonismo in cui la minor copertura di sponsor e quindi mediatica delle gare di ciclismo femminile, amatoriale e agonistico, porta a una minor narrazione. Ma anche la minor presenza di donne nei vertici di federazioni e ministeri, se vogliamo allargare il campo di riflessione.

Quando vado in bici, io ho decisamente più determinazione che allenamento, ma pedalo, mi piacciono le salite, mi piace la fatica in bici e quel meccanismo mentale che ti spinge ad andare sempre un po’ più in là e a raggiungere la cima, e poi cercarne un’altra, a scoprire salite e luoghi nuovi. E poi quella dose di endorfine che migliorano l’umore e lasciano la sensazione di benessere.

Donne in bicicletta sulla ciclabile

Ho fatto anche qualche viaggio in bici, mi piace pedalare da sola e mi piace pedalare in gruppi, di sole donne o misti, lo scorso anno ho anche partecipato ad un paio di gare amatoriali. Non ho una bici rosa e neanche mi ci vesto di rosa, anche se, a livello di marketing, ancora troppe aziende che si rivolgono alle donne sportive cercano di inserire un po’ di fucsia nella grafica o nel titolo.

E quindi che cosa distingue il mio essere una ciclista?

Nulla. Eppure capita ancora nelle uscite in bici con compagne di squadra di ricevere battute e sguardi sorpresi come se stessimo facendo qualcosa di rivoluzionario. Ricordo anche in cima ad una salita la domanda “è elettrica?” a indicare che quella salita una donna mica può farla.

Tra sole donne - ciclismo femminile
“Tra sole donne” (credits foto Paolo Ciaberta)

Circa un anno fa, ho partecipato alla Grandfondo La Rosa di Laigueglia, una gara amatoriale di 90 km e 1600 m di dislivello, su un bellissimo percorso nell’entroterra ligure, una gara inserita nel campionato di ciclismo su strada “Tra sole donne”, che come dice lo stesso nome è il primo campionato nazionale amatoriale riservato alle donne, con gare brevi e un buon livello di dislivello, nato come dicono gli stessi organizzatori: “Per avvicinare sempre più atlete al ciclismo, in un ambiente sano e meno elitario rispetto a una mista in cui le donne rappresentano solo il 5% dei partecipanti”.

Donne che pedalano - credits foto Paolo Ciaberta
“Tra sole donne” (credits foto Paolo Ciaberta)

Io ho partecipato senza velleità agonistiche, tant’è che credo di essere arrivata dignitosamente tra le ultime 10, ma per il puro piacere di pedalare in gruppo.

Alla partenza c’erano 60 partecipanti e anche con atlete di buon livello, ma proprio a pochi metri dal via, alcuni uomini in bicicletta hanno incitato le partecipanti con un colorito “Viva la patata”. Ora lo so che alcuni di voi lettori staranno sorridendo e pensando “vabbeh, era per scherzare”. Ma questo aneddoto è significativo della rappresentazione e del riconoscimento delle donne. Un retaggio culturale molto nostrano, purtroppo, tutto da scardinare. Anche perché il piacere dello sport non ha colori, genere o orientamento.

Pedalata mista sulla ciclabile di Via Nizza a Torino
Ciclabile in Via Nizza a Torino

Sul tema, Mara Cinquepalmi ne ha scritto un interessante libro “Dispari: Storie di sport, media e discriminazioni di genere”, libro del 2016 molto attuale, in cui approfondisce la rappresentazione delle donne nello sport da un lato e la presenza delle donne nei luoghi in cui si decide dello sport per tutte e tutti. Affronta il tema dalle federazioni al giornalismo sportivo, dove non di rado le atlete vengono presentate come “mamme”, “mogli”, “belle” atlete, come se i loro meriti sportivi non fossero di per sé sufficienti a presentarle. In questo senso anche l’associazione Assist fa un lavoro di osservatorio e di promozione della parità nello sport.

Scrive Cinquepalmi che solamente attraverso l’affermazione come atlete, dirigenti, giornaliste si potrà uscire dalla “gentile concessione” maschile alle donne, nello sport e non solo.

Donna in bicicletta San Sebastiano Po
San Sebastiano Po (credits foto Marco Ginevro)

Si tratta di un cambiamento culturale e, come tale, richiede tempo. Ma nel frattempo là fuori ci sono tante donne che cercano uno spazio per pedalare, non solo in città come mezzo di trasporto, ma anche per il piacere di farlo, per sport e cicloturismo. E questo spazio va creato e supportato, anche dagli uomini.

Negli ultimi anni sono nati diversi eventi ciclistici per donne, sparsi in tutta Italia – che quest’anno per motivi legati alla pandemia da Covid-19 non si sono potuti svolgere, ma da tenere d’occhio per il prossimo anno. Oltre al campionato già citato “Tra sole donne” e la Granfondo La rosa di cui abbiamo già parlato, c’erano in programma la “100×100 donne in bici” organizzata da Paola Gianotti, la “Forcelle rosa” in Val di Non e il progetto “Ride like a girl”, nato nel 2015 per condividere le esperienze di ciclismo su strada e mtb anche per le principianti. Al Summer Bike Camp organizzato da Ciclostili a Torino, per ragazze e ragazzi dagli 8 ai 13 anni, le bambine erano poco meno del 40%, per cui un buon segnale di cambiamento.

Il tema delle principianti è cruciale. La bicicletta richiede dedizione e perseveranza e trovare persone con cui condividere la passione e la strada è la sfida maggiore all’inizio.

Da adulti, come mi è capitato più volte di confrontarmi proprio con gli organizzatori di “Tra sole donne”, si inizia perché perché qualche amica/o pedala e ti invita a provare, perché facevi un altro sport ma poi gli infortuni ti impediscono di continuare e la bicicletta ha meno effetti collaterali su tendini e legamenti per esempio. Così come chi si muove in bici in città ad un certo punto vuole sperimentare anche qualche uscita di cicloturismo, magari locale e poi ci si appassiona.

Io ho avuto la fortuna di trovare una squadra in cui la priorità non è necessariamente la performance, o non solo quello, ma il piacere della giornata in sella e della bellezza dei luoghi e ciascun ritmo è accettato e rispettato. E questo approccio fa la differenza nell’inclusione e nell’accesso al ciclismo, che sia in bici da corsa, gravel, mtb, cicloturismo, in  gruppo o in solitaria, per tutt3.

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