Quanto conta il talento nel ciclismo?

23 Agosto 2017

Spesso i ciclisti, soprattutto nei forum e nei gruppi social, hanno la tendenza ad etichettare gli atleti di successo come “dotati” o “talentuosi”. Si presuppone quindi l’esistenza di un dogma inequivocabile: o nasci già predisposto geneticamente oppure per te le porte del successo sportivo sono irrimediabilmente chiuse. E’ davvero così? Quanto conta il talento nel ciclismo se paragonato al duro lavoro, all’impegno e all’allenamento quotidiano?

Il mito del talento

L’esempio più usurato su quanto la genetica sia predominante nello sport (Usain Bolt a parte) è Miguel Indurain. Il pluricampione spagnolo possedeva una VO2max fuori dal comune, così come una frequenza cardiaca a riposo di 28 battiti (un uomo sedentario ne possiede una di 62) e una capacità di ossigenazione muscolare molto alta. Questo gli ha permesso di vincere tutto ciò che ha vinto. Ma è dipeso tutto e solo dalle doti innate? Non c’è stato nient’altro?

Un libro molto interessante s’intitola Bounce, scritto da un ex atleta olimpico e ora giornalista britannico Matthew Syed, che ha indagato il “mito del talento”. Usando gli studi scientifici attualmente disponibili ha dimostrato come, anche in atleti come Tiger Woods o le sorelle Williams, la predisposizione genetica non sia stata sufficiente per determinare il successo. L’autore ha elencato le numerose ore e sessioni di allenamento alle quali si sottopongono gli atleti di successo (il padre delle sorelle Williams era famoso per gli allenamenti massacranti alle quali sottoponeva le figlie ancora bambine, così come è successo ad Agassi). Soprattutto perché si può nascere predisposto per sviluppare un’elevata potenza anaerobica ma non esserne coscienti e dedicarsi alla corsa di ultradistanza, per esempio.
Il problema è che in sport detti “open skill” come tennis e golf, i gesti motori sono molto complessi mentre il ciclismo è uno sport con un gesto ripetitivo e facile da apprendere. Quindi come la mettiamo?

Il talento da solo non basta

Prendiamo allora un esempio da uno sport molto simile al ciclismo, poiché si tratta di un’attività aerobica protratta per molte ore, che consuma le riserve energetiche di glicogeno e grassi, che richiede un impegno mentale molto elevato e che ha un gesto motorio semplice e ripetitivo. Sto parlando della corsa di lunga distanza. Come tutti saprete i più forti maratoneti al mondo vengono dal Kenya. Il fatto curioso è che l’80% dei corridori kenioti più forti vengono tutti dallo stesso paese, ovvero il distretto di Nandi. E’ il luogo con la concentrazione più elevata di atleti di successo al mondo. Da cosa dipende questo “talento”? Il team di ricerca dell’università di Brighton, capitanato dal professor Yannis Psitladis, ha studiato i corridori kenioti e ha capito che il distretto di Nandi si trova a un’elevata altitudine, maggiore di quella media africana. In sostanza i corridori kenioti si sottopongono perennemente a un allenamento in altitudine, con una pressione atmosferica minore e quindi la necessità per l’organismo di adattarsi per mantenere la prestazione con un carico di ossigeno minore. Questo li rende sicuramente più performanti, poiché il costo energetico della loro corsa è minore e riescono ad essere più efficienti, mantenendo velocità di corsa più elevate ma con un consumo energetico ridotto. Spiegato dunque l’arcano? Basta nascere in un luogo di montagna per essere votati al successo negli sport di resistenza?

La realtà è diversa. Tutti i top runner Kenioti studiati dal team di Psitladis si sottoponevano a estenuanti allenamenti di corsa sin da bambini. Questo perché la scuola più vicina si trova a 20km, che tutti i ragazzi percorrono due volte al giorno e spesso correndo. Ogni top runner kenyota, per quanto “fortunato” ad essere nato nel distretto di Nandi ad elevate altitudini, ha allenato la resistenza aerobica ogni giorno della sua vita, correndo una maratona quotidiana solo per andare a scuola. La predisposizione c’era ma ciò che ha permesso il salto di qualità è stato l’allenamento.

L’allenamento è ciò che conta

Quante volte, vedendo un calciatore di talento ma che non s’impegna, ci siamo trovati a dire la solita banalità “non ha la testa per essere un campione”? Nonostante sia una frase da bar, sottintende una grande verità: senza impegno e costanza non si possono raggiungere risultati degni di nota. Il mondo dello sport è pieno di esempi di sportivi con doti mediocri che hanno ottenuto enormi risultati e di altri, promettenti e talentuosi, rimasti al palo. Vi porto l’esempio del più grande campione di trail running al mondo: Kilian Jornet (capace di salire sull’Everest in solitaria due volte in una settimana). In un’intervista ha affermato che la sua dieta è solo pizza e Nutella. Molti allora hanno pensato che le sue vittorie siano dovute solo al talento innato, alla sua Vo2max, ai suoi 32bpm a riposo. Il fatto è che Kilian si allena ogni giorno per 8 ore, correndo in estate e facendo sci alpinismo in inverno. Pochi atleti dedicano così tanto tempo all’allenamento.

Un altro esempio di allenamento scientifico e sistematico è il supercampione svizzero Nino Shurter. Le sue vittorie lasciano tutti a bocca aperta ma, come ha raccontato spesso e come ha confermato il suo preparatore, Nino non lascia nulla al caso, allenando anche aspetti che altri biker tralasciano, come la forza massima, la propriocezione o la coordinazione e la rapidità di decisione.

Quindi il talento, nello sport, è un mito. lo è soprattutto in uno sport di lunga durata e di resistenza come il ciclismo, dove solo un allenamento funzionale, ben studiato e periodizzato può portare risultati (improvvisazione spesso fa rima con fallimento). Allenare la resistenza, la potenza, la forza muscolare, la flessibilità e farlo all’interno di un piano ben congegnato (da sé stessi o da un preparatore qualificato, che sia perlomeno laureato in scienze motorie), permette di ottenere molti più risultati di quanto la sola predisposizione genetica possa fare da sola. La prossima volta che diremo che il ciclista che ci ha passato in salita ha più talento di noi, proviamo a pensare se non stiamo cercando di nascondere le nostre pecche in allenamento.

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