Per realizzare le strade ciclabili servono progetti di territorio, non basta un cartello

8 Dicembre 2020

La proposta legislativa che va sotto il nome di ‘strade a priorità ciclabile’, proposta dalla Regione Puglia, accolta dalla Conferenza delle Regioni e inviata alla Commissione Trasporti della Camera l’8 ottobre scorso, sta riprendendo vigore in queste settimane.

Stiamo parlando delle strade ciclabili già introdotte dal Codice della Strada (e già problematiche) consistenti in strade assimilabili alle categorie E ed F (queste sono per il Codice della Strada delle strade locali urbane o extraurbane opportunamente sistemate – CdS Art. 2 comma 3… ma poi esistono pure le Fbis che sono già itinerari ciclopedonali e ci danno non pochi problemi) che poi la legge sulla mobilità ciclistica del 2018 ha ricordato come essere strade senza traffico.

Quel che si vuol fare ora è dare un’ulteriore etichettatura ciclabile con il rischio di estendere automaticamente il concetto a tutte le strade F e fare ancor più confusione. Ma, come non è tutto oro quel che luccica così non è tutto ciclabile quel che è preceduto da un cartello di strada ciclabile. Provo a dire quali sono le mie perplessità per le quali arrivo a dire: non fate questo ulteriore passo.

Da subito voglio dire che, così come è proposta, la strada ciclabile è un dispositivo di buona compatibilità con le aree urbane, vuoi per la forma urbana, vuoi per le finalità di l’utilizzo, vuoi per i possibili controlli. Ma la ‘strada urbana ciclabile’ del Decreto Semplificazione (DL 76/2020) non è automatico che funzioni bene persino nelle aree urbane. Perché anche là, sappiamo tutti benissimo, non basta un cartello con scritto ‘Zona 30’ per rendere perfettamente sicura una strada o una striscia per terra lasciando di fianco le auto.

Sia chiaro che siamo tutti ben contenti che aumentino le zone 30 e che certe strade diventino ciclabili, ma non per questo abbiamo l’ansia di vederle ovunque fuori città. Laddove all’estero sono state fatte, si è investito spesso ben oltre la pittura del segnale a terra o del palo con tanto di cartello. Sono state avviate vere e proprie trasformazioni dei connotati urbani e la strada è tornata il vero e proprio spazio pubblico e collettivo urbano che è bene che sia, come spesso dovrebbe essere e non è più per via dell’invasione legittimata delle auto (pensiamo alle tante piazze che sono solo parcheggi oggi).

Anche dove non hanno ridisegnato il contesto urbano vicinale, sono state spesso ridisegnate la sagome stradali, sono state cambiate le pavimentazioni, sono stati inseriti dossi, chicane, disassamenti, cuscinetti berlinesi e chi ne ha più ne metta (spendendo bene i soldi) così da rendere più complicata la vita alle auto e più facile alle bici, che poi è il vero trucco per agevolare la mobilità ciclistica in città e migliorare la qualità della vita. con la strada a priorità ciclabile invece si vuole la bicicletta senza ridurre l’auto, senza ridisegnare le strade, senza mettere mano a nulla rischiando di far di questa iniziativa il solito provvedimento all’italiana, fragile e debole fin dalla nascita. Però appariscente e che qualcuno può spillarsi sul bavero della giacca.

Proseguiamo con i punti deboli. Faccio allora notare che prendere un provvedimento che ha buona validità urbana e decidere di copiarlo e incollarlo tout-court fuori città lungo le molte strade F locali, senza che vi sia uno straccio di sperimentazione e di studio che ci dica se le strade urbane ciclabili ha senso esportarle fuori città è, quanto meno, azzardato e rischioso. Hanno fatto un’analisi di impatto prima di fare questa proposta? Possono avvenire incidenti lungo le strade F italiane? Sono tutte pronte all’uso ciclabile? Nel passato alcune strade F sono diventate Fbis con leggerezza…

Tra l’altro la Regione Puglia dovrebbe saperlo benissimo che il rischio c’è visto che le strade F sono spesso quelle dove magari d’inverno, tra muretti a secco e ulivi, passano poche auto e qualche trattore, ma d’estate, con il turismo, il traffico aumenta molto e le auto vi sfrecciano a gran velocità. E l’estate è proprio la stagione che corrisponde al maggior uso della bicicletta. Cosa voglio dire: stanno proponendo una norma che non tiene bene in conto la distribuzione del traffico nel corso delle stagioni. Se d’inverno non c’è pericolo, d’estate magari rischi la vita.

Non solo. Dovete sapere che le strade F sono anche automaticamente considerabili senza traffico o con basso traffico anche dalla legge n. 2/2018. Peccato però che nessuno va a misurare effettivamente il traffico, ma semplicemente si è deciso che se sei una strada F, sei anche senza traffico, quando sarebbe stato normale e più saggio fare il contrario: prima misurare il traffico (nelle diverse stagioni e giornate, peraltro), poi verificare i requisiti geometrici e funzionali della strada e quindi decidere, se davvero il traffico è basso, che quella strada locale è considerabile ciclabile.

E invece la legge 2/18 ci ha consegnato di fatto un ‘ope legis’ pericolosissimo che ora si vuole ulteriormente semplificare accompagnandolo fuori dai centri urbani con un bel cartello. Secondo me: pericolosissimo. Bisogna che qualcuno si prenda la responsabilità degli incidenti che capiteranno in quelle strade ciclabili F fintamente senza traffico. Potrebbero essere strade F ad esempio alcuni tratti arginali in Veneto dove le auto sfrecciano a 90 km/h senza controlli o quelle tra gli uliveti in Puglia o quelle nella Marsica o quelle nelle pianure agricole Lombarde o Campane.

Allora, prima di dare il sei politico a tutte, si verifichi il traffico con tanto di rilevazioni di cui le amministrazioni locali si assumono la responsabilità, poi si decida serenamente di avviare la procedura per trasformarle in strade ciclabili o si investa nel ridisegno della strada o nell’introdurre i dispositivi efficaci (e non palliativi all’italiana) di eliminazione del traffico.

Dire che tanto ci sarà il controllo è una favola alla quale nessuno crede. Nessuno neppur crede che ci sarà del personale che fermerà gli automobilisti per verificare che abitano lungo quelle stradine. Non abbiamo eserciti di vigili. Sappiamo come vanno a finire queste cose in Italia: nessuno controllerà. Qualcuno potrà dire: “ci affidiamo allo spirito civico degli italiani”. Magari: la risposta la sappiamo già. Lo spirito civico va educato con gradualità e buoni argomenti e non con provvedimenti ‘ope legis’ con cui si ottiene l’esatto opposto.

All’estero queste strade ciclabili ci sono – è vero – ma stiamo parlando di paesi dove  prima  hanno investito milionate di euro in vere e proprie piste ciclabili extraurbane (turistiche e non), dove hanno tolto auto dalle città e dai piccoli nuclei urbani e  poi  o assieme hanno fatto  alcune  strade ciclabili. L’ordine degli addendi è importante per avere un buon e duraturo risultato educativo. Se abbiamo piste ciclopedonali extraurbane ben disegnate e realizzate (ne abbiamo pochissime in Italia) sia il ciclista sia l’automobilista sono obbligati a certi comportamenti e imparano qualcosa che poi, mese dopo mese, assimilano e diventa un nuovo modo di comportarsi sociale. Una volta migliorati, sanno usare con più saggezza le strade ciclabili.

Da noi, non è chiaro per quale ragione, facciamo il contrario. Ci reputiamo più bravi e maturi? Qualcuno ha fatto un’analisi di rischio per capire se l’applicazione di questa norma produrrà nuove vittime stradali? Non si è neppure fatta una riflessione assai banale che è quella del fatto che l’Italia è il paese europeo con più auto per abitante e dove l’abitudine all’uso dell’auto e delle moto è una vera mania e uno status sociale, non facile da sradicare, mentre a nord delle Alpi è più facile perché da decenni si parla di mobilità sostenibile a scuola, nelle pubbliche amministrazioni, si tassano le seconde auto per famiglia, etc. Tutte cose che da noi non si fanno per paura di perdere voti. Insomma stiamo approvando una norma i cui pilastri si poggiano sulla palta. Ma non finisce qui.

Norme del genere sono veri e propri condoni, proviamo a dirlo così. Condoni ciclabili, un po’ come quella iattura del bonus per comprare la bicicletta. Con un meccanismi ‘ope legis’ noi vinciamo facile, ma portiamo a casa poco o niente e trasformiamo l’Italia in un paese ciclabile solo sulla carta, senza però farci domande sui rischi reali che produce tale norma, sullo stato di manutenzione e di esercizio delle strade che diventerebbero ciclabili, su quando e se si metteranno i cartelli (e chi li pagherà e come impatteranno), sul fatto che stiamo lavorando senza un progetto di territorio o un orizzonte culturale, ma solo rendendo ciclabili degli spezzoni qua e là senza garanzia di continuità e seguendo il sentimento del tecnico locale o dell’associazione taldeitali. Così otterremo 300 metri ciclabili là, poi 200 non ciclabili lì, poi 150 ciclabili qua, poi nulla perché c’è un incrocio pericoloso, poi 200 metri ciclabili, e via così. Vi sembra un bel risultato? Qualcun altro dirà che meglio così che niente. Io dico di no. Io dico che dobbiamo progettare e non trovare delle scorciatoie. Avere visioni e non piccoli pensieri.

Ancora: con questa norma ci facciamo anche del male da soli perché l’’ope legis’ – si sa – non fa del bene all’innovazione e all’appostamento degli investimenti. Già perché se oggi abbiamo destinato all’infrastrutturazione ciclabile del paese lo zero virgola del bilancio, contro i milioni di milioni dei nostri cugini tedeschi, austriaci, sloveni, olandesi, svizzeri o danesi (che hanno milioni di ciclisti e di giornate in bicicletta… e vuoi vedere che c’è relazione tra investimento e risultati?), domani investiremo ancora meno in progetti e infrastrutture visto che stiamo dicendo che bastano due cartelli per dirci ciclisti. Diventeremo i più bravi in Europa a fare cartelli. Se fossi il presidente di un ordine di architetti o ingegneri sarei seriamente preoccupato di proposte di legge come questa perché inibiscono l’innovazione professionale e tolgono lavoro oltre che a pasticciare il territorio.

Questo è invece un caso in cui noi potremmo generare lavoro con la sostenibilità e invece approviamo una norma che produce il contrario solo per accontentare probabilmente l’ingordigia di chi vuole tanto, brutto, squalificato, ma subito. Peccato che il turista in bici (nel caso delle ciclovie turistiche) ci tenga molto alla qualità delle infrastrutture, alla sicurezza, al comfort, alla gradevolezza dei paesaggi, cose di cui qui non si parla perché in fondo si sta trattando la bicicletta come una mini auto, quando invece sarebbe la lentezza la questione su cui riflettere, la bellezza ciò di cui occuparsi. Ricordiamo ai proponenti questa norma che il 40% del turismo ciclabile europeo è composto da categorie fragili (anziani, bambini, ragazzi, non esperti…) e l’80% da persone che si muovono senza guide cicloturistiche. Sono loro che producono economie sui territori, non gli affezionati e super esperti del pedale con in tasca qualche tessera di associazione. A nord delle Alpi sono abituati a percorrere vere piste ciclopedonali, sicure, confortevoli e senza auto perché le auto NON possono andarci. Per loro pedalare è serenità e non guardarsi di continuo le spalle per paura di essere investiti.

Detto tutto questo, diciamo anche che senza dubbio rendere strade ciclabili alcune strade locali di categoria F è ragionevolissimo (e la categorizzazione F-bis già lo fa e, ripeto, non senza problemi). Effettivamente non ha senso riempire l’Italia di piste ciclabili ovunque ed è vero che abbiamo un patrimonio di strade locali che ben si prestano ad essere ciclabili, ma non attraverso meccanismo ‘ope legis’ deresponsabilizzanti. Va prima fatta un’analisi, occorre avere un piano per capire quali percorsi fare e quali non ha senso fare (ad esempio gli assi cicloturistici principali è bene siano al 90% solo ciclopedonali e guai a derogare), occorre intervenire rendendo sicuro tutto il percorso e non solo qualche tratto, etc. Non vogliamo trovarci con monconi fintamente ciclabili che si interrompono davanti agli incroci e alle strade più trafficate. E poi occorre predisporre dei controlli, un piano di monitoraggio… insomma occorre affrontare la cosa con la serietà che merita e non come se fosse la svendita di fine stagione. Il progetto di ciclabilità non ha nulla di meno del progetto di infrastrutturazione stradale, ma anzi ha di più perché implica la possibilità di generare lavoro, di rigenerare piccoli e medi centri, di impostare un’idea di vita e società diverse e più belle, di migliorare la cultura dei cittadini, di fare qualcosa per tutti e non per gli esperti o gli affezionati di turno.

Insomma fare ciclabili e cammini è sempre un progetto di territorio più che di infrastrutturazione. Men che meno possiamo ridurre il tutto a un cartello. Non capisco questa paura a investire soldi, uomini, idee nella Lentezza. Con questi modi di fare un po’ ribassisti si fanno solo guai e non si migliora la cultura civile dei cittadini e delle amministrazioni locali. Né si aumenterà la mobilità ciclabile quanto dobbiamo aumentarla e qualificarla

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