Oggi è l’8 Marzo. È una giornata di memoria e di rivendicazioni storiche, ma spesso rischia di annegare nella retorica. Mettiamo subito in chiaro una cosa: qui non troverete mimose metaforiche o stucchevoli frasi su “il mondo del ciclismo che per un giorno festeggia le donne”. Oggi vogliamo usare questo spazio per fare quello che ci riesce meglio: parlare di biciclette e smontare i falsi miti.
Nel 1896, la leader del movimento suffragista americano Susan B. Anthony dichiarò che la bicicletta “ha fatto per l’emancipazione delle donne più di qualsiasi altra cosa al mondo”. La bici offriva alle donne una mobilità indipendente, senza bisogno di accompagnatori, e costringeva la moda ad abbandonare corsetti asfissianti e gonne pesantissime in favore dei più pratici bloomers (i pantaloni alla turca).
Questa improvvisa e incontrollabile ondata di libertà fece letteralmente terra bruciata delle convenzioni sociali vittoriane. E indovinate un po’? La società patriarcale andò nel panico. Per cercare di fermare questa rivoluzione a pedali, l’establishment (inclusa una parte della comunità medica internazionale dell’epoca) si inventò di sana pianta una serie di patologie e pericoli mortali per convincere le donne a non salire in bicicletta e a scendere dal sellino.
E alcuni di questi falsi miti, sotto mentite spoglie, purtroppo ancora oggi sono duri a morire.
Ecco le bugie più clamorose che hanno raccontato per tenere le donne lontane dai pedali.
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1. La famigerata “Bicycle Face”
Sembra una barzelletta, ma negli anni ’90 dell’Ottocento era considerata una seria minaccia medica. Testate autorevoli e medici britannici e americani – tra cui il Dott. Arthur Shadwell, fiero oppositore delle due ruote – iniziarono a diagnosticare una nuova patologia che colpiva in particolar modo le cicliste: la Bicycle Face.

Secondo la “scienza” dell’epoca, lo sforzo immane di mantenere l’equilibrio e la tensione di guidare nel traffico causavano una deformazione permanente del viso. I sintomi? Occhi perennemente sbarrati, mascella contratta, labbra tirate, pallore e un’espressione cronicamente esausta. Il messaggio subdolo (ma non troppo) era chiaro: se vai in bicicletta diventerai brutta, e se diventi brutta nessun uomo vorrà sposarti.
Oggi sappiamo perfettamente che l’unica espressione che ti viene stampata in faccia dopo una bella pedalata è un enorme sorriso dovuto al rilascio di endorfine. Ma all’epoca, questa diagnosi fittizia fu un potente strumento di terrorismo psicologico.
2. La sella come strumento di “perdizione”
Dietro la patina della preoccupazione medica, c’era un enorme, indicibile tabù: il sesso. I medici dell’epoca vittoriana erano terrorizzati dall’idea che lo sfregamento sul sellino potesse provocare “eccitazione incontrollabile” nelle donne. La bicicletta veniva vista come un vero e proprio strumento di masturbazione a cielo aperto che avrebbe portato alla perdita della purezza e alla promiscuità.
Il panico fu tale che i produttori iniziarono a immettere sul mercato le cosiddette “selle igieniche” (senza la punta anteriore), progettate specificamente per le donne, per evitare qualsiasi contatto con i genitali. La verità? Alla società dell’epoca terrorizzava l’idea che una donna potesse provare piacere fisico o anche solo un senso di inebriante libertà padroneggiando il proprio corpo.
3. Il frullatore degli organi interni e lo spettro dell’infertilità
Un altro grande classico della pseudoscienza ottocentesca era il terrore per la “caduta degli organi”. Medici illustri scrissero trattati sostenendo che le vibrazioni delle strade sconnesse avrebbero fatto letteralmente spostare o prolassare l’utero, compromettendo per sempre la capacità di avere figli.
Ancora oggi, capita di incrociare nei forum qualche rimasuglio di questo mito, con donne che si chiedono se pedalare tanto possa influire sulla fertilità. La risposta della medicina sportiva e ginecologica moderna è un no categorico. L’utero non se ne va in giro per l’addome se si prende una buca.
Al contrario, la bicicletta è un esercizio a basso impatto eccellente: se praticato con una sella ergonomica adatta alla propria conformazione ischiatica, non crea alcun danno. Anzi, migliora la vascolarizzazione della zona pelvica, riduce lo stress e viene persino raccomandata come attività fisica sicura durante la gravidanza (finché l’equilibrio e il pancione lo consentono).
4. La “cifosi da bicicletta” (Bicycle Stoop) e la spina dorsale deformata
Oltre a distruggere il viso e gli organi interni, la bicicletta, secondo illustri medici britannici e americani di fine Ottocento, era pronta a deformare irrimediabilmente anche lo scheletro femminile. Nacque così il terrore per il Bicycle Stoop, ovvero la cifosi da bicicletta. L’idea diffusa era che la postura inclinata in avanti sul manubrio avrebbe condannato le cicliste a una gobba perenne e a un’andatura curva.
Si sosteneva che la struttura ossea femminile fosse troppo “morbida” e delicata per sopportare quella flessione prolungata. La biomeccanica ci ha poi dimostrato l’esatto opposto: pedalare con un telaio della giusta taglia e con le corrette quote biometriche non solo non ti ingobbisce, ma rinforza i muscoli del core e la fascia lombare, fornendo alla colonna vertebrale un supporto muscolare molto più solido.
5. L’esaurimento nervoso e il “Bicycle Heart”
Nella medicina vittoriana c’era la bizzarra convinzione che le donne possedessero una quantità strettamente limitata di “energia vitale“. Sprecarla per un’attività vigorosa come pedalare le avrebbe portate dritte al collasso psicofisico. Riviste mediche del 1895 mettevano in guardia le donne dal Bicycle Heart (un presunto affaticamento cardiaco irreversibile) e da forme di esaurimento nervoso indotte dallo sforzo di dover “governare la macchina” mantenendo l’equilibrio.
Oggi la cardiologia moderna e istituti come la Fondazione Veronesi confermano che la bicicletta è, al contrario, un salvavita: allena il muscolo cardiaco facendolo lavorare in modo aerobico, abbassa la pressione arteriosa a riposo e, grazie al rilascio di serotonina ed endorfine, è uno dei migliori antidoti naturali contro l’ansia e la depressione. Altro che esaurimento.
6. La mascolinizzazione e la perdita dell’istinto materno
Se il fisico resisteva, ci avrebbe pensato la psiche a cedere. Il panico morale fin de siècle portò alcuni specialisti a sostenere che la bicicletta stesse letteralmente trasformando le donne in uomini. Le vignette satiriche e gli articoli dell’epoca suggerivano che le cicliste sviluppassero tratti crudeli e aggressivi, e che persino il tono della loro voce diventasse aspro e profondo (un disturbo catalogato come Bicycle Throat, la “gola da bicicletta”).
Il non detto alla base di questa narrazione era banale: terrorizzava l’idea che una donna autonoma, padrona dei propri spostamenti e dei propri orari, perdesse la vocazione di remissivo “angelo del focolare”.
7. Lo sforzo violento: ieri gli svenimenti, oggi il mito delle “gambe grosse”
Per decenni è stato detto alle donne che erano per natura troppo fragili per sostenere lo sforzo cardiovascolare richiesto dal ciclismo, pena l’esaurimento nervoso o il collasso. Superata la fase della “donna fragile”, il mito ha solo cambiato forma. Oggi, la bugia più diffusa (e alimentata da una certa cultura del fitness tossica) è: “Non vado in bici perché sennò mi vengono le cosce enormi e i polpacci da uomo”.

Sfatiamo anche questo falso mito: le donne che vanno in bici non sono pistard che si allenano per le Olimpiadi facendo squat con 150 kg sulle spalle. Il ciclismo quotidiano, il cicloturismo o l’allenamento su strada sono attività di resistenza aerobica. Pedalare tonifica i muscoli, asciuga il fisico, migliora il ritorno venoso (combattendo la ritenzione idrica) e abbassa il rischio di malattie cardiovascolari, ma non causa “ipertrofia” (l’ingrossamento muscolare) senza una dieta ipercalorica e un allenamento pesi specifico.
Il corpo femminile risponde alla bicicletta esattamente come dovrebbe: diventando più forte e resistente.
L’unica vera controindicazione? L’indipendenza

Se guardiamo indietro, è evidente che tutte queste “preoccupazioni” non avevano nulla a che fare con la salute delle donne e tutto a che fare con il loro ruolo nella società. Ieri si inventavano malattie inesistenti, oggi si fa leva sulle insicurezze estetiche o si dipinge la strada come un luogo “troppo pericoloso” per le donne, dimenticando che il problema sono le infrastrutture assenti e la violenza motorizzata, non il genere di chi pedala.
La bicicletta ha insegnato alle donne che possono andare lontano, contare sulle proprie gambe, sporcarsi di fango, esplorare il mondo da sole e riparare una catena caduta senza dover chiedere il permesso a nessuno.
L’unico vero pericolo della bicicletta, ieri come oggi, è che rende chi pedala inarrestabile. Un effetto collaterale che, a conti fatti, rappresenta la cura migliore di tutte.
Buon 8 Marzo e buone pedalate a tutte le donne.
[Fonte]





















Facile mettersi dalla parte della ragione … purtroppo penso che nel futuro rideranno di noi, non tanto per no-vax e terra piatta, quanto per dipendenza da idrocarburi e totale ignoranza delle più semplici necessità umane (un tetto e cibo sano per tutti) e condizioni di lavoro degne con paghe degne.
Ma purtroppo ci fa comodo a tutti andare a fare la spesa al supermercato, più facile ridere dei terrapiattisti di chi rende la terra fertile un deserto (noi).
penso che tutte le epoche hanno avuto cose belle e cose brutte.
Visto col nostro occhio le preoccupazioni e le indicazioni di fine ottocento ci fanno sorridere, sarà così anche per chi guarderà al nostro periodo, basta pensare ai nostri no-vax, la terra è piatta, mai andati sulla luna, Lennon è vivo, ecc…ecc…
comunque sempre w le donne, senza di loro non ci sarebbe l’Umanità.