Quando la bicicletta sale sul palcoscenico: il teatro di Federica Molteni

11 Dicembre 2020

Libertà, ecologia, viaggio e lentezza,  salite, imprese sportive, cambi di vita, aggregazione. Associamo la bicicletta a tanti temi – tutti nobili – mentre nella quotidianità la sua presenza è ormai sdoganata in contesti che nulla hanno a che fare con la sua essenza.

Il connubio più celebrato è quello con la birra, mentre svettano bici vintage sullo sfondo di vetrine hipster tra indumenti e lampade di design. Lungo le strade bici (tristemente) verniciate sono costrette a sorreggere fioriere o cartelli, mentre nelle pubblicità volti dai sorrisi smaglianti pedalano per venderci la qualunque: assicurazioni, occhiali, integratori…

Federica Molteni teatro Bartali

La bici va di moda, è un dato di fatto, ma non tutte le situazioni la valorizzano. Ci sono luoghi in cui quando entra in scena – letteralmente parlando – fa la differenza, perché ritrova il suo potere simbolico, torna ad essere quel magico mezzo che riesce a fare da raccordo tra passato e presente ispirando valori come il coraggio e l’emancipazione.

Uno di questi luoghi è il teatro, come ci racconta Federica Molteni, attrice bergamasca dalla compagnia Luna e Gnac con all’attivo spettacoli che hanno tra i protagonisti Gino Bartali e Alfonsina Strada.

«Bici e teatro sono entrambi fondati sulla relazione: la bicicletta è un oggetto che ha bisogno di qualcos’altro per poter stare in equilibrio, lo stesso vale per il teatro… anche io, come artista, ho bisogno di una relazione per raccontare».

E proprio per questo la pandemia ha costretto Federica come la stragrande maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo dal vivo ad una battuta d’arresto: «Durante il primo lockdown mi sono sentita come una  libellula a cui staccano le ali, mi sembrava di non avere un posto, mi sentivo impotente. La rinascita è arrivata in estate. La prima volta che ho fatto spettacolo a Bergamo ci sono stati cinque minuti di silenzio densissimo. Vedevo solo occhi davanti a me, perché le persone indossavano le mascherine. Sono stata poi in altre regioni, in Puglia per esempio, e il mio racconto sembrava venire da un altro pianeta. Raccontavo dell’esercito che ci fermava mentre andavamo a fare la spesa e di quando con i miei bambini abbiamo fatto un buco nei cespugli di campo di fronte a casa. Al mattino quello era l’ufficio di Graziano, il nostro vicino musicista, che andava lì a suonare la tromba perché la sua ragazza in casa non ne poteva più. E poi al pomeriggio quel posto era tutto nostro. Mi sembrava di essere in guerra. Ora è diverso, il dramma non è più solo personale o cittadino, riguarda tutti. In questa fase riesco a guardare avanti, a progettare nuovi lavori, a pensare al futuro. E quando ci ritroveremo sarà una festa».

Con il sostegno di Fiab e Legambiente al momento Federica sta lavorando su I notturni della città – Bergamo con altri occhi,  uno spettacolo itinerante su due ruote rivolto a piccoli gruppi di spettatori che in sella attraversano la città per scoprire la storia e i personaggi che l’hanno abitata.

«Ho deciso di narrare nelle varie tappe le vicende di artisti bergamaschi straordinari che hanno avuto un’importanza mondiale ma che oggi sono pressoché sconosciuti, come Enrico Rastelli, un giocoliere incredibile o i burattinai Benedetto e Pina Ravasio o lo scultore e pittore Giacomo Manzù».

Così la bici oggi offre agli abitanti la risposta al nuovo bisogno di socialità, garantendo naturalmente il distanziamento fisico e portando nutrimento culturale, teatrale tra le vie, all’aria aperta. L’obiettivo è tornare a vivere e far vivere gli spazi urbani in sicurezza dando impulso anche al turismo, altro settore colpito fortemente dall’emergenza covid-19.

Federica Molteni bici teatro

Nel percorso della compagnia Luna e Gnac, che è stata fondata nel 2008 da Federica e dall’attore e fumettsita Michele Eynard, la bici arriva casualmente:  «Otto anni fa – spiega Federica – una biblioteca ci ha chiesto un corso di educazione stradale per ragazzi. Non trovando libri e materiali sul tema, abbiamo deciso di scrivere una spettacolo chiedendo aiuto alla drammaturga e regista Carmen Pellegrinetti con cui poi abbiamo stretto un forte sodalizio. Così è nato Fiatone, uno spettacolo comico ma con un’urgenza sociale: il protagonista è un cittadino medio che utilizzando la bici cambia il suo modo di vivere la città e il mondo. Si tratta del mio spettacolo preferito, in cui interpreto 12 personaggi diversi… e pensare che prima di allora non avevo mai parlato in scena! Facevamo teatro di figura, un teatro fisico in cui interagivo con i disegni di Michele. Fiatone ha cambiato sia la nostra vita artistica che la mia vita privata: ho iniziato a parlare in scena…e ad andare in bici!».

Qualche anno dopo, nel 2016, arriva Bartali, eroe silenzioso con il suo seguito Pedala! Gino e Adriana Bartali nell’Italia del dopoguerra (2020) mentre entra in campo anche la questione femminile con Ruote Rosa (2017) e Alfonsina strada, una corsa per l’emancipazione che debutta al Museo Del Ghisallo nel 2019.

«Bartali rappresenta la fatica estrema, la sua vita è metafora del non mollare mai. La sfida per me è stata quella di interpretare la parte di un uomo e da questo punto di vista è stato potentissimo scoprire che la sua storia, proprio perché raccontata da una donna, ha guadagnato un valore  universale. Me lo dicono tutti: dopo cinque minuti dall’inizio del monologo, nessuno nota più che sono una donna e che non ho una bici in scena… questa è la magia del teatro».

E poi aggiunge: «Abbiamo fatto più di 200 repliche in varie situazioni: grandi teatri, case di riposo, carcere, librerie di tre metri quadrati, per strada… in particolare nelle scuole, mi sono accorta che quando le ragazze arrivano non hanno voglia di ascoltare la storia di un vecchio, non sanno chi sia Bartali e nemmeno cosa sia il ciclismo, ma a fine spettacolo le vedo più alte, dritte nella loro poltroncina, attente. Ai giovani spiego che un tempo solo gli uomini potevano recitare. Così questo spettacolo, indipendentemente dal fatto che porti in scena la storia di un grande campione,  per me rappresenta un teatro capace di parlare a tutti, trasversalmente, senza grandi mezzi. Mentre sono sul palco da sola a recitare la parte di un uomo, in qualche modo sto dicendo alle ragazze che loro possono farcela. È proprio vero che quando una donna fa qualcosa, non lo fa solo per sé, è sempre una conquista per tutte noi».

Il lavoro su Alfonsina Strada da questo punto di vista risulta emblematico: «Lei rappresenta ʻla vocazioneʼ; è la storia di una donna che si innamora della bici e non pensa ad altro… Alfonsina non era una femminista, non voleva andare per forza contro le regole. Semplicemente ha messo se stessa e i suoi desideri al centro: senza cultura riesce a liberarsi e lo fa attraverso questo oggetto. Il suo atto di liberazione non è mentale ma nasce dalla passione. È un amore potentissimo quello fra lei e la bicicletta».

Federica Molteni Bartali

Chi ascolta questi racconti non resta indifferente: i bambini fanno il tifo per Alfonsina durante la scena della gara del Valentino, quando all’età di sedici anni per la prima volta a Torino compete con sole donne e si aggiudica la vittoria, nonostante le altre siano delle professioniste, si allenino parecchio e abbiamo bici prestanti… i bambini stanno dalla parte di quella ragazzina, urlano per lei e tornando a casa hanno un motivo in più per cominciare a pedalare senza rotelle; ci sono spettatori che dopo lo spettacolo scendono in cantina e decidono di gonfiare le gomme per rimontare in sella dopo anni; c’è chi dà un nome alla propria bici, proprio come si fa con un pupazzo o con un animale.

Federica Molteni in bici con la famiglia

Quella di Federica si chiama Cigola (per via del simpatico rumorino che l’accompagna) e oggi rappresenta la sua firma nel mondo: con i suoi figli pedala per andare a scuola, insieme segnano i chilometri fatti e la CO2 risparmiata ogni mese, insieme imparano ad essere dei cittadini consapevoli.

Come ci insegnano gli eroi di un tempo, la bici può offrire delle possibilità e portare cambiamenti, rivoluzioni addirittura. Può salvare vite umane come nel caso di Bartali o cambiare il ruolo delle donne nella società, come nel caso di Alfonsina.

Se ci mettiamo l’anima, la nostra bici risponde. Lo stesso accade in teatro quando si crea un rapporto vitale tra attori e spettatori e, chiuso il sipario, l’arte continua a riverberare nelle vite delle persone, cambiandole.

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