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Nuove idee di marketing: il cestino da bici brandizzato che ti paga

Nuove idee di marketing: il cestino da bici  brandizzato che ti paga
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Nuove idee di marketing fioriscono, come il “cestino” brandizzato” che trasforma la bici in un veicolo pubblicitario che ricompensa chi lo installa sulla propria bici. L’idea di business nata da due amici in Germania cerca una via per l’Italia. Naturalmente, ciclabile!

Tu che pedali in giro per la città, tu che usi la bici per andare al lavoro e nel tempo libero, sappi che il tuo mezzo di trasporto potrebbe integrare il tuo reddito. Non solo perché risparmi in carburanti, parcheggi, stress e medicine, ma perché il portapacchi potrebbe diventare un veicolo promozionale. Il cestino non lo paghi e te lo installano loro.

Loro chi? Dietro a tutta questa idea, che è un progetto d’impresa, ci sono due giovani di 39 e 38 anni, Carmine Tambascia, italiano, ed Eugen Kuhn, tedesco. Si sono conosciuti ad Amburgo nel 2018. Entrambi erano disoccupati e volevano riqualificarsi come sviluppatori web. Carmine aveva finito una esperienza come data engineer in una startup tedesca. Eugen, grafico e media designer, era tornato ad Amburgo dopo alcuni anni a Francoforte: alle sue spalle, l’azienda paterna di cancelli, davanti il desiderio di realizzare qualcosa che c’entrasse con il mondo del ciclismo urbano, di cui condivide abitudini e valori. Carmine ne è rimasto coinvolto e cerca di iniettarvi le competenze di marketing che ha acquisito nelle esperienze precedenti. È lui che ci aiuta a fare il punto sul progetto Bikeward.it.

Bikeward, il cestino brandizzato

Trasformare la bici di un privato in un mezzo pubblicitario, utilizzando lo spazio del cestino: chi ha avuto questa idea? Quando?

«L’idea attuale è un’evoluzione di un’intuizione. Non ho una data precisa in cui l’ho avuta. È in continuo divenire, con progetti che implementeremo appena gli altri saranno a regime. Ho tratto ispirazione da altre soluzioni, per esempio dalle pubblicità sulle bici cargo, dove si trasportano i bimbi oppure merce, in Germania. Ho vissuto là dal 2014 al 2020».

Che cosa facevi?

«I primi periodi ho lavorato per una startup che aveva diversi e-commerce, tra cui uno di vendita bici. Ho capito che la bici può essere pensata non solo come un mezzo per spostarsi da un punto A a uno B. A questa osservazione si è aggiunta la soluzione che offre Bravo.com, un browser che offre la possibilità di cancellare la pubblicità con un adblock, oppure di accettarla offrendo agli utenti una parte dei ricavi dei pubblicitari».

Che ruolo hai in Bikeward?

«Sono un tuttofare, da product development a sviluppo “servizio” e prodotto. Ho una formazione a tutto tondo: ho studiato ingegneria biomedica, ho fatto esperienza nel marketing online, da quello a pagamento chiamato SEA alla SEO».

Ci sono iniziative analoghe di promozioni in bici che vi hanno ispirato?

«Ci sono progetti più avanti di noi in Svizzera e in Germania, con le bici cargo. Ciò che ci distingue è l’approccio: non vogliamo creare l’ennesima azienda che offre solo servizi pubblicitari, ma vogliamo distribuire i ricavi delle campagne pubblicitarie agli utenti, come fanno le app che regalano dei token se si cammina o ci si muove, e offrire un servizio di consulenza per le aziende sulla pubblicità che funziona per loro. La pubblicità e il marketing devono o dovrebbero aspirare sempre ad un ritorno sull’investimento (Roi) positivo per il committente e quindi creare valore. Questo è possibile grazie al marketing a risposta diretta».

La vostra startup è nata in Italia o all’estero?

«Bikeward è un progetto che ha preso vita in Germania, dove l’ambiente è più ricettivo, ma partiremo anche in Italia. Nel nostro Paese stiamo ancora lavorando per stringere partnership e trovare le soluzioni migliori per tutti gli interessati. In primo luogo ciclofficine indipendenti o, meglio, in rete, che installino i cestini e magari possano anche farsi pubblicità. Poi dobbiamo individuare aziende interessate a una promozione sul territorio, possibilmente orientate al target dei ciclisti e di chi crede nella riduzione dell’impatto ambientale, oppure interessate a campagne locali e nazionali per diffondere un brand o un’insegna di una catena».

In che stadio è il vostro progetto?

«Dopo una fase molto veloce di sviluppo, per vicissitudini personali di entrambi, lo abbiamo lasciato un po’ in disparte. Ha pesato anche il Covid, periodo in cui era veramente difficile approcciare i potenziali interessati e gli incontri erano ridotti al minimo. Attualmente, allo sviluppo dell’app, fondamentale per proporre il servizio a brand interessati alla pubblicità, lavoriamo noi, i fondatori, e altri collaboratori sviluppatori cui ci appoggiamo».

Che obiettivi economici potrebbe avere chi decide di offrire la sua bici come veicolo di pubblicità?

«Dipenderanno dall’impegno o, per dirla in altro modo, da quanta strada in bici si percorre.
A chi teme di portarsi in giro marchi in cui non si identifica, chiariamo che ognuno sarà libero di sostenere le campagne che gli sono più consone. Stiamo ragionando su un ritorno minimo per ogni persona di 25 euro a settimana, quindi potrebbero essere 100 euro al mese».

Tutti possono farlo? Come contattarvi?

«Non tutti, ma sicuramente ogni persona che ha una bici, che la usa molto, oppure che vorrebbe usarla di più. Stiamo lavorando ad un kit portapacchi extra per rendere ogni bici potenziale veicolo per il Box Bikeward.com. Chi è interessato può contattarci tramite il sito di Bikeward.com oppure personalmente. Stiamo raccogliendo la lista degli utenti per ogni città».

Che costi ha il kit cestino per voi? È gratis per il ciclista?

«Alla prima domanda non posso rispondere, siamo in fase di sviluppo prodotto. Per il ciclista sarà ovviamente gratis, perché lo ripagherà con le prima campagne. In caso non voglia più collaborare con noi, non servirà che lo restituisca. Stiamo lavorando per avere un prodotto non solo resistente ma anche funzionale, per esempio per inserire la spesa o una borsa, e impermeabile all’acqua».

Quali aziende sono interessate a questo mezzo pubblicitario?

«Tutte le aziende che fanno già attivamente marketing, soprattutto a livello locale in ogni città, e che non sono soddisfatte del Roi delle loro spese attuali sui canali che usano già. Nello specifico ogni azienda che vuole aumentare il campo d’azione del proprio messaggio. Ho sondato di persona catene nel food e nel delivery, che hanno dimostrato grande interesse verso la sponsorizzazione dei mezzi».

Qual è il vostro business model e che obiettivi economici avete?

«Il business model è in realtà molto semplice, sviluppare campagne di direct marketing tramite la nostra applicazione, sia web sia mobile, per diverse aziende. Gli obiettivi economici sono quelli di far crescere un’azienda sana che produce valore per i suoi clienti, quindi aziende, per i suoi ciclisti e ovviamente per Bikeward».

Avete trovato finanziatori per il progetto? Cercate soci?

«Investiamo personalmente piccole somme per avere supporto per lo sviluppo, dato che entrambi abbiamo ancora altre occupazioni, e per i test sui box. Non abbiamo ancora cercato finanziatori. Ho tentato qualche application a bandi in altri Paesi, ma siamo over 35. Ormai abbiamo maturato esperienza, ma non siamo più giovanissimi. Siamo aperti l’ingresso di un nuovo socio che ci sia complementare, per lo sviluppo del business».

Cosa vedete nel futuro della vostra azienda?

«Riuscire ad avere un impatto nazionale e poi europeo. E soprattutto riuscire ad offrire un’alternativa ai giganti del web quali Meta e Google, che monopolizzano le sponsorizzazioni e alzano i prezzi. Noi pensiamo di poter essere efficaci a livello locale, per target di persone che vivono, si muovono nella realtà delle nostre città, toccano, guardano».

E nel futuro delle bici in Italia?

«La bici è un mezzo fantastico. Ho imparato ad andarci intorno ai 4-5 anni, e ci passavo le giornate, nella piazza del mio paesello del sud, dove sono cresciuto. Ora mi trovo a Pesaro, da cui sono mancato proprio negli anni in cui la città ha costruito la sua rete di ciclabili, la Bicipolitana. La bicicletta è un mezzo che, stando agli ultimi dati, ha una notevole diffusione, soprattutto urbana. La diffusione aumenterebbe ulteriormente se tutte le città mettessero in atto soluzioni incentrate sulle bici. O perlomeno non le ostacolassero. In Svizzera centrale tantissime persone vanno al lavoro in bici, perché molte strade, soprattutto quelle che collegano aziende e zone industriali ai centri abitati, hanno piste ciclabili separate e sicure. Dovremmo prendere esempio, perché per mia esperienza in Italia le zone industriali sono quasi sempre raggiungibili solo tramite auto».

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