In queste mattine ci siamo domandati come affrontare la tragica scomparsa di Samuele Privitera, il giovane ciclista italiano di 19 anni coinvolto in un grave incidente durante una tappa del Giro Ciclistico della Valle d’Aosta. Come avrete già avuto modo di leggere, l’incidente è avvenuto mercoledì 16 luglio.
Samuele stava affrontando una discesa nel comune di Pontey quando, a circa 30 km dall’arrivo, avrebbe colpito una piccola irregolarità del terreno (un dosso o un “speed bump”), perso il casco e sbattuto violentemente contro una cancellata, riportando un gravissimo trauma cranico e un arresto cardiaco. Soccorso sul posto, è stato trasportato all’ospedale Parini di Aosta, dove è deceduto la sera stessa. Questa la cronaca riportata dai media.
Il cordoglio dei ciclisti e del Tour
Il mondo del ciclismo è rimasto particolarmente colpito e sconvolto dal fatto. Al Tour, prima della partenza di Auch verso l’Hautacam, l’intero gruppo si è fermato per un minuto di silenzio in segno di lutto e di rispetto. Le cronache della tappa stessa sono iniziate con considerazioni, ricordi e commenti, in un’atmosfera triste e dimessa. Lo stesso Tadej Pogačar, vincitore in solitaria sull’Hautacam, ha ammesso nell’intervista post tappa di aver pedalato gli ultimi chilometri pensando al corridore italiano.
E allora noi, a tutto questo cosa possiamo aggiungere? Solo un altro articolo luttuoso che esprime il nostro sgomento per le conseguenze della caduta, come era successo sempre in gara per Muriel Furrer o per omicidio stradale per la nostra Sara Piffer e Matteo Lorenzi?
Non è questione di non volerne parlare, ma di come. Perché si rischia di essere banali e forse pleonastici nel raccontare la cronaca e nell’esprimere la vicinanza ai famigliari, agli amici e ai compagni di squadra.
Le parole del General Manager
Poi, nel collegamento Rai al TDF è stato intervistato Brent Copeland, General Manager della Jayco Alula, la squadra di Samuele. Copeland a un certo punto ha parlato di sicurezza, di come tutto il circuito cerchi di lavorare al massimo per garantire che i ciclisti possano correre senza pericolo. O meglio, con il minimo pericolo.
Ha fatto presente che ogni volta che succede qualcosa di così tragico ci si concentra e si lavora per trovare altri modi, migliori, per ridurre i rischi. Ma soprattutto ha detto una cosa che mi ha fatto molto riflettere. Questi incidenti spaventano – giustamente – le famiglie e allontanano bambini e ragazzi dal ciclismo. Andare in bicicletta viene visto come uno sport pericoloso, mortale. E allora “no in bici tu non ci vai”.
Il ciclismo giovanile, la sicurezza stradale
Negli ultimi anni il ciclismo giovanile in Italia sta vivendo una profonda crisi. Le iscrizioni sono diminuite, società chiuse, gare cancellate, tutto aggravato dal calo demografico e dall’allarme per la sicurezza sulle strade. Secondo dirigenti del settore, le famiglie sono sempre più riluttanti a far partecipare i ragazzi agli allenamenti e alle competizioni su strada. Il timore degli incidenti, sempre più frequenti e tragicamente mediatici, è un grosso ostacolo.
L’Italia, inoltre, detiene il triste primato europeo di mortalità ciclistica, con 5,1 decessi ogni 100 milioni di km pedalati, il doppio rispetto alla Francia. Questo clima di insicurezza, ribadito tempo fa anche da Beppe Saronni proprio qui su Bikeitalia, ha contribuito a una fuga dai settori giovanili, già indeboliti da carenze strutturali, mancanza di sponsor, scarsità di gare e riduzione del ricambio generazionale.
La sicurezza stradale, poi, non è un aspetto secondario, ma un elemento imprescindibile per il futuro del ciclismo giovanile. Se le strade non garantiscono condizioni adeguate di tutela, ogni uscita in bicicletta può trasformarsi in un potenziale pericolo, con il rischio concreto di incidenti gravi o addirittura di omicidi stradali.
Nessuna passione può crescere in un contesto dove l’incolumità è costantemente a rischio. Per questo, investire in infrastrutture ciclabili sicure, controlli più rigorosi e una cultura del rispetto reciproco tra utenti della strada è oggi una priorità assoluta, se si vuole davvero garantire un futuro al ciclismo e, soprattutto, proteggere la vita di chi lo pratica fin dai primi passi.
E allora cosa facciamo?

Ne parliamo. Ne discutiamo. Portiamo le istanze del ciclismo e dei ciclisti davanti a istituzioni e amministrazioni, pretendiamo sicurezza sulle strade. Facciamo squadra. Pretendiamo, tutti insieme, che la sicurezza di tutti sia garantita, con infrastrutture sicure, regole certe.
Lo dobbiamo a Samuele, e a tutti i ragazzi che ogni giorno sognano in sella a una bici. Lo dobbiamo alle loro famiglie, che non dovrebbero mai dover scegliere tra una passione e la paura. Il ciclismo è libertà, sacrificio, crescita: non può e non deve essere messo a rischio dall’indifferenza o dall’inerzia. Perché una strada sicura non è solo una corsia ciclabile: è un segnale di civiltà, di futuro, di rispetto per la vita. E quel futuro, se lo vogliamo davvero, dobbiamo costruirlo ora. Insieme.




















Non viene chiaramente specificata la dinamica dell’incidente. I’elemento determinante è: aveva il casco allacciato o no, se aveva il casco si è rotto nell’impatto?
Parlare di pericolosità dell’andare in bicicletta in questo caso mi sembra fuori tema
Sono una vecchio cicloturista di 81 anni e con mia moglie abbiamo fatto tante ciclabili famose ed importanti tipo “le velo de loire”, il “camino di Santiago”, la “ciclabile del Danubio” e tante altre. Sono ancora vivo perché ho smesso da tanti anni di allenarmi, non per l’età, ma per la pericolosità delle strade (sono veneto) e l’inciviltà degli automobilisti che ironia della sorte sono spesso cicloamatori della domenica che vanno in giro per le strade in gruppi numerosi e occupano tutta la carreggiata. Continuo ad andare in bici sono in Spagna, sono anche camperista. perché gli spagnoli anche se pessimi automobilisti rispettano sempre la distanza nel sorpasso delle bici e i passaggi pedonali. Inoltre lungo tutte le strade c’é una buona segnaletica sia orizzontale che verticale, vengono segnalati i pericoli e i comportamenti da tenere sulle strade in salita, avvisi di percorrenza problematica e per questo, anche se ci sono tantissime piste ciclabili (non all’italiana dove si pensa alla massaia che fa la spesa con la borsa sul manubrio) percorribili anche da ciclisti con bici sportive e per questo molto frequentate perché sicure. quindi il problema è nelle strutture che devono essere progettate da gente che se ne intende e da persone osservanti delle norme, intelligenti e civili. Ultima osservazione sulla cronaca dell’incidente: come mai il caschetto non era in testa al ragazzo, lo teneva slacciato per il troppo caldo?
Far rispettare i limiti stradali è l’unica cosa che può ridurre gli incidenti.
Penso che dopo l’avvento dei social per noi ciclisti la situazione sia addirittura peggiorata, in ogni commento riguardo ad investimenti di ciclisti si dà ragione all’investitore, maledicendo noi ciclisti per l’utilizzo e l’intralcio della strada pubblica. Non vedo vie di uscita.. Pure io reduce da un investimento con rottura di clavicola e costole. Ma nonostante questo tengo duro..
Finché avremo politici che considerano i ciclisti un intralcio al traffico, fintanto che avremo Consiglieri Regionali che affermano di amare solo i ciclisti investiti, questo povero paese non rispetterà i ciclisti, di qualsiasi tipo essi siano. Andiamo tutti a votare per cacciare i nostri nemici, siamo in tanti.
Ho alcune proposte (forse “rivoluzionarie”) per provare a ridurre il numero di cadute e di incidenti.
1) le discese vanno “neutralizzate” cioè viene stabilito un tempo corretto per fare una determinata discesa a velocita si sostenuta ma non eccessiva. Al termine della discesa vengono ristabiliti i distacchi che sono stati registrati al culmine della salita precedente. Così facendo si riduce il rischio di cadute rovinose e si aumenta lo spettacolo: chi attacca in salita sa che manterrà il vantaggio anche al termine della discesa.
2) Ci sono troppi atleti in gruppo, questo aumenta il rischio di cadute in tutti i momenti della corsa. propongo di ridurre il numero di ciclisti per squadra che possono stare in gara contemporaneamente (4/5 al massimo), con la possibilità di sostituzioni nel corso della gara. Chi viene sostituito non fa classifica. Quindi rimarrà sempre in strada chi vuole fare classifica. (Già adesso in molti altri sport è normale sostituire gli atleti nel corso della gara).
3) Nel caso di arrivi in volata negli ultimi 3 km massimo 3 atleti per squadra, per ridurre il rischio di cadute nelle volate.
4) Nei punti di rifornimento velocità massima di 20km/ora. (Le F1 quando entrano ai box hanno un limite di velocità mi sembra a 80km/ora) .
Piero Grassi
Cascina Quadri in Bici Milano
buongiorno,x anni ho allenato ragazzi di tutte le età ‘,poi ho deciso di smettere , proprio x la pericolosità , specialmente con uscite di gruppo ,nonostante l’ammiraglia al seguito ,davi fastidio e venivi insultato ,non c’è rispetto,ora anch’io ho una nipotina di 5 anni ,e la porto solo ed esclusivamente in MTB ,con il ciclismo su strada o chiuso .io stesso sono stato investito sulla ciclabile,2 vertebre rotte , è diventato troppo rischioso,
Condivido pienamente quanto scritto, purtroppo in Italia manca la cultura dell’automobilista verso il ciclista, siamo un “disturbo”sulla strada,