Pedalare non è solo un mezzo di trasporto, ma un modo di vivere e scoprire il mondo. Rita Sozzi, conosciuta come Volpe a Pedali, lo sa bene: viaggiatrice instancabile, docente e autrice, ha percorso migliaia di chilometri in sella, attraversando terre selvagge e culture lontane. Ogni viaggio per lei è un’occasione per ridefinire i propri limiti, incontrare l’inaspettato e raccontare storie che vanno ben oltre la strada percorsa. In questa intervista ci svela il significato più profondo dell’avventura, tra sfide fisiche e mentali, incontri sorprendenti e il desiderio di ispirare gli altri a scoprire il mondo con la stessa curiosità.
Il viaggio in bici è spesso una sfida tanto mentale quanto fisica. Qual è stato il momento in cui hai sentito di aver superato il tuo limite e come lo hai affrontato?
Non penso sia possibile superare un limite, se è davvero tale; tuttavia credo fortemente si possa scoprire che ciò che pensavamo fosse un muro invalicabile, in realtà è un fantasma frutto della paura e dell’ignoranza. Viaggiare, infatti, per me significa esplorare in una doppia direzione: fuori di me, verso persone e culture altre, ma soprattutto dentro di me – come recitava l’antica iscrizione sul tempio di Delfi: “Conosci te stesso”. Quindi, quando viaggio, cerco di portarmi sempre fuori dalla tanto citata comfort zone, per ridisegnare i perimetri dell’io e comprendere effettivamente quali siano le mie risorse (fisiche e mentali) e dove, invece, “non mi basto più” e quindi devo chiedere aiuto.
Di situazioni difficili e complesse ne ho affrontate tante, e spesso ho pensato per un attimo di non farcela. Alle volte la fatica, magari aggravata da vento contrario, monsoni, caldo torrido, una bici carica e salite infinite su fondi spesso impedalabili, si combina alla solitudine, alla consapevolezza di poter contare solo sulle proprie forze ed essere pronti ad affrontare tutto ciò che la strada ha da offrire, nel bene e nel male.
Facciamo qualche esempio: ho avuto problemi tecnici alla bici, come tranciare il filo del cambio a Novosibirsk, lungo la Transiberiana, ma sono riuscita a raggiungere la più vicina officina che ha riparato il guasto; lo stesso è accaduto quando il freno a disco idraulico mi ha abbandonata sulla cima di un passo in Kirghizistan, a oltre 3300 metri di altitudine, ma i ragazzini di un vicino villaggio me lo hanno sostituito con il v-brake di una loro vecchia bici.
Ho avuto spesso difficoltà nel trovare una sistemazione sicura per la notte, sono rimasta chiusa dentro un albergo abbandonato e abitato da senzatetto nel cuore della steppa russa, ho dovuto chiedere ospitalità a una coppia di anziani in una notte di temporale in Mongolia, nella malfamata periferia di Ulan Bator, ho perfino dormito in un container al bordo dell’autostrada, sugli Urali. Nell’Amazzonia peruviana il mio compagno Gigi ed io siamo stati aggrediti da un machetero che ancora oggi non sappiamo se fosse affiliato ai narcos, un senderista o un nativo poco amichevole.
In Messico, soprattutto nei villaggi di Yucatan e Chiapas, siamo stati scambiati per gringos, e oltre alle parole sono volati i sassi. In Turkmenistan per un errore nel rilascio del visto sono stata costretta ad attendere al confine con l’Uzbekistan, nella terra di nessuno, tra due guardie a mitra spianato e due metri di sabbia, ed ero, come ahimè spesso capita, preda di un’infezione intestinale pesantissima (perché amo scoprire le culture anche attraverso il cibo, ma talora la curiosità si paga, come insegna Odisseo).
In ogni caso, in qualche modo, una soluzione l’ho trovata sempre. Ci son stati momenti in cui la stanchezza e le difficoltà mi hanno reso pesante il viaggio, ma incontri fortunati con belle persone e la meraviglia dei paesaggi mi hanno dato la carica per ripartire ogni giorno.



Ogni viaggio lascia un segno, ma alcuni incontri restano impressi più di altri. C’è una persona che hai conosciuto lungo la strada che ha cambiato il tuo modo di vedere il mondo?
Scherzando potrei dire che, se qualcuno ha cambiato il mio modo di vedere il mondo, questo è Franco, amico ciclista e ottico, che mi ha fornito ottimi occhiali da vista per pedalare. Più seriamente, non penso a un singolo incontro, ma all’insieme di tutte le storie, i volti, gli occhi, le voci di coloro con i quali ogni giorno, quando viaggio, ho la fortuna di condividere un pezzo di strada.
È proprio nell’incontro che sta, secondo me, il senso dell’esplorare nuovi orizzonti, ciò che rende d’oro il grano di sabbia della clessidra, che fa eterno l’istante. Cito, per onor di cronaca, tre episodi che più esemplificano questo concetto.
Il primo si colloca in Iran. Era quasi ora di cena, e stavamo passeggiando per un paesino nel cuore dei Monti Zagros; una volta giunti alla piazza centrale, dove si trova una piccola moschea, siamo stati invitati a cena da un gruppo di donne che, rimaste senza padre e marito, vivevano di elemosina sui tappeti fuori dal tempio, insieme ai bambini. Siamo stati trattati con tutti gli onori che gli ospiti, nella cultura persiana, ricevono: una cena umile ma dignitosissima, offerta da chi ha poco più che nulla, ma è sempre pronto a condividere; inutile dire che questo episodio ha cancellato con un colpo di spugna ogni eventuale residuo di pregiudizio nei confronti di persone che vivono in modo così diverso da noi.
Dall’altra parte del mondo, ancora, siamo stati condotti incolumi fuori da uno dei quartieri più violenti e pericolosi di Lima da una ragazza, Yasbell, campionessa locale di MTB, che si è offerta di guidarci nel dedalo di viuzze.
Da ultimo, nei pressi della Monument Valley, in Arizona, una giovane nativa navajo ci ha permesso di attraversare un’area desertica di sola sabbia in mezzo ai canyon, senza rischiare una notte alla mercé di coyote e crotali. Ciò che ho notato, in generale, nei viaggi in bici, è che chi ha meno si dimostra più disponibile, gentile ed ospitale, pronto a condividere, forse nella consapevolezza di cosa significhi essere stranieri, lontani da casa, preda delle più naturali e primitive necessità (un sorso d’acqua, qualcosa da mangiare, un luogo sicuro per la notte).




Il concetto di avventura è molto personale: per alcuni è attraversare un deserto, per altri perdersi tra le strade di un piccolo villaggio. Cosa significa per te ‘avventura’ e come è cambiata la tua idea di viaggio negli anni?
Per me avventura significa imparare qualcosa di nuovo vivendolo nel più totale, assoluto e coinvolgente possibile. All’inizio significava attraversare Milano in bici per raggiungere l’università. Poi, è diventato stare fuori, in sella, un’intera giornata, esplorando i dintorni. Un giorno ho pensato di spingermi, in un weekend lungo, senza nessun tipo di conoscenza o attrezzatura, fino a Venezia. Non ci sono mai arrivata, ma da quel piccolo fallimento ho ricavato conoscenze importanti, che mi hanno permesso di raggiungere Roma, nel mio primo viaggio vero e proprio, e poi diverse capitali europee; da lì mi si è spalancato davanti agli occhi il resto del mondo.
Credo che, in generale, l’avventura possa trovarsi anche dietro casa, ma, a questo punto della mia esperienza, considero tale l’immersione in culture e ambienti profondamente diversi da quelli che vivo quotidianamente, l’incontro con ciò che è lontano, diverso, spiazzante, che mette in discussione tutto quel che pareva certo e permette di ricostruire una visione della realtà plurale e complessa. Se poi si aggiunge la sfida della fatica fisica, in terre estreme, dove la sopravvivenza non è del tutto scontata e dipende dalla nostra capacità di resistere e non commettere errori, ecco che ci avviciniamo alla mia idea di avventura.
Mi piace molto anche la consapevolezza di pedalare in luoghi poco battuti o quasi inesplorati, quanto meno non in bici, perché mi pare di rivivere i grandi racconti degli esploratori del passato, che hanno “disegnato” passo a passo la forma del mondo.


Hai pedalato attraverso paesi e culture diverse: c’è un luogo che ti ha sorpreso in modo particolare, magari ribaltando completamente le tue aspettative?
Tutti i luoghi che ho avuto la fortuna di attraversare mi hanno stupita, e soprattutto arricchita; certo, alle volte la bellezza non è squadernata davanti agli occhi, e bisogna allenare lo sguardo a coglierla. Ma è ovunque.
I quattro paesaggi dell’anima che più mi hanno colpita per la loro ineffabile meraviglia, così grandiosa e capace di far sentire piccolissimi e parte di un “kosmos ordine bello” (come intendevano i greci antichi) sono: le sconfinate steppe della Mongolia, paese di nomadi e vento, terra selvaggia e antica, piena di dei, dei che vivono nel fuoco e nel volo dell’aquila, nell’acqua e nel cielo spalancato. Poi le vette austere delle Ande, in Perù, inafferrabili, dove ancora riecheggiano canti di popoli soffocati tra oro, sangue e pietra.
Nello stesso paese il lembo esterno della foresta amazzonica: dove finisce la strada ed iniziano le terre degli Ashaninka, dove i fiumi sono la vera via di comunicazione e ogni millimetro di terra brulica di vita, e la morte sembra così vicina e così lontana a un tempo. Da ultimo, il deserto del Dasht-e Kevir, in Iran. 800 chilometri di sabbia e sale, sale e sabbia, dove l’unico modo per sopravvivere è affidarsi alla fortuna di incontrare qualcuno di buon cuore che abbia acqua da offrire.
Se invece parliamo di shock culturale, in positivo devo citare di nuovo l’Iran, dove la cordialità e l’ospitalità delle persone hanno fatto da contrappeso alla paura di attraversare un luogo problematico dal punto di vista politico e sociale; in negativo, il Turkmenistan e la Bielorussia, due “democrazie” tra infinite virgolette, dove ho sperimentato in prima persona cosa significhi essere privati di alcune libertà che noi consideriamo inalienabili.
Generalmente, comunque, cerco di studiare in modo approfondito non solo la storia e la cultura, ma anche l’attualità, la lingua e gli usi dei paesi dove intendo viaggiare, in modo da ridurre al minimo le sorprese negative e lasciare spazio solo a quelle positive, che puntualmente, non mancano di meravigliarmi ogni giorno.

Viaggiare in bici spesso significa adattarsi all’inaspettato. Qual è stata la situazione più surreale o divertente che hai vissuto in sella?
Oltre a quelle già brevemente citate qui, e ad altre centinaia che sono indelebili, ne cito una vissuta in Kazakistan, vicino al confine settentrionale con la Russia; cercavo alloggio per la notte e pareva impossibile trovarne uno. Questo è il racconto tratto da “Canto notturno di una ciclista errante per l’Asia”, libro dove racconto quell’incredibile viaggio in solitaria da Mosca a Ulan Bator:
“Dopo aver lasciato la strada principale, nel giro di qualche centinaio di metri, vedo una strana struttura, un’officina, di fatto, con uomini stesi a terra a frugar la pancia di auto e camion. Ma c’è un cartello, che oltre ad officina snocciola i servizi: ristorante, supermarket, gostinitsa (hotel). Ah, la parola magica. Gostinitsa. Inchiodo, scendo e mi rivolgo a quello che, occhio e croce, è il proprietario del complesso. Sessant’anni o giù di lì portati male, in ciabatte nel fango, con il nero dei secoli morti sotto alle unghie dei piedi, a braccia incrociate osserva gli altri lavorare. Sì, è il padrone. Dalla canottiera tutta bucherellata, sopra alla pancia alcolica, emerge un peloso capezzolo, visione di tettina mai fu più triste. Mi scusi, ha una stanza? Certo! Aspetta qui.
Dopo una breve attesa tra i meccanici che fingevano noncuranza ma morivano dalla curiosità e sfruttavano ogni occasione per dare una sbirciatina (sono la prima cosa diversa che passa di qui da quando è crollata l’Urss), compare una ragazza con una pila di lenzuola tra le braccia e intuisco che stia andando a farmi il letto. L’operazione di preparazione della stanza dura circa un’ora e mezza. Non per colpa della celere fanciulla, ma per il puntiglio del proprietario di metter giù i tappeti a coprire il pavimento in plastica finto legno. E voi direte: “Ma quanto ci vuole a metter giù tre tappeti?”. Poco. Ma se i tappeti sono ancora solo l’idea platonica di essi stessi, contenuti indivisi in un grande rotolo di moquette che va tagliato secondo le misure ancora da prendere, be’… Un’ora è anche poco.
Con i forbicioni il nostro taglia, suda, misura e toglie i fili al bordo che si scuciono e gli danno molto fastidio. Sbaglia le misure, taglia ancora, piega l’ultimo pezzo su se stesso perché ha misurato male e di tagliare non ha più voglia et voilà, ora sì che posso avere la stanza. L’operazione si ripete anche per la camera vuota dove sta la Signora (la bici) e per la cucina. Intanto io speravo ci fosse un bagno, almeno, per poter far pipì senza mostrar le chiare terga a tutto il paese. Chiedo, mi mostra orgoglioso la toilette, facendomi notare che posso usare sia la carta igienica sia lo spazzolino marrone della carie altrui che sta sul lavandino. Poi mi dice che ahimè manca l’acqua calda. Ma manca pure la doccia, quindi nema problema, sono vezzi borghesucci”.

Guardando al futuro, qual è la prossima sfida che vorresti affrontare? C’è una destinazione o un tipo di viaggio che ancora manca nella tua esperienza?
Tutti i luoghi nei quali ancora non sono stata mi chiamano a gran voce. In cima alla lista, ora come ora, per interessi maturati negli ultimi anni, ci sono l’India e i paesi del Sud Est Asiatico che non ho visitato (Vietnam, Laos e Cambogia, che potrebbero essere mèta del prossimo viaggio, nell’estate 2025).
So gestire deserti e grande caldo, ma non mi sono mai cimentata nei territori estremi per il freddo, che è molto più subdolo e pericoloso; però attualmente l’interesse a questo tipo di sfida è… tiepido. Piuttosto, un mio sogno proibito è quello di attraversare l’Amazzonia, l’unico territorio ancora davvero inesplorato e misterioso (nemmeno dai satelliti è possibile sbirciare nel folto dei rami). Chissà che un domani non si realizzi, prima che anche questo ambiente (naturale e umano – delle comunità che ci abitano) venga deturpato definitivamente.
Se invece parliamo di sfide al di là dei viaggi, da qualche anno mi sto impegnando nel diffondere la cultura della bici anche a scuola, agli alunni e alle famiglie, per sensibilizzare al tema della mobilità sostenibile, oltre a quello del viaggio come strumento per superare ogni chiusura e pregiudizio nei confronti degli altri (compresi noi stessi). Ci provo anche attraverso i libri che ho pubblicato. Queste, forse, sono le sfide dove sento più necessario l’impegno mio e di tutti.




















Bravi. Non ci sono altre parole.