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Se la politica sale in sella

News, Rubriche e opinioni • di 2 Maggio 2016

SIMBOLI_PRIMA_REPUBBLICA_IN_EVIDENZA
La campagna elettorale per le prossime elezioni amministrative è entrata nel vivo: si stanno ufficializzando le candidature e affinando i programmi in vista del 5 giugno, un election day che molti vedono come un banco di prova per il governo. In questa atmosfera tutta proiettata in avanti e coniugata al futuro, il mezzo “bicicletta” è sempre più presente: nella comunicazione e nelle promesse dei candidati.

Una ciclabile non si nega a nessuno, ma il problema della mobilità urbana non si risolve solo con una striscia per terra o con una serie di infrastrutture dedicate alle biciclette: in città sopraffatte dal traffico motorizzato bisognerebbe innanzitutto ridurre il numero di auto in circolazione per dare la possibilità al trasporto pubblico – potenziato – di effettuare più corse e migliorare la viabilità cittadina. Solo così il ciclista urbano intermodale può trovare un contesto favorevole dove poter pedalare di più e meglio, in sicurezza perché le strade sono state modificate per migliorare la visibilità agli incroci, evitare traiettorie che invitano a pigiare sull’acceleratore e ampie zone 30 dove i cittadini possano passeggiare e attraversare senza rischiare la vita.

Ma la bicicletta, checché se ne dica, da noi in Italia è vista ancora come un mezzo “alternativo”: non è la normalità come in Danimarca, dove chi pedala viene giustamente messo nelle migliori condizioni per farlo e Copenhagen appare agli occhi di un turista come un paradiso per ciclisti. Qui da noi invece la politica pedala poco e vola molto basso, come dimostra il recente emendamento sull’uso obbligatorio del casco presentato in Senato: una presunta misura per incentivare la sicurezza stradale che avrebbe il solo effetto – immediato e negativo – di disincentivare l’utilizzo della bicicletta in città. Nei Paesi ciclisticamente avanzati l’uso del casco non è obbligatorio: sarà mica un caso?

PCI_SALVAICICLISTIIn questo contesto, per sdrammatizzare un po’ il clima, sul web sono spuntati fuori dei simboli politici che ai più giovani non ricorderanno granché, perché rappresentano partiti della Prima Repubblica che ormai non ci sono più: o, meglio, simboli di partiti del passato reinterpretati in chiave ciclistica. Un’operazione-amarcord – portata avanti dal grafico Pietro Bruno e veicolata attraverso la pagina social dell’Associazione Salvaiciclisti Roma – iniziata con la pubblicazione del simbolo P.c.i. – Partito Ciclista Italiano – con al posto della Falce e Martello una Bicicletta (simbolo peraltro già utilizzato in passato) di cui sono state realizzate alcune spillette per finanziare l’attività associativa.

PSDI_SALVAICICLISTIMa il gioco è continuato e così balene bianche, garofani rossi, soli nascenti, edere e tricolori si sono trasformati in simboli dal chiaro contenuto-a-pedali, attraverso una riuscita operazione di editing semantico-politico. Lo scudocrociato della Democrazia Cristiana diventa l’usbergo per l’esortazione “Daje Ciclisti”, l’acronimo del Partito Socialista Italiano viene letto come “Pedalare senza inibizioni” con una bici rossa al posto del garofano, l’edera dei Repubblicani ispira un “Pedala Respira Intensamente”, il tricolore dei Liberali è accompagnato dal motto “Pedalare Liberi Incondizionatamente”, ma il capolavoro grafico arriva con i Socialdemocratici: il sole si trasforma in una collina e Psdi diventa il Partito “Salite Discese” Italiano.

Solo un gioco per rinfrancar lo spirito tra una pedalata e l’altra, che però è servito per creare interesse attorno al topic “bicicletta”: un argomento non più rinviabile, un futuro possibile se già dal presente cominciamo tutti a fare qualcosa per promuoverla. Se la politica sale in sella è solo un inizio: per cambiare veramente le cose e migliorare la situazione – delle strade, della vita delle persone, dei piccoli come dei grandi centri, del Paese – e bisogna soprattutto pedalare. Senza inibizioni, respirando intensamente, sulle salite e lungo le discese, liberi incondizionatamente soprattutto da chi invece vede nella bici un ostacolo e una minaccia per piccoli tornaconti di bottega o grandi interessi legati all’industria dell’auto. Più che un partito, quello del ciclista è un atteggiamento: di chi non si arrende di fronte alle difficoltà e cerca di dosare le forze per arrivare a destinazione scansando le insidie della strada. E qui un bel “daje ciclisti” ci sta tutto.







Una risposta a Se la politica sale in sella

  1. Mario ha detto:

    Molte delle spille personalizzate e distintivi da giacca con questi simboli politici le abbiamo fatte noi di http://www.spille.com , almeno nella produzione di gadget non c’è bandiera e i partiti si servono tutte dalle stesse aziende :)

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