Presenze invisibili delle nostre città, i rider sono diventati protagonisti di due fra i film più emozionanti del 2024: “La storia di Souleymane“ di Boris Lojkine e “Anywhere Anytime“ di Milad Tangshir, attualmente nelle sale italiane.
Il primo ha ottenuto il Premio della Giuria e quello per il Miglior Attore nella sezione Un certain regard dell’ultimo Festival di Cannes. Il secondo è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nella quale ha ottenuto il premio Luciano Sovena alla Miglior Produzione Indipendente, assegnato nella Settimana Internazionale della Critica.
La storia di Souleymane, un’odissea della disperazione

Il protagonista eponimo de La storia di Souleymane è un richiedente asilo guineano che sta preparando il colloquio che gli consentirà di rimanere a vivere a Parigi. Per farlo deve raccontare la sua storia al funzionario dell’Office Français de Protection des Réfugiés et Apatrides che deve certificarne lo status di rifugiato politico.
Souleymane pedala in una Parigi notturna e invernale pressato dal connazionale che gli affitta l’account, dal “maestro” che lo imbecca sulla versione da dare alla commissione, dalla madre e dalla ragazza che sono rimaste in Africa. A essere messe in discussione, più delle distorsioni del sistema del food delivery, sono le perverse meccaniche degli organismi deputati a decidere i destini dei richiedenti asilo. Nel suo racconto Boris Lojkine ha spogliato Parigi di ogni orpello, regalando allo spettatore un film di grande realismo. Tutto merito di un meticoloso lavoro in fase di sceneggiatura.
“Ho voluto basare la scrittura della sceneggiatura su solide fondamenta documentarie. Con Aline Dalbis, ex regista di documentari diventata direttrice del casting, abbiamo incontrato molti lavoratori della consegna di cibo. Ci hanno raccontato gli aspetti nascosti del loro lavoro: i problemi con i titolari degli account, le truffe di cui sono stati vittime, le loro interazioni con i clienti; ci hanno parlato delle difficoltà nel trovare un alloggio, dei rapporti con gli altri fattorini, colleghi che non sono necessariamente amici. In tutte le loro storie, la questione dei documenti occupava un posto di rilievo.
Era particolare il caso dei guineani con cui abbiamo parlato. Quasi tutti erano o erano stati richiedenti asilo, ed erano ossessionati dal processo di richiesta, perché ottenere asilo poteva cambiare radicalmente le loro vite. Lo scenario peggiore per un fattorino non è più farsi rubare la bicicletta come in Ladri di biciclette (se ti rubano la bici, il giorno dopo ne compri una nuova a Barbès, un quartiere di Parigi). Lo scenario peggiore è fallire l’intervista per l’asilo”.
Un thriller sociale intenso

La scelta di raccontare i due frenetici giorni che precedono l’intervista di Souleymane ha portato a realizzare un thriller sociale.
“Durante questi due giorni, in cui dovrebbe riposare prima della sua intervista, il nostro protagonista non ha un minuto per riprendere fiato. Corre dappertutto, cercando di risolvere problemi che si accumulano, lottando contro il sistema spietato di una società europea che pensiamo sia gentile, ma che è terribile per chi non è cittadino. Ho scelto di raccontare la storia di un uomo che ha deciso di mentire. Da un punto di vista narrativo, il bugiardo è spesso più interessante di chi dice la verità. È anche una scelta politica. Non volevo scrivere una storia esemplare, mostrando un bravo ragazzo che lotta contro una brutta politica migratoria. È troppo facile e non ti fa riflettere. Preferisco fare domande: Souleymane merita di restare in Francia? Gli dovrebbe essere concesso l’asilo? Pensi che ne abbia diritto?”.
Un cast di non professionisti
Abou Sangare ha vinto il premio di Miglior Attore nella sezione Un certain regard dell’ultimo festival di Cannes pur essendo all’esordio: “Quasi tutti gli attori del film sono non professionisti senza alcuna esperienza di recitazione. Con Aline Dalbis, abbiamo fatto un lungo casting aperto, vagando per le strade di Parigi per incontrare i fattorini. Ci siamo immersi nella comunità guineana, e alla fine, ad Amiens, attraverso un’associazione, abbiamo incontrato Abou Sangare, un ragazzo di 23 anni, arrivato in Francia sette anni prima, quando era ancora minorenne. Il suo volto, le sue parole, l’intensità della sua presenza davanti alla telecamera ci hanno colpito immediatamente.
Per diversi mesi, abbiamo fatto molte sessioni di prove con Sangare, e poi con gli altri attori. Sangare aveva un enorme peso sulle spalle. È in ogni scena, quasi in ogni inquadratura. Nella vita reale, è un meccanico, non un fattorino. Per diverse settimane, ha fatto il lavoro di consegna, per familiarizzare con i gesti quotidiani, la bicicletta, il telefono, l’app, la borsa, il modo di presentarsi ai clienti e al personale dei ristoranti. Poco a poco, è entrato nel personaggio. Durante i quaranta giorni di riprese, Sangare ci ha lasciati tutti senza parole. A volte di una bellezza mozzafiato, con un volto mutevole e altamente espressivo, capace di mostrare una vasta gamma di emozioni, è stato sempre convincente, e spesso profondamente commovente”.
Anywhere Anytime, una bicicletta per cambiare vita

Protagonista di Anywhere Anytime è invece Issa, un giovane immigrato irregolare di 18 anni che prova a sopravvivere in Italia senza documenti. Dopo aver perso il suo lavoro fra i banchi del mercato, inizia a lavorare come rider grazie a un amico che gli presta la sua identità. Questo equilibrio precario, però, crolla totalmente quando gli viene rubata la bicicletta, scatenando una serie di eventi drammatici.
Il regista iraniano Milad Tangshir ha iniziato a interessarsi al fenomeno dei rider nel 2018: “Per un’estate intera sono andato in giro con un rider senegalese a fare le consegne, ad attendere davanti ai ristoranti. Volevo capire quale tipo di persone si mettono a fare questo lavoro. Mi sono subito reso conto dell’importanza della bicicletta per alcuni di loro come mezzo di sopravvivenza e, quindi, mi è venuto in mente Ladri di biciclette di De Sica ma non volevo fare né un remake puro, né un’operazione di cinefilia. Era una scusa per usare un pezzo importante della cultura italiana per riflettere sul presente. A settantacinque anni di distanza una bicicletta può ancora cambiare la vita di qualcuno.”
Un lungo lavoro di ricerca

Prima di iniziare le riprese, Tangshir ha fatto un lunghissimo lavoro preparatorio: “Venendo dal documentario la ricerca e la plausibilità dell’universo che creo per me è tutto. Il 90% di quello che c’è nel film l’ho visto o mi è stato raccontato da qualcuno. Mi sono relazionato con case di accoglienza, associazioni di immigrati, progetti di accoglienza, mense, dormitori, ho attraversato tutto quello che c’è nel film. Grazie all’Associazione Pais ho incontrato Ibrahima Sambou che fa il cuoco in un ristorante torinese. Con lui, così come con tutti gli altri profili esaminati durante il casting, abbiamo instaurato un dialogo trasparente e sincero”.
Anche la scelta della bicicletta sulla quale pedala Issa è stata lungamente ponderata: “Siamo andati in un negozio gestito da un pakistano per trovare una bicicletta che costasse effettivamente 50 euro, una cifra coerente con la disponibilità economica del protagonista. Tutto quello che finisce nel rettangolo dell’inquadratura deve essere reale. Mi serviva la bici che acquista chi deve iniziare a fare questo lavoro, non quella di un professionista che fa questo mestiere da tempo”.
Torino: un co-protagonista del film
Una Torino estiva, meravigliosamente fotografata da Giuseppe Maio nelle numerose scene notturne e inserita nella partitura ritmica del montatore Enrico Giovannone, è qualcosa di più di un semplice sfondo urbano della storia: “Torino è famosa per la bellezza ottocentesca e per l’architettura barocca, mentre alcune zone della città, per esempio quella in cui vivo io, non sono mai rappresentate.
La città è chiaramente una co-protagonista, visto che il 95% del film è girato in esterno. Le location le ho viste e riviste, girando in bicicletta per anni e in stagioni diverse. Tante scene sono state scritte per una specifica location e con una ben precisa direzione della macchina da presa. Per me era fondamentale girare lì dove avevo immaginato la sequenza. Nella storia di questi ragazzi che non sanno come arrivare a domani è centrale il concetto del vagare per la città. Inoltre, il lavoro sullo spazio della metropoli è nodale per descrivere il processo che porta il protagonista a una condizione di vulnerabilità”.
La linea sottile tra documentario e fiction

Secondo Tangshir – che nel 2019 aveva esordito nel lungometraggio con il documentario Star Stuff – le categorizzazioni formali sono superflue quando l’intento di un autore è quello di raccontare il mondo reale: “Personalmente non c’è grande differenza fra documentario e film di finzione. Anche nel primo caso, quando decidi cosa lasciare fuori e cosa lasciare dentro l’inquadratura, stai facendo un intervento per creare un tuo universo. Le categorie fiction e non fiction servono più che altro nel momento in cui si deve produrre il film e per presentarlo al pubblico. Lavorare con persone con maggiore esperienza di me nella fiction, abituate a situazioni controllate, è stata una delle sfide più grandi. Ciò che conta sono le cose che vorresti dire e che senti la necessità di esprimere, la forma o la categoria sono aspetti secondari”.
Dopo il debutto veneziano e la partecipazione a festival importanti come quelli di Toronto e di Busan, Tangshir sta girando l’Italia per promuovere il suo film: “Stiamo facendo alcune proiezioni con le associazioni dei rider. Io per anni sono stato presente in prima fila nelle loro manifestazioni, ma allo stesso tempo ero consapevole di non voler fare un film sui rider, ma raccontare la storia di sopravvivenza di un individuo che finisce per fare questo mestiere. Esistono persone più brave di me nel girare opere di denuncia o comunque di soffermarsi maggiormente su questo argomento che merita di arrivare al pubblico”.
Foto di Academy Two e Fandango





















Che dire? magnifico articolo, sia dal punto di vista cinematografico che di informazione su di un mondo sconosciuto ai più. Grazie!