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Il traffico quotidiano che non fa notizia

News, Rubriche e opinioni • di 12 Ottobre 2015

C’è un’immagine che negli ultimi giorni ha fatto il giro dei social network, diventando notizia mondiale: la foto del più grande ingorgo stradale in Cina, ripresa da un drone, campeggia su tutti i siti e i blog d’informazione. L’evento si è prodotto in occasione della Golden Week – settimana di ferie nazionali pagate istituita dal governo cinese, che spinge milioni di persone a muoversi in auto – lungo un’autostrada che taglia in due il Paese. L’eccezionalità della notizia sta nei numeri, nella moltitudine di auto incolonnate, nei tempi biblici di attesa al casello autostradale: eppure, fatte le debite proporzioni, è quello che succede anche sulle nostre strade ogni giorno. Anzi: almeno due volte al giorno.

INGORGO_TRAFFICO_CINA_AUTO

Però da noi l’ingorgo nell’ora di punta non fa più notizia o, almeno, non viene percepito come “segnale debole” di un problema forte di mobilità: il traffico è stato “anestetizzato”, diventando argomento da bollettini sulla viabilità che monitorano la situazione sulle strade e riportano con dovizia di particolari i chilometri di coda in autostrada, gli incidenti con relativi soccorsi impiegati, i lavori in corso sulle strade che quotidianamente sono percorse da milioni di autoveicoli. Con flemmatico distacco.

Il dieselgate che ha messo sotto accusa la Volkswagen continua a far parlare di sé, ma il mercato dell’auto sta cercando si sfruttare questa occasione a suo vantaggio: se gli spot della casa di Wolfsburg sono stati prudentemente ritirati in via cautelativa e le vendite di alcuni modelli di auto “congelati” fino a data da destinarsi, gli altri produttori stanno alzando la testa proponendo sconti e permute à gogo.

Eppure il sistema dei test fatti in laboratorio “non rispondenti alle normali condizioni di guida sulla strada” è comune a tutti: quindi perché non viene allargato il campo di indagine all’automobile in sé, al mezzo più pervasivo in ambito urbano, tanto da saturare le strade fino a renderle parcheggi a cielo aperto? Perché non viene messo in discussione, se non in minima parte, il sistema autocentrico? Probabilmente perché le quattroruote trainano un indotto non indifferente – e non stiamo parlando solo di pezzi di ricambio, ma di vera e propria economia-a-motore – che produce enormi profitti in molti ambiti.

All’indomani dello scandalo-emissioni targato VW, leggendo le cronache si nota come il settore automotive abbia fatto quadrato cercando di circoscrivere l’accaduto a “pochi modelli di una casa automobilistica” anziché fare una seria autocritica. Anzi, alcuni costruttori stanno puntando forte sui motori ibridi e elettrici indicandoli come il futuro “pulito” della mobilità: ma basta davvero “scaricare” il diesel e le sue emissioni inquinanti-più-di-quanto-dichiarato per poter voltare pagina e creare una mobilità più sostenibile? Evidentemente no, visto che le auto continueranno a produrre ingorghi, mangiare spazio sulla sede stradale e orientare le politiche della mobilità.

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In questo contesto molto car friendly, periodicamente vengono enfatizzate notizie per cercare di “mettere un freno” ai ciclisti indisciplinati: basta un solo caso di cronaca cittadina – come ad esempio una bici che urta un pedone – per scatenare una ridda di voci su provvedimenti draconiani verso chi pedala, da parte di editorialisti che nella loro vita non hanno speso una riga per dire che le auto inquinano. In primis la targa alle bici “per poter fare le multe”, poi l’assicurazione obbligatoria e naturalmente l’uso del casco, obbligatorio anch’esso: come se davvero un giro-di-vite contro i ciclisti fosse la panacea di tutti i mali della sicurezza sulle strade, senza capire che la cultura della mobilità è un qualcosa che si insegna fin da piccoli e si apprende per la strada, condividendola con gli altri utenti.

Gli interessi economici che muove il settore dell’auto sono enormi: ma se questi interessi diventano punti programmatici dell’agenda politica dei governi, orientando le scelte in tema di mobilità e inquinamento abbiamo un problema. Il futuro della mobilità in ambito urbano noi ce lo immaginiamo a piedi e a pedali, ma per arrivarci bisogna fare i conti con la situazione attuale fatta di ingorghi quotidiani. Provocati dalle auto, accettati con rassegnazione dagli automobilisti, relegati in un flash del bollettino sulla viabilità: il traffico quotidiano che non fa notizia.






3 Risposte a Il traffico quotidiano che non fa notizia

  1. Nicola ha detto:

    Mi sorge una domanda: che posizione avete (in senso generico di Bikeitala, ma anche a livello personale, ovviamente) riguardo alle moto e ai ciclomotori? Escludo a priori gli scooter perché chi li guida, di solito, è un automobilista stanco degli ingorghi e quindi trasferisce la sua “criminalità” (ovvio, non sempre) sulle due ruote motorizzate, seminando il panico tra pedoni, ciclisti e automobilisti (mi basta andare a Firenze per far nascere in me un pressante istinto omicida nei confronti degli scooteristi…), parlo delle moto vere, quelle che hanno avuto le loro origini da un motore a scoppio ed un telaio di bicicletta.
    Il fatto è: non occupano lo spazio di una macchina ma inquinano come loro, i motociclisti di solito hanno dei margini di civiltà paragonabili al ciclista generico ma vanno più veloci.
    Li trovate una nicchia ancor più ristretta dei ciclisti o sono considerabili nell’ambito della mobilità urbana?

    Per la cronaca, sul concetto di “piedi e bici” per la mobilità urbana sono perfettamente d’accordo, data la qualità dei servizi e delle infrastrutture invece , vedo proprio come una ingenua utopia pensare che tale tipologia di spostamento possa colonizzare ambiti extraurbani, al massimo qualche sindaco zelante che cerca di facilitare agli abitanti del comune; anche se sono convinto che delle piste ciclabili che collegano diverse città o conurbazioni sarebbero veramente il massimo per tutti.

    Saluti
    Nicola

    • Manuel Massimo ha detto:

      Ciao Nicola,

      per quanto mi riguarda considero moto e scooter come mezzi privati inquinanti a motore che andrebbero disincentivati al pari delle auto: il problema è che da molti vengono visti come una soluzione proprio per sopperire alle mancanze di infrastrutture di trasporto pubblico locale che in molte realtà urbane – grandi e piccole – non è all’altezza delle aspettative e non garantisce un servizio efficiente e capillare. Dare alternative per spostarsi in sicurezza in bicicletta e prevedere una rete di mezzi pubblici bike friendly davvero intermodale dovrebbe essere il compito di una qualsiasi amministrazione pubblica che come orizzonte delle proprie scelte ha la prossima generazione e non la prossima scadenza elettorale.

      Per quanto riguarda gli ambiti extraurbani, in Italia ci sono migliaia di chilometri di strade secondarie immerse nel verde che potrebbero essere trasformate in greenways ottime per il cicloturismo e gli spostamenti tra centri abitati in sicurezza, evitando il traffico e l’inquinamento delle grandi arterie di scorrimento. La questione è di volontà politica: se si decide di puntare sulla ciclabilità a tutto tondo credo che il nostro Paese ne abbia solo da guadagnare.

  2. Marco ha detto:

    Ciao,
    Io vivo a Torino, e considero questa città abbastanza bike friendly e ogni tanto pratico il bike to work. Qui un po’ di infrastrutture ciclabili ci sono (ovvio, poi non sono mai abbastanza e si può fare sempre meglio, ma guardiamo il bicchiere mezzo pieno), il bike sharing è in espansione, i treni regionali hanno il vagone bici, la si può portare volendo pure in metro (magari evitando gli orari di punta).
    Quello che manca veramente secondo me, e che aiuterebbe tantissime persone a cambiare mentalità, sono i locali spogliatoio, docce e armadietti nei posti di lavoro.
    I bagni sono spesso angusti, scomodi e dalla dubbia pulizia…
    Io abito a circa 15km dal mio ufficio, e quando arrivo ho bisogno di un posto in cui potermi cambiare e/o lavare, e in tutti i posti in cui sono stato, non c’è mai stato nulla di simile. Questo mi spinge spesso, spessissimo, a non poter utilizzare la bici.

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