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Dal Vietnam a Brescia: 20.000 km in bici (senza averci mai viaggiato prima)

Dal Vietnam a Brescia: 20.000 km in bici (senza averci mai viaggiato prima)

Il caldo non era il problema. O meglio, lo era, ma non come pensavo.

Nel nord della Thailandia avevo imparato a conviverci: bere, fermarmi, aspettare. Ma quel giorno il corpo ha smesso di collaborare. La testa girava, la vista si chiudeva a tratti e le gambe non rispondevano più. Mi sono seduto sul bordo della strada senza capire se stessi per svenire o per mollare tutto.

E pensare che, fino a poco prima, in bicicletta non c’ero mai andato davvero.

Ero partito da Bangkok con un’idea semplice: attraversare la Thailandia, senza un piano preciso. Era il mio primo vero viaggio in bici: nessuna esperienza, solo voglia di partire. Ho risalito il paese da sud a nord, poi Cambogia, poi Vietnam. L’obiettivo iniziale era arrivare in Cina e fermarmi lì.

Ma ad Hanoi qualcosa è cambiato.

Non è stata una decisione razionale, più una domanda che continuava a tornare: e se tornassi a casa così? Da lì il viaggio ha preso un’altra direzione. Non più esplorazione, ma ritorno. Verso Brescia. Quasi 20.000 chilometri.

Non ero davvero solo. C’erano le persone incontrate lungo la strada, ma anche quelle che mi seguivano da lontano: messaggi, incoraggiamenti, parole semplici che nei momenti difficili facevano la differenza. Un padre mi scrisse che suo figlio, malato di leucemia, aspettava ogni giorno di vedere i miei aggiornamenti. Disse che, in qualche modo, ero diventato il suo eroe.

In quel momento ho capito che quel viaggio non era più solo mio. Era anche per mio padre.

Ero partito il giorno del suo compleanno, con l’idea di tornare a casa nel giorno della sua morte. Un modo per dare un senso al viaggio, per chiudere un cerchio pedalando.

Ci sono stati momenti in cui tutto sembrava troppo.

In Vietnam ho pedalato per tre giorni consecutivi solo in salita. Senza tregua. È stato uno di quei momenti in cui ti chiedi davvero chi te l’ha fatto fare.

E poi ci sono stati momenti che non dimenticherò mai.

In Cambogia, senza acqua e completamente svuotato, ho bussato a una casa in un villaggio. Una donna mi ha fatto entrare. Non parlavamo la stessa lingua, ma non serviva. Solo dopo ho capito che suo marito era morto poche ore prima.

Quella notte ho dormito lì. In silenzio. Con una sensazione difficile da spiegare, come se tutto si fosse fermato per un attimo. Il ricordo di mio padre era ancora vivo, e in qualche modo tutto si è sovrapposto.

Un’altra volta, in Laos, sono crollato per strada. Un ragazzo mi ha trovato e mi ha portato a casa sua. Mi ha dato da bere, mi ha lasciato riposare. Senza chiedere nulla.

Sono stati questi momenti a portarmi avanti.

A un certo punto ho iniziato a crederci davvero. Non nella distanza, ma in me stesso. Giorno dopo giorno, pedalata dopo pedalata, ho capito che potevo andare molto più lontano di quanto pensassi.

Sono arrivato a Brescia.

All’inizio è stata adrenalina pura. L’arrivo, le persone, la sensazione di aver fatto qualcosa di grande. Ma è durata poco. Perché quando ti fermi, tutto quello che avevi mentre eri in viaggio sparisce lentamente. Le giornate diventano uguali, il ritmo cambia, e quell’energia continua inizia a mancare.

Il viaggio mi ha dato tanto. Ma mi ha anche insegnato una cosa semplice: non è la distanza che ti cambia, è la fiducia che impari ad avere in te stesso strada facendo.

E quella, una volta tornato, è la cosa più difficile da ritrovare.

[Matteo Danesi, @danesipingu]

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