Bikenomics

Ci siamo già stufati dei Bike Café?

Ci siamo già stufati dei Bike Café?
Rapha Cycling Club NY [credit Rapha]

C’era un tempo in cui il Bike Café sembrava il posto giusto dove stare. Entravi per un caffè, uscivi con una maglia nuova, una storia da raccontare e la sensazione di far parte di qualcosa. Oggi quella sensazione scricchiola un po’. E la notizia arrivata dal Regno Unito, riportata da BikeRadar*, suona come un campanello che vale la pena ascoltare.

Rapha, marchio simbolo del ciclismo per un pubblico altospendente, ha annunciato la chiusura di cinque dei suoi clubhouses entro la primavera. Uno a Manchester e quattro negli Stati Uniti: Boulder, Chicago, Miami e Seattle. Luoghi che non erano solo negozi o bar, ma vere e proprie “case” per i soci del Rapha Cycling Club, con eventi, uscite di gruppo, divani, libri e caffè filtrato servito come un rito.

La parola usata dall’amministratrice delegata Fran Millar è stata chiara: “È una decisione dolorosa, ma giusta per il futuro del marchio e dei clienti”. Troppi costi, investimenti pesanti, e la necessità di semplificare. Meno spazi fisici, più attenzione su pochi punti chiave, sugli eventi e sull’online. Dove chiuderanno i clubhouses, Rapha promette di appoggiarsi a locali partner, trasformandoli in “RCC Partner Cafes”.

Fin qui i fatti. Ma la domanda resta sospesa nell’aria come una borraccia dimenticata sul tavolo: è il Bike Café a essere in crisi o è il modello Rapha che non regge più?

Il Bike Café: fine della magia o cambio di stagione?

Il Bike Café nasce con un’idea semplice: unire bici, cibo e comunità. Funziona finché le persone sentono di farne parte. Il problema è che negli ultimi anni il mondo è cambiato in fretta. Il costo della vita è salito, le bici e l’abbigliamento sono diventati più cari, e il ciclismo “da copertina” ha iniziato a sembrare distante da molti.

Rapha ha costruito un immaginario forte, curato, spesso elegante fino a sembrare esclusivo. Un luogo per ciclisti che possono permettersi tempo, viaggi e prodotti costosi. Ma oggi quel pubblico si è ristretto. I giovani, quando entrano in un Bike Café, spesso guardano i prezzi prima ancora del menu. E se non si riconoscono nelle persone sedute ai tavoli, difficilmente torneranno.

Forse il problema non è il Bike Café in sé, ma un Bike Café pensato solo per un certo tipo di ciclista.

Rapha: marchio forte, pubblico più fragile

La chiusura dei clubhouses arriva in un momento curioso. Rapha ha appena annunciato una collaborazione con USA Cycling in vista delle Olimpiadi di Los Angeles 2028 e parla di un rinnovato focus sul mercato americano. Eppure quattro (dei cinque) spazi chiudono proprio negli Stati Uniti.

Il messaggio è chiaro: quei luoghi costano tanto e rendono poco. Non perché non siano belli, ma perché oggi non bastano più. Il ciclismo non vive solo di estetica e appartenenza. Vive anche di accessibilità, di mescolanza, di porte aperte a chi pedala su una bici da migliaia di euro come a chi ne usa una da cento o poco più.

Il caso Look Mum No Hands!

Look Mum No Hands! London
©️Look Mum No Hands! [London]

Un focus a parte lo merita Look Mum No Hands! di Londra. Nato come spazio legato a un marchio di abbigliamento e accessori, è stato per anni un punto di riferimento per la scena ciclistica londinese. Ha chiuso qualche anno fa, nel 2023, non tanto per mancanza di pubblico, quanto per l’aumento insostenibile dei costi, a partire dall’affitto, avvenuto in seguito alla pandemia di Coronavirus. Un segnale chiaro: anche i luoghi più amati non sono immuni dalle regole del mercato, soprattutto se non sanno ripensarsi. Questo locale londinese di tendenza per i Bike Café era stato d’ispirazione per molti altri che poi avevano aperto in altre nazioni.

Al momento in cui scriviamo questo articolo non abbiamo a disposizione numeri ufficiali e aggiornati sul totale dei Bike Café in Europa, ma il fenomeno resta diffuso, soprattutto nelle grandi città dove i ciclisti urbani negli ultimi anni stanno crescendo sempre di più. Quelli che continuano ad andare bene, evidentemente, hanno saputo allargare il pubblico e non chiudersi in un solo mondo.

Allora, ci siamo davvero stufati?

Forse no. Forse ci siamo stufati di un solo modo di raccontare il ciclismo. Il Bike Café funziona quando diventa un posto del quartiere, non un tempio. Quando puoi entrare anche senza sapere chi è l’ultimo vincitore del Giro o del Tour, quando il caffè costa il giusto e la bici fuori non deve per forza essere in carbonio con la componentistica top di gamma.

La chiusura dei clubhouses Rapha non è la fine dei Bike Café. È piuttosto un invito a ripensarli. Meno vetrine, più tavoli. Meno esclusività, più vita vera. Perché la bici, alla fine, è ancora una scusa per stare insieme. E quella, per fortuna, non passa mai di moda.

E tu hai un Bike Café del cuore vicino casa dove ti piace trascorrere del tempo tra una pedalata e l’altra? Scrivilo nei commenti e fallo conoscere anche alla community di Bikeitalia.

*[Fonte]

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Commenti

  1. Ettore Pieforte ha detto:

    Al posto del Mum Look no hands (49 old street, London) adesso c’è un Foto Studio per parrucchier* e beauty.

    L’affitto non si paga con un bici caffè ma con sta roba si??

    Il prossimo che mi dice che la bici è una cosa da hipster gli regalo energy and equity di Ivan Illich. Magari capirà che la bici è una via di uscita dalla nostra “ricchezza” insostenibile …

  2. Simone Magnino ha detto:

    Analisi lucida, ma la verità è che non ci siamo stufati dei Bike Café, ci siamo stufati della finzione. I veri ‘bike café’ non sono quelli aperti dai brand internazionali nei centri storici delle metropoli, progettati per attirare i ‘fighetti modaioli fashion victim’ che comprano la maglietta da 200 euro per fare 10 km in pianura. Quelli sono concept store, non luoghi di aggregazione.
    I veri santuari del ciclismo si trovano ancora nei paesini di provincia, lungo le strade che portano ai passi o ai piedi delle salite storiche. Sono quei bar, spesso alla buona, situati in zone frequentate da chi la bici la usa per sudare e non per farsi il selfie davanti alla vetrina ‘total black’ del locale di tendenza. Lì trovi il ciclista vero, sporco di grasso o di fango, che puzza di sudore e che cerca un caffè con una fetta di crostata, non un’esperienza sensoriale curata da un interior designer.
    Il modello ‘esclusivo’ è fallito perché il ciclismo è, per sua natura, inclusione e fatica condivisa. Meno specchi, meno marmi e meno pose da catalogo: torniamo nei bar di paese dove si parla di rapporti, di fatica e di strada vera. È lì che batte il cuore della comunità, non nei salotti buoni dove di ‘bici’ c’è rimasto solo il nome sull’insegna.

  3. Loris ha detto:

    Ciao a tutti siamo tre amici che per passione abbiamo creato un bike caffè in Val Trebbia in provincia di Paicenza
    sono pienamente d’accordo con il vostro pensiero.
    Noi come letto sopra abbiamo creato uno spazio dove amanti e non della bici possono passare per un caffè o un buon aperitivo.
    All’interno del nostro locale c’è la possibilità di noleggiare un E-bike o fare piccole manutenzioni con qualche accessori di primo intervento nel caso di necessità.
    in poche parole è uno spazio per i ciclisti ma non solo, molti nostri clienti sono persona comuni che passano anche solo per un caffè o un buon bicchiere di vino delle nostre valli
    UNO SPAZIO PER TUTTI
    Gagabike caffè Rivergaro Piacenza

  4. luca simeone ha detto:

    a Napoli abbiamo la Bicycle House, che ha saputo integrarsi nel quartiere dove si trova, facendo del target di chi ama pedalare uno dei suoi pubblici, non certamente l’unico. Bicycle House, pur conservano la sua natura commerciale di negozio con più funzioni e incombenze non secondarie, fitti, stipendi, utenze, etc è riuscito a restare umano, dialogando ed ospitando l’ass.Napoli Pedala, che ogni settimana si incontra li e porta avanti progetti di promozione della bici sul versante culturale e sportivo.

  5. Ett ha detto:

    A Varese Cyclery é di certo frequentato da qualche ciclista. Non mi capita di vedere invasioni di biciclette parcheggiate.

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