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Bogotà, fine del viaggio sudamericano

News • di 26 Maggio 2016

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Credo che da un finale di un viaggio uno si aspetta sempre il meglio, soprattutto dopo 3 mesi di viaggio e 3.600 km in bicicletta. Ma come spesso accade la mèta finale, disattende ogni più positiva previsione. Soprattutto se la mèta in questione è una città da 9 milioni di abitanti arroccata a 2.500 metri sulle Ande.

Nel mio caso però, l’arrivo a Bogotà ha superato ogni mia rosea aspettativa, anzi, non credo di aver tribolato mai così poco per superare la periferia e raggiungere il centro, la Caldelaria, quartiere turistico ed universitario, dove la presenza della polizia e talmente forte e presente da dover ammanettare pure me, un povero pellegrino in bicicletta, che senza soldi però, risulta poco interessante e redditizio come invece, altri ingenui turisti.
E quindi eccomi qua, Bogotà, la fine del mio viaggio e la capitale di questa Colombia che mi è parsa tutto, fuorché pericolosa. Chiaro, ci sono posti, soprattutto con la notte, dove non è raccomandabile andare, ma come in italia e in qualsiasi posto al mondo, bisogna sapersi muovere e capire dove poter, e dove non dover andare.

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È da quando son partito che, nazione dopo nazione salendo, ho ricevuto solo del terrorismo verso il paese successivo. Gli argentini mi avvertivano dei boliviani, i boliviani dei peruviani, i peruviani degli ecuadoregni, gli ecuadoregni dei colombiani e i colombiani, mi avvertivano degli stessi colombiani. Proprio questo il loro problema. Si credono pericolosi e inaffidabili. Ma cosi non è, perché i bambini sono i primi a sorriderti, e le persone sono le più gentili e premurose finora incontrate, soprattutto se ti presenti con una bici come mezzo di trasporto.

Però il ricordo di Pablo Escobar è ancora presente nella testa della gente, e sicuramente ancora influenzate da un paese passato, che negli ultimi 25 anni, per il poco che ne ho capito, è cambiato molto. Come la stessa Bogotà, tutto sommato una bella città, non ricca di storia ma ricca di gente che affolla le grandi strade centrali, rese pedonali, non solo qualche domenica al mese, ma tutti i giorni dell anno, pari e dispari. Ed ecco che la bicicletta, assieme a bus e taxi (economicamente alla portata della maggioranza) diventa uno dei principali mezzi di trasporto, perché la strada ti tutela e rispetta, infatti, qui il tour per la città, non lo si fa seduti in cima a un bus, ma in sella pedalando per 4 ore tutti insieme a contatto con la strada.

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Bogotà si trova in cima alla Cordigliera occidendale, una lunga salita che inizia a Melgar, dicono la città con più piscine al mondo, che con i suoi 300 mslm offre per tutto l’anno temperature che oscillano tra i 25 e 35 gradi. Qui per 100 km la strada non ha fatto altro che salire, con delicatezza però, prima fino a Fusagasuga e poi fino a Sibate, il punto più alto prima di raggiungere a testa alta e col sole in faccia la capitale, senza fiatone e senza il sottofondo dei clascon che già temevo.

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Ma la vera salita è stata quando ho dovuto attraversare la Cordigliera centrale. Armenia-Ibague. La linea.
I primi a parlarmene sono stati i 2 colombiani. Poi, man mano che mi avvicinavano, un susseguirsi di persone fra avvertimenti e congratulazioni, a renderla ancor più importante e speciale. Infatti, è il passo più impegnativo dell’intero paese e tappa regina del Giro di Colombia, il quale sembrerebbe farne parte a ogni edizione.

Così quella calda mattina d’aprile, saluto e ringrazio per l’ospitalità gli amici pompieri di Tebaida, e dopo aver raggiunto Armenia a 1.500 metri inizio queste 5 ore di dura salita, che per 28 km di Panamericana, piena di lenti e tossici camion anche la domenica, mi porterà fino a 3.600 metri dove il sudore è ghiaccio e la nebbia nuvole. Durante l’ennesima stupenda discesa fino a Cajamarca, decreto “La linea”, come la salita più impegnativa, forte e lunga dell intero viaggio.

La mattina seguente me la prendo comoda, e dopo aver visto in tv una meritata vittoria di Dario Di Cataldo nella vuelta dei paesi baschi, riparto che son le dieci e mezza da Cajamarca. Qui come il giorno prima, rimango sbigottito nel vedere lo spazio tra una valle e l’altra, e durante una di queste pause, si ferma Logan. Nome poco colombiano, al contrario dei modi di fare: una persona squisita. La sua bicicletta, sicuramente più pesante e ingombrante della mia, lo deve portare fino ad Ushuaia nella terra del fuoco. E se io sto finendo, lui sta iniziando. Parte infatti da Cajamarca per il suo primo giorno di viaggio, e tra i 2 non so chi è più emozionato. Assieme raggiungiamo in discesa senza difficoltà Ibague, dove da sua sorella lui si ferma qualche giorno, mentre io solo per la notte.

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Bogotà è molto vicina e i 90 km fino a Melgar e al fiume Magdalena, il più grande della Colombia, sono retti e in leggera discesa. Il paesaggio a base di canna da zucchero a perdita d’occhio è un po’ monotono, ma la Panamericana a 2 corsie con 2 metri di banchina mi dà tempo di far viaggiare a ritroso la mia testa, e di rigodermi giorno dopo giorno l’intero viaggio, senza preoccuparmi dei camion che non tirano solo un banale cassone come da noi, ma 5 e a volte 6 zeppi di canna da zucchero, per un mostro poco più veloce di me, lungo su per giù una trentina di metri.

Il primo giorno in Colombia l’ho passato ad Ipiales. Tipica città di frontiera, dove a fare affari stavolta sono gli ecuadoregni, che con il loro pesante dollaro fanno girare l’economia. Affatto un bel posto, e rimando i primi giudizi generali. Qui trovo ospitalità da Oskar, utente Warmshower, che con la sua deliziosa famiglia mi ha dato da dormire e da mangiare, senza voler nulla in cambio. Qualche giorno dopo dovrò poi cambiare un attimo parere quando vengo a scoprire che ad Ipiales si trova a sentir la gente, la seconda chiesa più bella al mondo, che richiama pellegrini anche a piedi, da tutta la Colombia, e io pellegrino in bicicletta, partito addirittura dall’Argentina, neppure l’ho considerata. Ma anzi, sono partito a tutta birra in discesa verso Pasto, a lato di un fiume capace di scavare un canyon profondo centinaia di metri. E mentre scendevo sorridente, mentre mi godevo il mio primo giorno a 40 all’ora, giusto il tempo di capire che c’è qualcosa che non va, che la ruota davanti in un attimo si sgonfia e inizia pericolosamente a traballare con tutte le borse annesse. In quella frazione di secondo mi vedo a terra impotente, ma la frazione dopo con i freni schiacciati sono a lato strada ancora in piedi.

Il tempo di riparare l’ennesima foratura e sono ancora in discesa, stavolta sotto la pioggia ad incitare gli altri ciclisti che venivano con la lingua di fuori salendo. Qui vado a pari con la fortuna, e se prima mi è andata bene, stavolta quell’attimo di distrazione mi fa mettere la ruota anteriore lungo la parete inclinata del canale di scolo a lato strada. Sto scendendo a più di 45 km all’ora e quando mi accorgo di dove sto andando e troppo tardi per deviare bruscamente a sinistra senza sapere cosa passa in mezzo alla strada. Così non posso far altro che prepararmi, e appena la ruota finisce lungo la parete inclinata, una frazione dopo sono in terra insieme a borse e bici a scivolare in discesa lungo il canale di scolo. La strada bagnata riduce l’effetto abrasivo, e a parte qualche escoriazione e vestito strappato, sono incazzato ma in grado di continuare. A Pasto riesco ad arrivarci solo in serata dopo esser tornato a salire per 25 km, che dopo 3 mesi in bicicletta sono una sfida non più tanto impari, anzi concentrandosi, e controllando mente e fiato, si può salire per lunghi tratti respirando con il semplice naso.

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Pasto poco interessante, simile all’Ecuador mi dà il via per Popayan, che si trova a 250 km più a nord. 3 giorni di viaggio racchiusi in 6 ore in pulmino con 3 argentini un gatto e un cane, che mi han raccolto lungo una salita pochi chilometri fuori Pasto. Loro si sono fermati spontaneamente, e quando capitano queste cose è difficile dire di no e rinunciare. Poi l’atmosfera era talmente bella che sarebbe stato stupido scendere e tornare a pedalare, e a lottare con il pedale sinistro che nel frattempo ha deciso di malfunzionare, e a tratti bloccarsi completamente a tal punto da svitarsi e staccarsi. Qui scopro che i numerosi militari che a mo’ di check-point assicurano le strade, non fanno il pollice alto solo a me in bicicletta, ma a tutti, automobilisti e camionisti compresi, con l’intento riuscito di dire “guida tranquillo, va tutto bene, ci siamo qui noi”.

Così nel tardo pomeriggio, sono a Popayan. Gli argentini hanno un contatto fuori città, io cane sciolto, decido di esplorare la città è darmi alla sorte. Malevola per l’occasione perché senza saperlo mi ritrovo nel mercoledì santo, nella città più religiosa della Colombia. Il che si traduce in una città piena colma di pellegrini moderni, prezzi tutti aumentatati, e fino al venerdì santo incastrato in queste processioni epiche che paralizzavano l’intera città. Coloniale, con case tutte bianche che alla stessa altezza non potevano superare le numerosissime chiese, mai stato così difficile orientarsi ed eludere i vari blocchi.

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Da Popayan, la strada è quella per Cali, con la Panamericana che attraversa la valle del Cauca in leggera discesa, da spezzettare in 2 giorni a fianco delle solite sconfinate distase si canna da zucchero.
Cali, con i suoi 25 gradi di media annuale, e i suoi più di 2milioni di abitanti, è famosa in tutta la Colombia come la città più caliente e agitata di tutto il paese. Infatti è la patria della salsa, presente in ogni locale, in grado di dare il ritmo alla strada e alla notte di molti raffreddati colombiani insonni. Mi colpisce l’ostello, la Casa Amarilla, animata da artisti di ogni tipo e razza, dove trovo per caso la stanza più bella, all’ultimo piano, dove il letto con la sua zanzariera, è protetto solo da un tetto, e 2 pareti su 4. Mai dormito così bene.

Dopo Cali la strada è per Armenia, e da lì, già detto la Linea per attraversare la cordigliera centrale e quindi conquistare Bogotà, per 5 bei giorni, a godermi questa mia piccola impresa personale, che sarebbe stato solo un sogno senza le persone, che prima, dopo e durante hanno permesso tutto questo. Il primo ringraziamento va a loro perché da solo, non ce l’avrei mai fatta!

Un grazie anche a Bikeitalia, per questa curiosa opportunità, è stato un piacere dedicarvi questo mio stralcio di vita. Spero di non avervi annoiato ma piuttosto incuriosito, perché è stato un viaggio incredibilmente bello, attraverso luoghi e persone che consiglio di vivere a tutti, senza paura e al più presto!

Ubriaco di potere aggiungo 2 citazioni che essendomi rimaste in testa per l’intero viaggio, vorrei regalarvi come finale…
il denaro è la droga della gente senza immaginazione – e per finire – l’unica catena che dona libertà, e quella della bicicletta

Ciao a tutti!

Marco

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Una risposta a Bogotà, fine del viaggio sudamericano

  1. Karina Cabello ha detto:

    Hoy siendo las 2:13 am., mirando fotos de mi viaje a Bolivia apareciste en una y me acordé de ti. Puse tu nombre en google y apareció esta página y leí todos los artículos que publicaste de tu gran viaje, con ayuda de un traductor por supuesto jeje. Y mira que hermoso viaje, lleno de aventuras y experiencias te has llevado a casa para recordar siempre. Quiero decirte que fue un gusto haberte conocido en esa linda isla del Sol, beber un vino en Copacabana y bailar al son de la cumbia boliviana :), te mando un abrazo lleno de luz desde Chile y espero algún día saber de ti, cariños!!!

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