Islanda: pedalando con “madre natura” – Parte 3

12 Agosto 2014

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7 tappa – Egilsstadir – Djupivogur: 150 km e 1400 m di dislivello. Una giornata che definirei “…da fuori strada…”. Partito alle 7,30 da un paese davvero insignificante, pioggia battente, ho iniziato la lunga marcia che mi ha riportato (finalmente) sul mare (….e che mare….).

Stamattina non avevo alcuna voglia di pedalare, sia per la pioggia, sia per le precarie condizioni fisiche. Anche stanotte, nonostante la bellissima suite, non sono riuscito a riposare, 5 ore a letto sono davvero insufficienti. Saranno stati i fagioli di ieri sera, la carne di maiale, l’adrenalina o il fatto che non c’è mai buio, sta di fatto che dormo pochissimo, e dopo una settimana la fatica inizia a farsi sentire. I primi km sono stati davvero un inferno ad andatura da passeggio, poi, fortunatamente, ha smesso di piovere, mi sono ricordato che dovevo fare 150 km ed ho iniziato a far girare le gambe.

La prima parte della tappa è stata decisamente montana, dopo 25 km dalla partenza, la Ring Road da asfaltata diventa per altrettanti 25 km sterrata. Questi 25 km sterrati sono stati davvero duri, vuoi perché’ aveva piovuto, e potete immaginare cosa significa pedalare nel fango e nelle pozzanghere, vuoi perché la strada sale (pendenze anche del 12%). Persino la discesa sterrata è stata un calvario. Però, al di là dello sterrato, da un punto di vista naturalistico/paesaggistico sono stati 25 km spettacolari, pieno di cascate, torrenti, tanto verde, tante pecore, cavalli e, come sempre, a pochi metri enormi montagne innevate che fanno da contorno. Il tutto in mezzo al niente, ossia pochissime macchine (fortunatamente), un po’ di fattorie e nessun posto dove potersi rifocillare. Dopo la discesa, la strada ritorna ad essere asfaltata e si percorre la valle più ampia di tutta l’Islanda, ossia la Breiddalur (davvero graziosa e tranquilla). Terminata la vallata si arriva al mare (ad 1 km da Breiddalsvik). L’impatto con il mare è stato davvero emozionante. Nuvole bassissime, tanto vento e tanto freddo. Ad accogliermi sulla spiaggia c’erano i pulcinella di mare (qui sono una celebrità’, li chiamano puffin e se li mangiano anche; sono anche un po’ il simbolo dell’Islanda, davvero buffi).

Negli ultimi 65 km ho dovuto anche aggirare un fiordo (Berufjordur), peraltro anche qui per 10 km sterrato, per raggiungere la meta. La vedevo senza arrivarci mai. In linea d’aria c’erano soli pochi km, ma ho dovuto farne 40 km, con una fatica enorme (tirava vento contrario), per arrivare finalmente alle 20, dopo più di 12 ore ad un bel paesino (Djupivogur). Questo fiordo è molto bello con una forma molto allungata (ecco perché 40 km) con a fianco enormi montagne innevate (riolite) nonché pareti rocciosi davvero a strapiombo. Djupivogur, invece, è un paese piccolissimo, qualche centinaia di anime (ma da queste parti può essere considerata una metropoli…). C’è’ un piccolo porto (molto piccolo…) e case antiche in legno (nulla però’ di stratosferico). E’ considerato il porto più antico dei fiordi orientali. Da qui si può’ prendere il battello ed andare a visitare una, così dicono le guide, graziosa isola, quella di Papey (isola dei frati…abitata in passato da monaci eremiti irlandesi, i primi colonizzatori dell’isola, prima che arrivassero poi nell’800 i vichinghi). A Papey vi abitano foche ed uccelli marini, tra cui appunto i famosi pulcinella di mare.

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Alcune considerazioni sulla giornata odierna:

1) in 150 km ho visto l’Islanda che amo. Montagne innevate che ti accompagnano sempre, anche quando sei al mare, cascate dappertutto, zero popolazione, cavalli bellissimi, pecore a zonzo, clima che cambia da un momento all’altro, e soprattutto tanti bei scorci di mare che cambiano continuamente. Natura e solo natura. In questi posti i turisti non vengono perché non ci sono luoghi d’attrazione particolari.
2) per chi decide di fare in bici questi lunghi tratti, definirei desertici, è fondamentale essere autosufficiente nel cibo. Non esistono punti di ristoro, manco a pagare d’oro.
3) sono arrivato stremato. Solitamente gli ultimi 20km, anche nelle tappe più’ brevi, sono quelli che patisco mentalmente di più. Oggi però sono stati ancora più duri. Sei sul mare, pensi che la strada sia piatta ed, invece, è un continuo saliscendi anche solo di qualche metro che ti ammazza le già le martoriate gambe. Se poi c’è il vento è impossibile andare avanti. Fare i 12 km all’ora, anche se la strada non sale, con 30kg di zavorra, è già un’impresa improba.
4) ho deciso di allegare a questo post alcuni segnali stradali, oltre che i bellissimi fiori violetti, di cui non conosco il nome, non perché mi sia ammattito (di fatto già lo ero…) ma perché sono gli unici a tenermi compagnia lungo tutto il tragitto, ed il solo vederli mi conforta, oggi l’hanno fatto più che mai…;)

8 tappa – Djupivogur – Hofn, 105 km e 1000 m di dislivello. Questa tappa la dedico al mio “uccello custode e accompagnatore”. E provo a spiegare perché. Da quando sono partito, ogni mattina, ma anche al ritorno, ci sono degli uccelli, e tra questi voglio pensare che uno sia sempre lo stesso, che mi fanno festa, cinguettandomi quasi davanti alle ruote. Come se fossero del comitato accoglienza del paese ospitante.

Questo tripudio di gioia, ormai, è un cliché quotidiano che si verifica al di là delle condizioni meteo. E per me è davvero un incitamento a cui non posso più rinunciare. Altro che EPO! Stamattina sono partito alle 8,30, temperatura 8 gradi, nebbia fittissima (sembrava che piovesse), penetrava nelle ossa. Speravo che prima o poi la nebbia sì diradasse, macché, mi ha accompagnato fino all’arrivo nella graziosissima Hofn, verso le 15.

Infatti, vuoi perché la tappa era breve (…. anche per me oggi era festivo….), vuoi perché non si vedeva niente, e quindi non ho potuto fare le 2000 foto quotidiane che mi assorbono gran parte del tempo (…ferma la bici, prendi l’ipad, etc….,ci vanno ogni volta 10 minuti…), sono arrivato decisamente prestissimo rispetto ai miei consueti tempi di arrivo. Ho notato subito che le graziose casette erano addobbate di fiocchi e palloncini arancioni. Ho pensato subito che ci fosse qualche gemellaggio in corso con gli olandesi. Tanto “orange festivo” l’ho solo visto o in televisione o nelle tappe al Tour de France (soprattutto nelle tappe con arrivo all’Alpe d’Huez). Invece, ho scoperto dopo, e poi l’ho letto sulla guida, che ad HOFN si tiene ogni anno, alla fine di giugno, la Humarhatid (il festival degli scampi). Infatti questa graziosa cittadina, di quasi più’ di 1500 abitanti (è la principale “metropoli” dell’Islanda sud-orientale) è famosa per gli scampi (in islandese humar). Ho scoperto, subito dopo, però, con mio grande dispiacere, che questo festival è terminato ieri notte, dopo 2 giorni di baldoria, motivo per cui stasera erano rimasti solo i festoni e le chele vuote…

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HOFN si trova in una posizione davvero splendida, bel porto, a soli 4 km dalla Ring Road, da cui si può ammirare il ghiacciaio più grande d’Europa, ossia il Vatnajokull, dove domani mi dirigerò. Peraltro, questa cittadina è anche il regno dei birdwatcher, visto che si possono ammirare tanti uccelli marini, tra cui stormi di sterne artiche che vengono qui a riprodursi. Stasera, visto che avevo qualche ora di tempo, (….tanto non fa mai buio qui….sigh…), dopo tutte le operazioni consuete, tra cui cercarmi un supermercato per procacciarmi il cibo per domani, ho inforcato la bici, e visto che era ritornato un pallido sole, sono andato sulla spiaggia ad osservare gli uccelli, lungo alcuni appositi sentieri. Davvero uno spettacolo della natura sedersi su una panchina stando al mare con vista ghiacciaio. Alcune considerazioni sulla tappa odierna.

1) stamattina, guardando la distanza dei km da percorrere e che sarei rimasto sempre sul mare, pensavo che sarebbe stata davvero una passeggiata, rispetto ad altre tappe. Ma poi ho scoperto che, pur rimanendo sempre sul mare, si possono fare su 100 km ben 1000 metri di dislivello (….ossia una pendenza media su tutta la tappa dell’1%…). Infatti, il percorso odierno, ma è tutta l’Islanda è così (…provare per credere…), è costellata di sali e scendi (quelli che noi ciclisti chiamiamo in gergo “mangia e bevi”) che ti spezzano le gambe se sei su una bici con 30 kg di zavorra. Far ripartire ogni volta la bici è un’impresa. Infatti, arrivati a metà della salita, dopo aver preso la rincorsa in discesa, se non cambi subito i rapporti del cambio sei finito…. Meglio, sempre e solo, le salite….
2) stamattina ho incontrato, per la prima volta nel mio senso di marcia, un ciclista (….una signora, udite, udite, di 70 anni norvegese…). Fino ad oggi, ho davvero
incontrato, solo nell’altro senso, pochissimi ciclisti, davvero molto pochi rispetto all’idea che mi ero fatto (…non più’ di una decima dopo quasi ormai 1000km…). Normalmente ci si saluta con un “Good luck”, senza tanti salamelecchi. Noi ciclisti siamo parsimoniosi in tutto…  Invece, già ieri, sulla salita sterrata, ho incontrato un ciclista cinquantenne olandese che percorreva la discesa, il quale, come mi ha visto, si è’ fermato, e, pur non conoscendoci, ci siamo abbracciati, scambiandoci solo un “where are you from”. Davvero una situazione particolare che mi ha incoraggiato per il resto dei km. Va a sapere perché noi ciclisti siamo fatti così… Io qualche motivo c’è l’avrei…  La particolarità dell’incontro, invece, con l’ ultra veterana ciclista norvegese è che per la prima volta, dopo 8 giorni, sono riuscito a fare quattro chiacchiere, un discorso di senso compiuto, nel mio pessimo inglese. Fino ad ora, in 8 giorni, ho sempre bofonchiato qualcosa e soprattutto gesticolato per farmi capire. Mai formulato una frase di senso compiuto, più lunga di 5 parole. Solo frasi di circostanza. Invece, oggi, la signora mi ha raccontato un po’ della sua vita, che stranamente sono riuscito a comprenderne il senso.

Quest’incontro mi ha davvero emozionato ed in qualche modo messo una pulce nell’orecchio. La Signora abita a Capo Nord… Detto ciò, la signora mi ha anche detto che nei prossimi giorni saranno, rimanendo in tema, “volatili per diabetici” per noi ciclisti, visto che, da domani, per 3 giorni, le previsioni danno abbondanti piogge a sud…. Speriamo, come sempre, di aver capito male…

9 tappa (spero non l’ultima) – Hofn – Reykjavik. 460 km, di cui 20 km in bici, 110 km in macchina, 1 ora su mezzi anfibi, 330 km prendendo 4 autobus. In sostanza, eccetto il cavallo, oggi ho preso tutti i mezzi di locomozione consentiti in Islanda…(dei binari le renne non sanno cosa farsene…) La tappa di oggi potrei definirla in tanti modi, alcuni molti nefasti, altri meno. Una giusta sintesi potrebbe essere la seguente: “Iceland: l’avventura è terminata o sta per iniziare?????” Oggi è accaduto ciò che non avrei mai voluto che accadesse, ma che avevo messo comunque in conto, ossia che non fossero le mie gambe e il mio fisico a smettere di pedalare bensì la mia bici. Evidentemente si è già stancata di me…la capisco….

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Stamattina, sapendo che sarebbe stata una tappa campale, si passava in mezzo al nulla, solo deserti lavici, e sapendo che mi aspettava poggia a catinella, sono partito alle ore 7. Sin dall’inizio ho iniziato ad avere qualche sentore che qualcosa non andava nella ruota posteriore. Dopo 1000 km, la bici la si conosce a meraviglia, ogni cigolio lo si riconosce… Ho subito pensato che qualche raggio si fosse rotto, il che non sarebbe stata una tragedia, visto che ad Hofn un ciclista l’avrei trovato. Invece, dopo aver smontato tutti i bagagli verso il 10 km, e controllato i raggi, sono ripartito, perché tutto sembrava a posto. Pensavo che fossero gli scampi di ieri sera ad avermi creato qualche eccessivo incubo. Sta di fatto che, dopo 20 km da Hofn, pioveva, e mentre percorrevo rettilinei interminabili, ho sentito un bel “pluff” alla ruota posteriore. Subito ho pensato ad una normale foratura, dopotutto dopo 1000 km ci stava anche una foratura. Cambiata la camera d’aria, non appena ripartito (dopo 10 metri) il secondo “pluff”. E’ li ho capito che l’avventura o stava terminando o stava per iniziare. Ho riguardato la ruota, ed ho visto che il copertone era praticamente logorato sui lati. Al che ho deciso che era inutile riprovare a consumare un’altra camera d’aria bensì era meglio e decisamente più efficace appellarsi alla carità automobilistica. E così è stato! La prima macchina, a cui ho implorato un passaggio, miracolosamente si è fermata. Non ci potevo credere. Una coppia di ragazzi fidanzati canadesi non hanno esitato ad aiutarmi, a smontare la bici e farmi salire a bordo.

Andavano a Skaftafell, passando prima però per la laguna glaciale di Jokulsarlon. In sostanza gli unici due bellissimi posti che ci sono nel raggio di 300 km, tutto il resto è deserto lavico (i cosiddetti sandur).

Arrivati alla laguna glaciale, il più bel posto che abbia mai visto in vita mia, ho ripreso un po’ di ottimismo. E così mi sono concesso un bel giro su un mezzo anfibio, girovagando sotto la pioggia per la laguna. Davvero spettacolare! Posto unico al mondo, credo. Nella laguna (18 kmq e profonda 250 m) ci sono bellissimi iceberg di un colore azzurro, luminosissimo, che galleggiano in attesa di spostarsi verso il fiume Jokulsa’, e poi verso il mare (alcuni ci impiegano anche 5 anni per uscire dalla laguna). Questi iceberg si staccano da una diramazione del ghiacciaio più grande d’Europa (Vatnajokull). Questo ghiacciaio copre più del 13% del territorio islandese ed è grande quanto l’Umbria. Peraltro, questa laguna si è formata soltanto circa 80 anni fa e sta sempre più’ crescendo (…visto che i ghiacciai si stanno sciogliendo, come è noto…).

La gita nella laguna, sul mezzo anfibio, è stata spettacolare, hanno fatto persino assaggiare, come cadeau, il purissimo ghiaccio staccato dagli iceberg, tanto è gratis e ce n’è in abbondanza…

Dopo qualche ora trascorsa in un posto davvero paradisiaco e surreale (hanno anche girato dei film con James Bond…), rinfrancandomi dal fattaccio, siamo ripartiti, e dopo una cinquantina di km siamo arrivati a Skaftafell, un altro posto davvero unico al mondo. Skaftafell è uno dei punti più importanti di accesso al parco nazionale del Vatnajokull, dove è possibile ammirare ed appezzare numerosi ghiacciai. E’ il posto dove gli islandesi amano venire a fare trekking, ad ammirare cascate oltre ad avere una bella vegetazione (boschi di betulle nane).

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A 2 km dal parcheggio c’è una bellissima cascata, Svartifoss (foss in islandese significa cascata…), chiamata la cascata nera. E’ bellissima in quanto è nascosta ed è circondata da colonne di basalto nero. Ho percorso il bel sentiero che porta alla cascata sotto una pioggia torrenziale, ma ne è valsa proprio la pena. Anche qui le foto lo testimonieranno. Sarà che il bagnato fa rima con fortunato?!…:)

In tutte queste ore, tra una visita e l’altra, tra piogge e schiarite, tra incazzamenti (comprensibili..) e vedute surreali, dopo varie telefonate con il mio carissimo amico, mentore e mental coach, Paolo Rosso, che mi ha teleassistito, facendo tutto il possibile per trovarmi un posto dove riparare la bici e soprattutto passare la notte, visto che i piani erano ormai saltati (stanotte avrei dovuto dormire in una sperduta fattoria a pochi km dal ghiacciaio e nel raggio di 250 km più avanti non c’è un ciclista), ho convenuto di riprendere l’autobus, farmi 5 ore di viaggio, e ritornare nella capitale, da dove spero, se mai troverò un ciclista che vende un banale copertone, di ripartire quanto prima possibile per altre mete. Come nel gioco dell’oca…:) Alcune considerazioni in merito alle vicissitudini odierne:

1) è bellissimo avere degli amici che si prodigano per te quando ne hai bisogno. Non ti fanno mai sentire solo anche se sei quasi al polo nord. Grazie Domenico Amorosi e Paolo Rosso. Come vedete, di me non riuscite proprio a liberarvi…  Paolo sei stato mitico… Le tue capacità di negoziazione sono uniche anche in inglese…
2) stasera, inizialmente, non volevo scrivere nessun post. Lo scoramento è comunque tanto da non avere nemmeno la voglia di tenere gli occhi aperti, considerata anche la stanchezza. Per arrivare nella capitale devo cambiare 5 autobus (… con tutta la zavorra che mi porto dietro). Poi ho cambiato idea. Mi sono detto che, dopotutto, questi post sono nati con l’intenzione precipua di provare a condividere con amici e parenti, e anche con me stesso, alcune emozioni nello stesso giorno in cui le avrei provate. Dopo non avrebbero avuto nessuna valenza. Scrivere mi faceva sentire in alcuni giorni meno solo. Non avevo, e non ho, nessuna voglia e intenzione di scrivere la guida dell’Islanda. Basta andare su internet…. Visto che di belle, e di brutte, emozioni oggi, comunque, ne ho provate a iosa, mi sono convinto che fosse doveroso che vi sorbivate anche questo sproloquio e farraginoso pippone…
3) le previsioni del tempo per i prossimi 2 giorni, qui a sud, sono catastrofiche, danno allerta per abbondanti piogge. In tutto questa, diciamolo pure, sfiga, voglio pensare che il mio uccello custode, che quest’oggi alla partenza ha “marinato”, e tanto meno lo rivedrò alle 2 di notte all’arrivo nella capitale, abbia voluto cambiare i miei programmi, immagino, in meglio…. Ad esempio non mi voleva far venire il raffreddore… Lo spero vivamente! Dopotutto è una vacanza….e bisogna viverla alla giornata, come il resto della vita! Anche se qui le giornate non finiscono mai…

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