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Ho portato la bici all’università

News, Rubriche e opinioni • di 13 novembre 2017

Firenze 10-11-17

università
Beh, ammetto che salire la manciata di gradini che portano al piazzale dove si trovano le aule e farlo con una bici sulle spalle, mi ha fatto venire il fiatone e mi ha tolto la parola. Manco fosse l’Everest. E sì che di portage ne ho fatto. Sulle salite, nel fango e nella neve.
Questa volta, per giunta, al posto dei miei pesanti cancelli in acciaio, ho uno splendida bdc in carbonio, leggera e costosissima. Questa volta, non ho il completo da bici ma vesto abiti civili anche se, vista la particolarità della lezione, mi permetto di presentarmi all’Università con scarpe e pantaloni da trekking e barba lunga. Si perché, oggi, di nuovo, si congiungono passione e lavoro. Oggi, la bicicletta non è la mia compagna di fatica e gioia, ma è oggetto della mia lezione, al Master di Biomeccanica applicata alla terapia ortesica podologica dell’Università di Firenze. E l’emozione si sente.
Da quando ho pensato, per la prima volta, di seguire un corso di bikefitting ad oggi, è passato poco più di un anno. Nel frattempo la bici, la mia grande passione, ha iniziato a diventare un lavoro. Ha occupato sempre più spazio, anche giù dalla sella e dai pedali: ore di studio, di ricerca e di confronto con i colleghi e gli amici. E la bici pedalata, anche quella, è cambiata; si è lasciata pervadere dall’autoanalisi, dai tentativi di comprendere cosa stavano facendo i miei piedi, le mie caviglie, le mie gambe.

lezione podologia
Se fai il podologo, se passi la vita a studiare il piede, a curare il piede, finisci per osservare gli altri e te stesso sempre partendo dal basso. Quando sei per strada, ma anche quando guardi la TV o leggi un giornale e c’è qualcuno che cammina, l’occhio va sempre ad osservare i piedi e a coglierne le sfumature di funzione, le differenze tra ciò che vedi e ciò che in letteratura viene definito come normale, a interpretare i rapporti con il resto del corpo. L’uomo si sposta sui piedi. Per natura. E i piedi rispondono a un’infinità di stimoli. Talvolta si adattano a ciò che sta sopra e, allora, noi Podologi, li definiamo adattativi. Talvolta sono essi la causa di quello che non quadra in ciò che sta sopra (ginocchia, bacino, schiena…) e allora li chiamiamo causativi. E il Podologo studia, osserva, interpreta. Ecco, tutto questo mi succedeva sempre tranne che in bici. La bici era la mia isola felice. Poi ho conosciuto Omar e Giuliano. E sono iniziate le domande. Ed è finito il ciclismo spensierato. Ora, in bici, studio me stesso e studio gli altri ciclisti che pedalano. Quando li vedo pedalare da dietro, quando li vedo arrivare da davanti, quando mi si accostano, li guardo. Cosa fa il piede, cosa fa il ginocchio, l’anca, il bacino, come si comportano le spalle, come tiene le braccia, che curva fa la schiena…e cosa faccio io. Sono arrivato a montare la bici sui rulli e a pedalare scalzo per vederli davvero, i miei piedi. Sui pedali automatici. Una gioia.
Da qualche anno a questa parte, ho la fortuna di lavorare all’interno del gruppo che si occupa di Podologia in Toscana. Biomeccanica, posturologia, terapia manuale, osteopatia, ebm… Un bel gruppo, col grande merito di cercare sempre nuovi stimoli e fissare nuovi obiettivi, anche e sempre con la collaborazione di altri professionisti. Fisioterapisti. Osteopati. Medici.
Malato di bicicletta. Podologo. Convinto sostenitore dell’interdisciplinarietà. Osservatore per natura. Non ho avuto scelta: la bici l’ho dovuta portata all’Università. E l’ho portata con l’aiuto e il sostegno di amici e colleghi. Podologi, Fisioterapisti, Scienze Motorie, Biomeccanici, Mezieristi… Matteo Ieri e Federico Cinelli, Giuliano Martiniani e Paolo Gaffurini e Omar Gatti, che non si ferma mai, che ha sempre idee e che organizza tutto. E l’ho portata partendo dal piede. Di nuovo e come sempre. E allora ho voluto, prima di tutto, capire il gesto tecnico, soprattutto quello del piede, chiuso nelle scarpette rigide del ciclista, poco considerato ma, di fatto il cardine del sistema uomo-bici. E l’ho voluto capire confrontandolo con quello che, per un Podologo, è l’essenza dell’essere: la deambulazione.
Pedalata e deambulazione, si possono confrontare? Sono uguali? Sono diverse? Cos’hanno in comune? Se l’uomo ci ha messo milioni di anni per imparare a camminare in posizione eretta, cosa succede se lo metto su un mezzo meccanico con dei vincoli imposti? (Di tutto questo ho ampiamente parlato in un mio precedente articolo).

lezione università
Sono entrambi movimenti che si esplicano prevalentemente sul piano sagittale, quello lungo il quale ci muoviamo quando pedaliamo e camminiamo. Prevalentemente ma non esclusivamente. Anca, ginocchio, caviglia si muovono contemporaneamente nei tre piani dello spazio: sagittale, coronale, trasversale. Sempre e inevitabilmente. E ancora, deambulazione e pedalata, sono entrambi movimenti che prevedono dei cicli. Alternano estensioni e flessioni. Influenzano e sono influenzati da resto del corpo e anche dal SNC. E soprattutto, entrambi “usano” il piede come strumento propulsivo. Ma sono anche diversi. Quando si cammina, il gioco sta nel perdere l’equilibrio in avanti e riguadagnarlo, avanzando, nel frattempo. Quando si cammina si muovono le braccia. Quando si cammina non ci sono vincoli. In bici abbiamo forze d’inerzia in movimenti lineari del complesso uomo bici e circolari dei pedali e delle ruote, in bici le braccia sono (quasi) ferme, in bici abbiamo vincoli che impongono delle posizioni fisse in un sistema chiuso dove ogni regolazione influisce parti lontane del corpo.
E allora ho iniziato ad accostare il gesto tecnico, il ciclo della pedalata, al ciclo della deambulazione. A confrontarli, evidenziando le differenze e trovando le analogie. Tutto questo, l’ho portato a Firenze. E, dal momento che non è pensabile isolare il segmento piede-caviglia dal resto del corpo e, dal momento che “il resto del corpo” sta sulla bici e ha dei vincoli, insieme a me c’era Giuliano Martiniani, che il ciclista sulla bici lo vede dal punto di vista del Fisioterapista. Due professioni diverse che lavorano su un unico corpo: quello del ciclista.
Quando la lezione termina, il pensiero va ai progetti futuri. Il confronto ora lo vogliamo oggettivare con strumentazione: pedane e sensori baropodometrici e sensori inerziali. Augurateci buon lavoro.

bici sul letto

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3 Risposte a Ho portato la bici all’università

  1. Paolo Gaffurini ha detto:

    Buon Lavoro

  2. Francesco Frigerio ha detto:

    Grande Andrea! Bellissimo articolo e bellissima relazione.

  3. FRANCESCO ha detto:

    Bellissima analisi, complimenti!

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