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“Sognando la bicicletta”, i racconti sulla bici di Ferruccio Bono

News • di 4 Dic 2018

Il nostro lettore Ferruccio Bono ha pubblicato una raccolta di 35 racconti a tema bici intitolato “Sognando la bicicletta” per la casa editrice Nerosubianco di Cuneo. Pubblichiamo volentieri il primo dei racconti presenti nel libro, intitolato semplicemente “Coppi”.

“Andiamo a vedere Coppi” disse mio padre.

Quell’anno il Giro d’Italia transitava sulle strade delle Langhe e attraversava il paese dove abitavamo. I corridori sarebbero passati a poca distanza dalla nostra casa, avremmo potuto osservarli in lontananza dalla grande terrazza, ma mio padre preferì scendere in strada.

Attraversammo il ponte e ci fermammo all’estremità opposta. Sulla destra si poteva vedere il lungo viale alberato dal quale sarebbero arrivati i corridori, proprio davanti a noi la strada piegava in leggera curva e una breve discesa immetteva sull’altro viale che delimitava il borgo, seguendo l’argine del fiume. Era un punto di osservazione ideale, ma dopo pochi minuti un carabiniere venne a informarci che non si poteva stare su quel lato della strada, bisognava attraversare.

Ci trasferimmo dall’altra parte e scoprimmo che il punto di osservazione era molto più limitato. Adesso ci trovavamo all’interno della curva, lo sguardo non arrivava fino al viale alberato e nemmeno si scorgeva più la strada sull’argine. Non c’era tempo di spostarsi e di cercare una sistemazione migliore: la carovana era già in transito.

Passarono automobili dai colori e dalle forme che destavano la meraviglia degli spettatori. Una assomigliava a una grande bottiglia, un’altra trasportava un’enorme scatola di lucido per scarpe. Il colore dominante era il rosa. Dagli altoparlanti montati sulle vetture rimbombavano musiche e slogan pubblicitari. Il rumore di fondo era quello del vociare della folla eccitata.

Un furgone vetrato si fermò proprio davanti a noi, mentre da un altoparlante sistemato sulla cabina partivano rumorosi inviti a comprare tavolette di cioccolato. Adesso la visuale era completamente coperta. Per fortuna intervenne la guardia comunale e con un imperioso trillo del fischietto obbligò l’autista a ripartire.

All’improvviso un mormorio di ammirazione salì tra la folla. Mi sporsi in avanti e riuscii a scorgere un ciclista in arrivo. Era solo, non pedalava ingobbito sul manubrio ma avanzava diritto rivolgendo gesti di saluto al pubblico. Non era un corridore. Era un alpino, o meglio uno che doveva aver fatto l’alpino in gioventù e precedeva tutte le tappe pedalando con tanto di cappello e di piuma. La gente applaudì il passaggio dell’alpino che alzava le braccia come se stesse per tagliare vittorioso il traguardo.

Il transito delle auto della carovana era terminato. Adesso l’attesa dei corridori diventava fremente. Intorno a me sentivo discorsi e nomi di corridori: Baldini, Nencini, Defilippis.

“Sì, ma Coppi…” diceva uno alle mie spalle.
“Eh, Coppi ormai è vecchio…” interveniva un altro.
Alzai uno sguardo sorpreso e sconcertato verso mio padre.
“È diventato vecchio Coppi?”
“Sì, ma è sempre il più forte” mi rassicurò lui.

All’improvviso transitarono alcune motociclette della polizia. Procedevano lungo il bordo della strada e gli agenti facevano ampi gesti per invitarci a stare indietro. Un attimo dopo arrivarono i corridori. Erano tutti in gruppo. Sbucarono veloci dal viale, piegarono appena le biciclette per affrontare la curva e la breve discesa e sparirono in un attimo.

“Guarda Coppi… È lì… Forza Coppi, Dai Coppi!” sentivo un vociare confuso intorno a me, ma il rumore che più mi colpì fu quello delle biciclette. Non era quello dei tubolari sull’asfalto, era un rumore particolare, una specie di fruscio, un ronzio metallico dovuto al fatto che nell’affrontare la leggera curva in discesa i corridori avevano smesso di pedalare e gli ingranaggi della ruota libera avevano creato un sottofondo uniforme, una speciale colonna sonora che accompagnava il gruppo.

Dopo i corridori transitò la lunga colonna delle auto delle squadre che portavano le biciclette fissate sul tetto e infine gli ultimi veicoli pubblicitari della carovana.

Mio padre mi prese per mano e ci avviammo verso casa.
“L’hai visto Coppi?” mi chiese.
“No, non l’ho visto”.
“Ma come, era quello in mezzo al gruppo, con la maglia azzurra, il naso lungo…”
“Non l’ho visto, non ho visto Coppi” mormorai deluso.





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