Questo viaggio l’ho aspettato due anni.
Due anni di rinvii, di programmi saltati per il lavoro, di date segnate e poi cancellate per il maltempo. Ogni volta sembrava non essere mai il momento giusto. Eppure l’idea era sempre lì, ferma ma viva, come una promessa fatta a me stesso. Quando finalmente le condizioni si sono allineate, non c’erano più scuse: era arrivato il momento tanto atteso di partire davvero.
La partenza
Sono partito da Torino con la bici carica e con i dubbi tipici di ogni partenza. Borse controllate dieci volte, traccia salvata sul GPS, catena oliata. I preparativi sono sempre una strana miscela di razionalità e ansia: sai di aver pensato a tutto, eppure hai la sensazione che qualcosa manchi.
C’è quel momento, appena prima di partire, in cui ti chiedi perché lo stai facendo davvero. Poi sali in sella, agganci i pedali e l’adrenalina prende il posto dei dubbi. È sempre così: finché sei fermo hai paura, appena inizi a pedalare tutto diventa possibile.
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La Pianura Padana
I primi giorni scorrono piatti e infiniti.
La Pianura Padana ti mette alla prova in modo silenzioso: chilometri dritti, strade deserte, risaie che sembrano non finire mai. Il paesaggio cambia poco, ma la testa lavora tanto. Pedali e pensi, pedali e ascolti il rumore costante delle ruote sullo sterrato.
È una fase di adattamento: trovi il tuo ritmo, impari a gestire il peso della bici, capisci quanto puoi spingere e quando devi trattenerti. Il silenzio diventa un compagno di viaggio, a volte rassicurante, a volte pesante.
Gli Appennini
Poi si fa sul serio.
Davanti a te ci sono gli Appennini e non lasciano spazio a interpretazioni. Il Passo della Cisa non è spettacolare, è onesto: lungo, costante, senza scorciatoie.
Si sale piano, molto piano. Le gambe bruciano, il fiato si accorcia, il pensiero diventa semplice: arrivare al prossimo tornante. Stringi i denti, abbassi lo sguardo e continui. Quando finalmente scollini, però, capisci tutto. L’aria cambia, il panorama si apre e quella fatica improvvisamente ha un senso. È uno di quei momenti che restano addosso.

La Toscana
Da lì cambia tutto.
Il mare prima, poi la Toscana con le sue strade bianche, i cipressi, i borghi che sembrano messi lì apposta per farti fermare: Lucca, San Gimignano, Siena, Monteriggioni, Radicofani.
I panorami sono enormi, le salite brevi ma cattive, quelle che ti spezzano il ritmo, e le discese ti strappano sorrisi che fai da solo, senza accorgertene.
Qui il viaggio diventa anche bellezza pura: pedali stanco, ma con gli occhi pieni.
Il Lazio e l’ultima spinta
Ad Acquapendente entri nel Lazio.
La strada ormai è familiare, il corpo sa cosa fare anche quando la testa è stanca. Passi da Viterbo, costeggi il Lago di Bracciano e inizi a sentire che qualcosa sta per finire.
Gli ultimi chilometri sono strani: vuoi arrivare, ma allo stesso tempo non vuoi che finisca.


L’arrivo a Roma
Poi, all’improvviso, arrivi da Lei, la Città Eterna. Roma ti accoglie con il suo caos, la sua storia, la sua grandezza. Dopo tanti chilometri di silenzio e fatica, ritrovarti davanti al Colosseo, al Pantheon, all’Altare della Patria è quasi irreale.
Capisci che non è solo una città: è un simbolo, una mèta che pesa quanto tutto il viaggio.
È stato faticoso, intenso, splendido. E quando ti fermi, metti giù i piedi e guardi dove sei arrivato, capisci una cosa sola: ne valeva ogni singolo chilometro.
E ora? Ora si pensa alla prossima avventura.
[Salvatore Musaro]


















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