L’Abruzzo per me è una continua scoperta: attraversarlo in bicicletta è un viaggio nella storia, nei colori e nei sapori. Ho avuto occasione di sperimentarlo qualche giorno fa seguendo le tracce delle Ciclovie della Transumanza, un nuovo progetto di vacanza attiva e sviluppo territoriale che unisce comunità, paesaggi e tradizioni lungo le antiche vie dei pastori.
Il progetto: pedalare per far rinascere un territorio
A promuovere l’iniziativa è il Comune di Cugnoli, che con lungimiranza ha assunto il ruolo di capofila del progetto, facendosi portavoce di una visione condivisa di sviluppo sostenibile e valorizzazione del paesaggio.
In collaborazione con Carsa, partner tecnico e strategico, e con il coinvolgimento dei Comuni di Bussi sul Tirino, Brittoli, Capestrano, Civitella Casanova, Montebello di Bertona, Popoli Terme e Torre de’ Passeri, Cugnoli ha dato vita a una rete di sinergie istituzionali e territoriali che rendono il progetto un modello di cooperazione locale.
Finanziato con fondi del PNRR, il progetto punta a costruire una rete ciclabile integrata che attraversa i parchi del Gran Sasso e Monti della Laga e della Maiella, collegando borghi, eremi, castelli e paesaggi che raccontano secoli di storia e di Transumanza, oggi riletti in chiave contemporanea come esperienza di viaggio lento e consapevole.
Al centro di tutto c’è la comunità: laboratori di formazione e animazione territoriale coinvolgono gli abitanti, che diventano i primi ambasciatori del territorio, pronti ad accogliere i cicloturisti con ospitalità autentica e servizi dedicati.


Le origini millenarie della Transumanza
Pedalando lungo i tratturi abruzzesi – facendo in sostanza del ciclotratturismo – si scopre che ogni sentiero racconta una storia antichissima: quella della Transumanza, la migrazione stagionale di uomini e greggi che per oltre 3.000 anni ha plasmato il paesaggio, l’economia e l’identità culturale dell’Abruzzo.
In questa regione, la più montuosa del Mediterraneo, dove Gran Sasso e Maiella si innalzano maestosi, i pastori hanno trovato nei secoli un ambiente ideale per l’allevamento ovino. D’estate, le greggi salivano ai pascoli d’altura; in autunno, ridiscendevano verso il Tavoliere delle Puglie lungo le vie erbose dei tratturi, larghe fino a 111 metri, direttrici verdi fondamentali per la vita economica e sociale delle montagne.
La Transumanza non ha solo disegnato il paesaggio: ha creato borghi, chiese pastorali, usanze, ricette e parole. È stata per secoli il cuore pulsante dell’Abruzzo, tanto da essere riconosciuta nel 2019 dall’UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, simbolo di un equilibrio sostenibile tra uomo, natura e tempo.
Oggi, le Ciclovie della Transumanza – 12 itinerari per complessivi 378 chilometri – restituiscono vita a quelle vie erbose, invitando a percorrerle in sella a una bici per rivivere, in chiave moderna, la stessa armonia di lentezza, fatica e bellezza che i pastori conoscevano bene.
L’autunno in sella: quattro giorni tra i 4 elementi
Ho avuto l’opportunità di pedalare lungo questi percorsi con una guida d’eccezione: l’esperto di cicloturismo Patrick Kofler, CEO di Helios, che li ha tracciati. Antonio e Morena di Wolftour hanno organizzato una bella quattro giorni in sella per far conoscere questo progetto di valorizzazione del territorio attraverso la bicicletta. Andrea e Giorgio di Bike for Fun hanno fornito i mezzi e il supporto logistico durante tutto il press tour.
L’autunno è la stagione ideale per testare questi percorsi immersi in una natura per larghi tratti incontaminata: qui il foliage si mostra in infinite sfumature dal giallo all’arancio, fino al rosso intenso.
Un altro elemento con cui familiarizzare – specie per chi proviene dalla città – è il silenzio: pedalando nei boschi si riesce ad ascoltare il crepitio delle foglie solcate dalle ruote, accompagnato dal suono del proprio respiro che cresce all’aumentare delle pendenze.
Un percorso affascinante, bello e impegnativo: nel mio caso addolcito dall’uso di una e-Mtb biammortizzata, ma adatto anche ai più allenati con gravel o Mtb, sempre con le dovute accortezze.
Quattro giorni immersi nei 4 elementi primordiali, in bici lungo le antiche vie dei tratturi: ciclotratturismo, dicevamo.
Acqua: le sorgenti del Pescara
Il prologo per prendere confidenza con il territorio si è sviluppato lungo l’itinerario tra Capestrano e Capodacqua, con visita alle sorgenti del Pescara: un’oasi naturalistica che valorizza l’elemento “Acqua”, simbolo di vita e rinascita.
In questi luoghi l’acqua non è solo un elemento naturale, ma anche simbolo di rinascita: scorre nelle vene di un Abruzzo che si rigenera, portando vita là dove un tempo c’erano silenzi e ferite. È l’inizio perfetto per un viaggio che, come un fiume, unisce territori, persone e memorie.


Pernotto della prima sera a Capestrano presso la Tenuta il Guerriero, un agricampeggio con maneggio in cui staccare da tutto e fare una full immersion nel silenzio e nella natura. Dopo un sonno ristoratore e un dolce risveglio, colazione e via per una pedalata che comincia accompagnata dai cavalli e prosegue su strade a traffico zero.


Aria: l’ascesa al Monte Cappucciata
La seconda giornata è caratterizzata dalla salita, fino a Brittoli e oltre, che mi ha portato in località Cannatina, nei pressi del Monte Cappucciata. Qui il vento domina ogni cosa, rendendo il cielo terso e animando le chiome dei faggi e degli altri alberi fronduti. È l’elemento “Aria” che si mostra in tutta la sua forza, nelle correnti che sollevano le foglie e nei rapaci sospesi nel blu.


Il vento che attraversa queste montagne sembra portare con sé la voce delle comunità locali, che dopo gli anni difficili del sisma hanno imparato a respirare di nuovo, a guardare avanti con fiducia. È un’aria diversa, leggera e piena di futuro.


La sera cena conviviale e pernotto presso la Masseria Spadone dove le ottime sagne con fagioli meritano un bis. Posso permettermelo visto che i miei 50 chilometri in e-Mtb mi hanno fatto bruciare quasi 2.500 kcal (in barba a chi dice che con l’ebike non si fa fatica…).
Terra: la Piana del Voltigno, dove la natura e l’uomo ricominciano
La terza giornata è all’insegna della “Terra”, si pedala alla scoperta della Piana del Voltigno: un luogo remoto e senza tempo dove le orme delle biciclette si mescolano a quelle dei cavalli allo stato brado. Qui, i tratturi sono ancora visibili, come cicatrici gentili che raccontano il passaggio dei pastori e delle stagioni.



Ma questa terra custodisce anche altre cicatrici, più recenti: quelle lasciate dai terremoti che negli ultimi decenni hanno ferito profondamente l’Abruzzo interno. Proprio da qui nasce la forza del progetto Ciclovie della Transumanza, che non è solo un’infrastruttura per il cicloturismo, ma un percorso di rigenerazione e rinascita collettiva.
Pedalare tra questi altipiani significa attraversare un paesaggio che ha conosciuto la fragilità, ma che oggi torna a vivere grazie alla volontà delle comunità locali, dei comuni e delle persone che hanno scelto di restare e ricostruire, passo dopo passo, strada dopo strada. Un tratturo dopo l’altro.
Lo Sdijuno del pastore (e del ciclista)
Pausa pranzo tipica con lo Sdijuno, per la cui definizione prendo in prestito le parole del Gambero Rosso: “Una sorta di aperitivo ante litteram, pasto di metà mattino a base dei prodotti semplici del territorio, quelli della tradizione contadina: un po’ di formaggio, una fetta di pane, qualche uova con le verdure. Sdijuno, perché in grado di lasciare il corpo a digiuno per diverse ore, sostenendo così i lavoratori nelle campagne, una merenda abbondante che da secoli rappresenta il pasto portante dell’intera giornata”.
Lo Sdijuno preparato per noi ciclisti era a cura del Ristorante Valle d’Angelo di Montebello di Bertona: le immagini delle pietanze presentate dallo chef Luca Pavone valgono più di mille parole.
Nel pomeriggio all’arrivo a Farindola al B&B Altrocanto, dopo una bella discesa controvento e un’impegnativa salita finale, sono accolto da una struttura davvero particolare dove ogni dettaglio è curato per fare sentire gli ospiti a casa. Ottimo il ristorante interno che ci delizia e ci vizia con piatti di livello: ora sono curioso di assaggiare il resto del menu (un’ottima scusa per ritornare).
Fuoco: il calore dell’accoglienza abruzzese
Il “Fuoco” è stato il filo rosso che ha accompagnato tutto il viaggio: quello dei camini accesi, dove abbiamo cotto le castagne la prima sera, e quello che ha arrostito i celebri arrosticini abruzzesi per lo Sdijuno finale presso l’Azienda Agricola Macrini. Lì dove sempre col fuoco si produce il “Pecorino di Farindola, il formaggio abruzzese delle donne”.


Secondo la tradizione, la lavorazione del pecorino di Farindola è sempre stata un’attività prevalentemente femminile: spettava infatti alle donne, mentre i maschi si dedicavano alla Transumanza, occuparsi della produzione del formaggio. Una consuetudine che è entrata anche nel disciplinare di questo formaggio Presidio Slow Food.
Un fuoco anche simbolico, che scalda i racconti della tradizione e vive ancora nelle ricette come la pecora alla callara, cotta lentamente nei paioli di rame sospesi sul camino, proprio come si faceva nei tempi antichi.

Quel fuoco che scalda le serate abruzzesi è lo stesso che anima il progetto Ciclovie della Transumanza: un calore collettivo, fatto di accoglienza, orgoglio e voglia di condividere. È la fiamma che tiene viva l’identità di questi borghi e li spinge a raccontarsi al mondo attraverso il linguaggio universale del viaggio.
Un nuovo modo di viaggiare: tra passato e futuro
Alla fine del mio percorso lungo le Ciclovie della Transumanza, ho capito che non si tratta solo di cicloturismo, ma di un progetto culturale e identitario che restituisce senso e valore alle aree interne d’Abruzzo. Pedalare su questi sentieri significa entrare in dialogo con una storia lunga millenni e contribuire, con ogni pedalata, a scrivere il futuro di questa terra.

Le Ciclovie della Transumanza raccontano un’Italia che resiste e rinasce, dove la lentezza è un modo di conoscere e le strade antiche tornano a vivere sotto il ritmo delle ruote. Come i pastori che seguivano il passo delle stagioni, anche chi pedala su questi tratturi segue una bussola diversa: quella del tempo interiore.
E allora, mentre il vento accarezza i pendii del Gran Sasso e la luce si spegne lenta sulla Maiella, torna alla mente l’invito di D’Annunzio: “Settembre, andiamo. È tempo di migrare”.
Oggi, su queste strade di pietra e memoria, migriamo ancora: non per fuggire, ma per ritrovare.
Perché ogni viaggio, in fondo, è un ritorno alla terra da cui veniamo.
Per maggiori informazioni: www.ciclovietransumanza.it
[Tutte le foto a corredo dell’articolo sono di Giorgio Liddo]


















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