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La politica costringe gli italiani a muoversi solo in auto

La politica costringe gli italiani a muoversi solo in auto

Il 22° Rapporto Isfort sulla mobilità degli italiani, pubblicato a novembre 2025, fotografa una realtà che su Bikeitalia denunciamo da anni, resa oggi ancora più inaccettabile dall’attuale crisi petrolifera. Mentre i prezzi dei carburanti schizzano alle stelle, l’Italia resta bloccata nel paradosso di una mobilità iper-locale ma tragicamente dipendente dall’auto.

I numeri del paradosso: l’81% degli spostamenti è sotto i 10 km

La scusa che “l’auto ci serve per i lunghi viaggi” svanisce di fronte ai dati: nel primo semestre 2025, ben il 32,8% degli spostamenti (1 su 3, ndr) è avvenuto entro la soglia dei 2 km. Parliamo di distanze perfette per una camminata o una pedalata.

A questo si somma un 48,5% di tragitti su “scala urbana”, ovvero: uno spostamento su due è compreso tra i 2 e i 10 km. La matematica è impietosa: l’81,3% della mobilità quotidiana degli italiani si esaurisce in un raggio di massimo 10 km, relegando a quote residuali il medio raggio tra 20 e 50 km (16,4%) e la lunga distanza oltre 50 km (2,2%).

L’auto domina, ma non per scelta

Di fronte a distanze così irrisorie, l’auto cannibalizza comunque le nostre strade con uno schiacciante 60,8% degli spostamenti complessivi. Le due ruote (bici e micromobilità) si fermano al 5,2% e il trasporto pubblico all’8,9%. Vantiamo un record europeo davvero poco invidiabile: oltre 70 auto ogni 100 abitanti, per un parco circolante di 41,3 milioni di veicoli. Non si tratta di pigrizia genetica, ma dell’esito di una classe politica che continua a privilegiare l’automobile rispetto a qualsiasi altra modalità.

Il caro petrolio è un’opportunità da non sprecare

Come abbiamo recentemente sottolineato analizzando la nuova “tassa sulla guerra per il petrolio“, l’attuale crisi energetica non deve trasformarsi in un pretesto per piangere miseria o per chiedere nuovi assurdi sussidi ai combustibili fossili. Al contrario: il caro petrolio è un’opportunità da non sprecare per forzare un vero cambio di rotta.

Continuare a bruciare benzina a peso d’oro per fare 3 chilometri non è solo un disastro ambientale e urbano, è un vero e proprio suicidio economico per le famiglie. Lo stesso Rapporto Isfort lancia l’allarme sulla “povertà dei trasporti”, evidenziando come i rincari di carburanti e pedaggi stiano colpendo duramente i bilanci domestici di chi è costretto al volante.

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Il costo assurdo di un’auto ferma (e l’illusione della transizione solo elettrica)

Dobbiamo renderci conto dell’assurdità del nostro modello, non solo in termini di distanze, ma anche di spazio ed efficienza. Il Rapporto Isfort sottolinea un dato agghiacciante: le nostre automobili restano ferme per il 93-95% della giornata. In pratica, abbiamo trasformato l’intero spazio pubblico delle nostre città in un gigantesco deposito gratuito per lamiere private inutilizzate.

E qual è la risposta predominante della politica nazionale? Sostituire auto a combustibili fossili con auto a batteria, finanziando il tutto con fondi pubblici che spesso si esauriscono in poche ore durante i “click day”. Ma la tanto sbandierata transizione all’elettrico, concepita in questo modo, si sta rivelando un’illusione elitaria che non scalfisce il nodo del traffico: nel 2024 solo l’8% delle auto elettriche vendute apparteneva al segmento “city car”, mentre un consistente 70% rientrava nelle fasce medio-grandi o di lusso.

Incentivare l’acquisto di SUV da due tonnellate per permettere a una singola persona di percorrere i fatidici 2 chilometri non risolve né la congestione né la vivibilità urbana. Al contrario, perpetua la dipendenza economica dal mezzo privato e aggrava la povertà: come certificano i dati, le famiglie del quintile meno abbiente finiscono per destinare il 90% della loro spesa per la mobilità unicamente alla gestione dell’auto di proprietà. Un salasso insopportabile quanto ingiusto.

A livello europeo si guarda a modelli innovativi come il “leasing sociale” per favorire l’accesso condiviso all’elettrico per le famiglie a basso reddito, ma in Italia continuiamo a inseguire la politica del bonus a pioggia senza una visione strutturale.

Focus ➡️ Scarica il 22° Rapporto Isfort sulla mobilità degli italiani

La paura di muoversi, i costi sociali e l’urgenza delle Città 30

Ma perché, allora, se la maggioranza degli spostamenti è così breve, le persone rinunciano a usare la bicicletta o le proprie gambe? La risposta è tragicamente semplice: per pura e semplice paura. Le nostre strade, disegnate esclusivamente per scorrimento e sosta dei veicoli a motore, sono diventate ambienti ostili.

Il Rapporto fotografa un’emergenza nazionale silenziosa: in ambito urbano, l’80% delle vittime italiane di incidenti stradali sono pedoni, una percentuale mostruosa se paragonata alla già grave media europea del 71%. A pagare il prezzo più alto sono le fasce più fragili, con gli anziani over 65 che rappresentano il 65% dei pedoni deceduti, il triste primato continentale.

Invece di proteggere gli utenti vulnerabili, una certa politica ha ingaggiato una crociata contro la moderazione della velocità. Eppure, i numeri Isfort certificano nero su bianco il successo del modello Bologna: la riduzione dei limiti a 30 km/h ha comportato un immediato calo delle situazioni di pericolo, una diminuzione delle emissioni nocive tra il 4% e il 17% e un crollo del 50% delle frenate brusche. Il tutto a fronte del finto spauracchio della “città paralizzata”, visto che i tempi medi di percorrenza sono risultati pressoché invariati, con un ritardo calcolato in meno di 30 secondi in più per un tragitto di dieci minuti.

Le esternalità negative del traffico, tra incidenti, rumore e inquinamento, ci costano 117 miliardi di euro l’anno, pari a circa il 7% del PIL nazionale. Abbassare la velocità non è un capriccio ideologico o una punizione per gli automobilisti, ma la precondizione vitale per rimettere le persone al centro della strada e dare finalmente senso a quegli spostamenti di prossimità che oggi vengono assorbiti forzatamente dall’abitacolo di un’auto.

Una cronica mancanza di alternative

Se gli italiani usano l’auto per fare 2 chilometri è perché le città non offrono alternative sicure. La densità ciclabile media nei capoluoghi, aggiornata al 2023, è ferma a 29,7 km per 100 km quadrati, con il Sud che sprofonda a soli di 7 km. Senza piste ciclabili connesse tra loro, senza Zone 30 diffuse e con un Trasporto Pubblico Locale i cui passeggeri sono ancora inferiori del 13,2% rispetto al 2019, i cittadini sono ostaggi di un sistema che non lascia scampo.

Finché la politica continuerà a disegnare le strade solo attorno ai parabrezza delle auto, ignorando la realtà dei nostri spostamenti brevi, l’Italia resterà un enorme, inquinato e costosissimo parcheggio a cielo aperto.

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Commenti

  1. Federico77 ha detto:

    Che dire, se non che tutto quello che viene proposto è vero…
    Personalmente viviamo in provincia, un paesino di 1400 abitanti… per muoversi ed andare al lavoro, io devo percorrere 30Km, e la moglie, 20. Se io andassi con i mezzi pubblici, 1h e 20 minuti, in auto dai 40 all’ora in base al traffico… la moglie dista 20Km, ma sempre un venti minuti (meno traffico) per lei i mezzi pubblici obbligherebbero anche ad un cambio sostanziale di orario lavorativo.
    Noi visto anche la famiglia numerosa e gli spostamenti obbligati per sport dei figli, tra lavoro e tempo libero sfortunatamente, percorriamo un sacco di Km, 50000Km annui sui due veicoli EV che abbiamo.
    Da Febbraio ho iniziato a volte ad al lavoro con la bicicletta assistita. posso attualmente alternare lavoro da casa e presenza in azienda, quando si può uso la bici, quando non riesco, l’auto.
    Rivoluzione – Energeticamente parliamo di spendere dai 400 ai 500 Wh (0,15€) per fare i circa 65Km giornalieri.
    La strada che percorro è parzialmente una statale, poi mi dirigo per un 15 km in stradine di campagna con pochissimo traffico, torno su una statale abbastanza trafficata, e dopodichè circa 12 Km di ciclabile fino ad entrare in azienda, dove ho la possibilità di darmi una sciacquata e cambiarmi.
    a marzo ho percorso 520Km… non mi sembra vero.
    Ovviamente per farlo, ci si deve attrezzare, specchietto retrovisore, luci consone, pneumatici con bordo riflettente, giubbino alta visibilità… abbigliamento tecnico il giusto (non corro la Milano Sanremo), un bel po’ di prudenza, e si può iniziare.
    Come ci si sente? Ottimamente! Prima avevo provato con la Gravel, ma tra borsoni e peso di PC, e cambi… arrivavo alla sera devastato e non si aveva la voglia di rifarlo, veramente un impegno gravoso…

    Questo per dire che andare per strada è pericoloso, ma lo si può fare, bisogna attrezzarsi, ma è vero che molti automobilisti non sono rispettosi di distanza di sorpasso e limiti di velocità, nemmeno dove ci sono i 30.
    I migliori? Gli autisti di TIR, i peggiori, gli automobilisti in genere.

    Cambiare alcune abitudini, costose e assurde, è difficile, ma non impossibile.

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