Il Tour di Nibali. Nonostante il ciclismo italiano

1 Agosto 2014

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Dai e daje, Vincenzo Nibali ha vinto il Tour de France 2014. L’ha vinto con pieno merito, con ampi margini su tutta la concorrenza, con un dominio in strada che non si vedeva da un decennio. Roba da spellarsi le mani per gli applausi, che il corridore messinese si merita tutti dal primo all’ultimo, da alzare i boccali al cielo per i brindisi, che con uno spettacolo del genere saranno stati ancora più numerosi.
Uno spettacolo che il Tour ha regalato nonostante un padrone della corsa così netto, e che si riflette in un vero e proprio boom sui media italiani, dalle dirette televisive che fanno percentuali di ascolti in doppia cifra ai giornali che riportano il ciclismo in prima pagina. Ora che l’eco si è dissolta, che i giornali hanno lasciato spazio a notizie ben più drammatiche e le pagine sportive a questioni ben meno edificanti, ora che piano piano la sbronza è svanita, si può tornare a guardare la realtà che sta dietro il trionfo nibaliano. Sembrava tutto perfetto, sembrava quasi una rinascita del ciclismo italiano. Ma non lo è.

Nibali è arrivato a Parigi con questa piccola truppa di corridori italiani, in un Tour che per l’ultima volta ha visto due squadre del belpaese al via (era già il minimo storico). A fine stagione chiuederà pure la Cannondale, e nella “serie a” del ciclismo resterà un solo team italiano, guardacaso il peggiore tra tutti quelli al via del Tour, la Lampre. Che poi è una squadra che per ragioni politiche e fiscali ha sede in Svizzera, un po’ come il “ticinese” Nibali stesso d’altronde. Ma è pur vero che lo stato del ciclismo in un paese non si misura con gli squadroni, andrebbe misurato con le strade, le strutture e i praticanti. Bè, lo stato delle strade e delle strutture a misura di ciclista da queste parti lo conosciamo fin troppo bene ed è difficile chiedere a Nibali il miracolo pure su questo. I praticanti invece non mancano, si direbbe a guardare fuori dalla finestra, a leggere i numeri esorbitanti di denaro e persone che segue il grande carrozzone delle Gran Fondo o a studiare un ambiente vivace come quello del cicloturismo.
Il vero problema è che dietro al presente viene il futuro, e il futuro del ciclismo in Italia non lo si vede nemmeno col cannocchiale.

Prendiamo il ragazzino che si è esaltato davanti alla cavalcata trionfale di Nibali in Francia, poniamo pure che riesca ad ottenere la bici nuova per il compleanno. E poi? Le strade sono troppo spesso in condizioni disastrose per traffico e manutenzione, decisamente troppo per l’apprensività di un genitore; i velodromi sono quasi tutti chiusi; percorsi per il ciclocross non ce ne sono mentre gli spazi per MTB e BMX sono spesso lontanissimi dai centri urbani. Se questo ragazzino crescerà tra i monti o in campagna, qualche speranza la può ancora nutrire, ma se cresce nelle nostre città è evidente che per i genitori l’unica speranza è quella di trovargli una squadra che lo porti in giro (e anche questa soluzione, è cronaca recente, non lo metterà al riparo dai rischi). E qui la cosa si fa drammatica.
Prendo l’esempio della mia città, Milano. Da una rapida (ma neanche troppo) ricerca sul web si trovano un gran numero (perdipiù crescente) di squadre amatoriali, che coprono una fascia che va dai 30enni agli ultra-pensionati. Ma se la ricerca viene ristretta all’ambito giovanile, il panorama è sconfortante. Uno potrebbe allora rivolgersi direttamente lassù, alla Federazione Ciclistica Italiana. Nel caso milanese troverebbe anche un ufficio provinciale di (rara) buona volontà, ma le risposte mancherebbero comunque, se non indirizzando questo volenteroso praticante alcune decine di km fuori città, dove non arriverà in bici e dove difficilmente un genitore riuscirà a portarlo. Restano le poche, piccole, proposte autoorganizzate o le scampagnate, ma il risultato di tutto ciò sarà probabilmente la richiesta di un regalo diverso per il compleanno futuro, e il sogno del motorino. Con o senza un Nibali in maglia gialla, in futuro più probabilmente senza.

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