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Adelmo Mutti: racconto di guerra e bicicletta

News, Rubriche e opinioni • di 26 giugno 2018

In quel periodo, da una parte all’altra delle Alpi, tutti volevano due bei manubri. Due folti baffi, come calme onde, a decorare il viso. In quel periodo, la passione per i baffi, era una di quelle questioni, che se sguainata” al momento giusto, avrebbe messo a discutere pacificamente, interi reggimenti. Anche sotto il mio naso, ovviamente, in quell’inizio di Ottobre del 1915, un numero imprecisato di peli, formava degli ordinatissimi mustacchi castani. Le mode non conoscono confini, e quelli fra noi italiani ed i sudditi dell’imperatore, erano destinati a non durare a lungo.

Sono Adelmo Mutti, medico e volontario del XII reggimento bersaglieri ciclisti di Brescia. Confluito nel battaglione Lombardo. Insieme a me, il mio assistente Marione, e Nando, un mio paziente con evidenti problemi psichici che da anni seguivo come un fratello. E’ mia la responsabilità di averli trascinati qui. La mia curiosità, paragonabile a quella di un bimbo di fronte ad un nuovo giocattolo, per la bicicletta e la condivisa intenzione di tutti e tre di stare il più lontano possibile dal fronte, ci avevano portato a fare domanda come volontari ciclisti fra i bersaglieri. Una mia conoscenza nell’esercito aveva fatto il resto. Ben presto avremmo scoperto che il fronte non era poi così lontano.
Il clima stava diventando sempre più rigido, ma in quei primi giorni d’ottobre, la temperatura, non era l’unica cosa che stava cambiando per noi.
Un giorno due grossi mezzi motorizzati, ci avevano trasferito insieme alle nostre Bianchi modello 1912, da Peschiera a Malcesine. Il confine con l’impero si avvicinava. Il monte Baldo sopra le nostre teste imponeva attenzione. La stessa attenzione era rivolta ai nostri ufficiali. Cercavo di capire nei loro occhi, nel loro umore, nelle vibrazioni delle loro parole cosa ci aspettava, quali erano i piani per i giorni seguenti. Quel mistero mi metteva paura. Anzi, io Nando e Marione, i tre bresciani, avevamo la stessa paura. La paura di morire. Paura di dover ammazzare qualche Austriaco ma anche paura di essere feriti e di non poter più pedalare. Il nostro battaglione, essendo una specie di esperimento, l’utilizzo dei velocipedi, per l’esercito, era composto da uomini stravaganti. Fra tutti spiccava il gruppetto di artisti, quello di Filippo e Umberto e dei loro amici. Ecco, avevamo paura anche di loro. Loro non avevano paura della guerra, anzi, la tifavano.
La notizia arrivò. Dovevamo prepararci a salire sul Baldo. Si doveva conquistare il monte Altissimo, per avere una visione strategica verso il nord‐est. Lì sopra ci aspettavano gli Austriaci ed i loro cannoni.
Due giorni. Il primo di licenza ed il secondo ad inventariare e preparare armi ed attrezzature. Poi l’ascesa. “Adelmo… Adelmo, me go pora… a me i crucchi i ma fat negot…”*
“Nando rasserenati, ti prometto che non ci succederà nulla, vedrai che prima che inizi l’inverno sarà tutto finito”
“Quanto tempo ci vorrà per fare il giro del lago con la bicicletta?” buttò lì Marione, che da un po’ stava evidentemente pensando ad altro. Ottenne il nostro più completo stupore. Da quella domanda, nacque naturale l’intesa. Se proprio saremmo dovuti salire in cima al Baldo per litigare con i “crucchi” e per goderci il panorama, prima allora, avremmo litigato con le nostre gambe e circumnavigato il lago con le nostre bici.
La sera della vigilia del nostro giorno di licenza, la passammo ad interrogare la nostra memoria, alla ricerca delle strade, delle distanze e dei tempi. Non servì a nulla se non a creare confusione. In fondo ci sarebbe bastato orientarci, mantenendo il lago alla nostra destra. Per i tempi, non sapevamo se un solo giorno ci sarebbe bastato.
L’indomani, poco prima dell’alba, stavamo già spingendo sui pedali. Qualche chilometro dopo, cominciammo a vedere le nostre ombre lunghe sulla strada. Slanciate verso il lago. La luce stava svegliando i colli veneti, il freddo ci faceva tenere stretti i denti ed il collo immerso nelle spalle. Gli unici rumori che infastidivano il silenzio dell’alba erano quelli delle molle cigolanti delle nostre selle. Così pedalando, senza sprecare il fiato e senza neppure guardarci troppo attorno arrivammo nelle campagne che precedevano Desenzano. Riuscire a capirlo fu semplice. Si vedeva in lontananza la torre di San Martino, maestoso simbolo dedicato a Vittorio Emanuele II, padre del Re che ci stava mandando a far la guerra. Prima di entrare nel borgo di Desenzano, ad unanime richiesta, ci fermammo per mangiare il nostro pranzo. Pane e mele.
Ripresa la marcia, passando per il borgo di Desenzano in divisa ed in sella alle nostre biciclette, la gente ci incitava e salutava con frasi del tipo “Viva il RE!”, “Avanti Savoia!”, pochi invece vedendoci, cambiavano strada, continuando a osservarci con la coda dell’occhio. Poco oltre Desenzano Nando sentenziò “Quan’che la fenes ste storia de la guera, voi fa el giro de töta
l’Italia con la me bicicleta!”**. Nando aveva seguito con passione ed ammirazione i primi giri d’Italia in bicicletta, ma il suo desiderio non era competitivo, ma avventuristico.
Ottobre non ci regalava una luce favorevole e ben presto ci rendemmo conto di due fattori che ci avrebbero impedito di completare la nostra “scampagnata”. La prima, il buio. Eravamo solo a metà dell’opera ed il corto pomeriggio cominciava a lasciare spazio all’imbrunire. La seconda, incredibile dimenticanza strategica, per completare il giro avremmo dovuto varcare due volte il confine con l’Impero, in ingresso e in uscita, dall’altra parte del lago. Nel concepire il nostro viaggio avevamo dimenticato un piccolo ma significativo particolare. Eravamo in guerra contro l’Austria‐Ungheria! L’entusiasmo del nostro viaggio ci aveva fatto dimenticare per qualche ora lo scontro bellico. Era dunque servito!
Giunti a Salò ci fermammo per fare i conti con la realtà. Il nostro viaggio era impossibile da ultimare. Nando, decisivo come al solito disse “El me zio l’abita a Toscolà, el ga na barca”***. Da Salò a Maderno le bici volarono leggere. Lo zio di Nando con la sua barca ci lavorava. Pescava, trasportava persone e la notte, fino a qualche mese prima della guerra ci contrabbandava merci con gli austriaci. Lo trovammo all’osteria di fianco alla chiesa dedicata a Sant’Ercolano, proprio in fronte al lago. Condividemmo con lui del vino e aspettammo il buio completo per caricare le bici sulla barca. Il lago la sera è calmo. I suoi venti, l’Ora ed il Péler, si sfogano durante il giorno. Non so dire quanto sia durata la traversata, poco dopo la partenza mi addormentai. Quando mi svegliai la barca si stava avvicinando alla riva orientale del lago. “Siamo a Cassone” mi sussurrò sottovoce lo zio di Nando. Scoprirò poi che la chiesa che vedemmo poco distante dalla riva, un paio di anni prima, era stata il soggetto di un dipinto di un famoso pittore austriaco. Anche l’arte non conosce confini.
Giunti a Malcesine ci unimmo per qualche ora al sonno dei nostri compagni di battaglione.
Nessuno si accorse di nulla.

* “Adelmo… Adelmo, io ho paura… a me i tedeschi non hanno fatto niente…”
** “Quando finisce questa guerra, voglio fare il giro di tutta l’Italia con la mia bicicletta!”
*** “Mio zio è di Toscolano Maderno, ed ha una barca”.

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