Islanda: pedalando con “madre natura” – Parte 5

14 Agosto 2014

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13 tappa – Lago Laugarvatn – Pingvellir – Selfoss – Porlakshofn. 110 km e circa 700 m di dislivello. Una giornata che definirei “…una storia di democrazia con la sempiterna mano invisibile…”. Oggi le prime ore sono state da brivido, non solo perché faceva freddo e tirava un vento che a Trieste se lo scordano, ma, anche perché, dopo appena 1 km è iniziata una bella e lunga salita che mi ha consentito di far fuori la prima colazione già nelle prime rampe. Partire così in impennata, di prima mattina, è un po’ troppo anche per me….:)

Lungo la strada che conduce nel luogo sacro e storico per gli islandesi, interessantissimo anche da un punto di vista naturalistico e geologico, ossia il parco di Pingvellir (dal 2004 patrimonio dell’Unesco), non ho incontrato nessuno o quasi ( e ciò solitamente è una bella cosa). Gli unici ragazzi che ho incontrato, e l’ho capito al volo, sono stati un gruppo di 4 ragazzi italiani che si erano appena tirati fuori da una tenda accampata a bordo strada e che imprecavano, evidentemente, per il mancato riposo notturno…  Gli unici a brontolare, e te ne accorgi proprio all’estero, siamo sempre noi italiani. Non appena hanno capito, dai borsoni, che parlavo la loro lingua sono rimasti, in un primo momento interdetti, non si aspettavano, infatti, che un italiano potesse, da solo, andare a zonzo in bici nell’isola, subito dopo, invece, mi hanno tempestato di domande e complimenti. Li ho poi reincontrati proprio 20 km dopo a Pingvellir ancora con le facce sconvolte dal sonno. Il tratto che conduce da Laugarvatn a Pingvellir è davvero, al di là dell’indigesta salita mattutina, molto panoramico ed immerso nel verde. Arrivato a Pingvellir ho avuto altri brividi, sia per il freddo provocato dal terribile vento odierno, ma soprattutto per l’emozione di calpestare un suolo storico e sacro per gli islandesi.

In questo posto i vecchi amici miei vichinghi organizzarono il primo parlamento (l’Alþingi) nel 930 dopo cristo. In sostanza gli islandesi sono stati i primi, tra gli europei (o forse al mondo), ad avere un regime democratico. Altro che barbari!!!!!! I vichinghi hanno istituito il primo parlamento democratico al mondo!!!!!!!!! Magari, poi, se ti comportavi male, ti recidevano la giugulare. Ma questa è un’altra storia. Una volta all’anno qui si teneva una riunione in cui venivano emanate le leggi (oralmente) riguardanti il commercio e la vita sociale, risolte le liti tra clan, le beghe individuali, celebrati i matrimoni, eseguite le condanne a morte. Insomma, era l’evento sociale dell’anno dove tutti potevano partecipare. Proprio qui fu emanata la legge che, nell’anno 1000, stabiliva la conversione dal paganesimo al cristianesimo. Vi ricordate cosa ho scritto a proposito della cascata di Godafoss (cascata degli dei)?????

Questo posto probabilmente fu scelto per alcune sue caratteristiche, visto che si trattava di una vasta pianura che poteva accogliere i partecipanti che giungevano da tutte le parti dell’isola e dovevano trattenersi per alcune settimane (mangiare, dormire, festeggiare, etc.). Per dare un quadro di estrema sintesi sulla storia dell’Islanda, si può dire che questo primo Parlamento governò gli islandesi dal 930 fino al XIII secolo, quando il potere esecutivo passò nelle mani dei reggenti norvegesi, per poi passare nelle mani della monarchia danese. L’agognata indipendenza, proclamata proprio in questo posto, l’Islanda l’ha conseguita solo nel 1944, in seguito anche alle vicissitudini della seconda guerra mondiale.

Infatti, nella seconda guerra mondiale, dapprima gli inglesi, e poi gli americani, vi installarono una base militare. Gli americani che si piantarono militarmente a Keflavik nel 1946 sono andati via solo nel 2006 (a guerra fredda terminata, visto la posizione strategica). Certamente i dollaroni verdi americani hanno dato un forte impulso all’economia islandese, anche se, come diceva un famoso economista (lo stesso che conio la teoria della “mano invisibile”), “nessun pasto e’ gratis”…. Pingvellir è anche importante da un punto di vista geologico perché da qui passa una faglia, chiamata Almannagjá, che divide la placca tettonica americana da quella euroasiatica. Ossia è un luogo da cui si può vedere con i propri occhi cos’è la teoria della deriva dei continenti.

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Il movimento delle placche, di qualche millimetro all’anno, è tra l’altro la causa scatenante dei frequenti terremoti in zona. C’è proprio una passerella che permette ai visitatori di attraversare questa faglia. Inoltre, oggi ho visto dei sub che si immergevano per esplorare le fenditure piene di acqua cristallina tra le 2 placche continentali. Il parco di Pingvellir è situato, peraltro, proprio a ridosso del lago Pingvallavatn, ossia il più grande lago dell’Islanda, dove parrebbe che sia possibile pescare trote e salmoni dalle dimensioni tra le più grandi della specie, e dove gli uccelli migratori si fermano per ristorarsi.

Dopo questo bagno di storia e di democrazia, che ha richiesto diverse ore e tanta fatica per leggere tutte le didascalie in inglese, si era fatto abbastanza tardi per cui ho dovuto spogliarmi dai panni del curiosone e ricordarmi che ero lì in veste di ciclista. Avevo ancora 80 km da fare in direzione mare (finalmente). Al ritorno ho preso una bellissima stradina, frequentata da nessuno, la n.361, che costeggia a pochi metri il lago, che mi ha riconciliato con me stesso. Avrei avuto tanto voglia di fare uno spuntino in una delle bellissime calette, ma il tempo tiranno (in tutti i sensi) mi ha costretto a proseguire e mangiare, come al solito, pedalando l’ennesimo toast con il prosciutto, cosa che, peraltro, amo tantissimo fare. Non c’è cosa più bella che divorarsi un panino mentre pedali, perché non ti senti in colpa bensì pensi che te lo stai proprio guadagnando, è un tuo diritto azzannarlo con tutta la voracità della circostanza (le mani servono sul manubrio e non sul toast…).

Da quel momento in poi, però, ho decisamente avvertito, in modo tangibile, la cosiddetta “mano invisibile” (che per me non è la teoria di A. Smith che prevede che il mercato si autoregoli… ma quando mai???), ossia la mano del Dio Eolo o se volete della ragazza/ragazzo di qualche post precedente. Il vento non mi ha dato più tregua fino all’arrivo a Porlakshofn. Si faceva fatica a stare in bici, anche andando a 9 all’ora in pianura. Roba mai vista in vita mia. Più volte ho citato il vento come elemento di disturbo, non è un’ossessione, ma davvero con un vento del genere si fa prima a scendere dalla bici e andare a piedi. Sicuramente è più sicuro e non rischi di essere stirato da qualche veicolo. Ancora adesso, che è mezzanotte, tira una buriana che è impossibile anche farsi una passeggiata. Il posto tappa è davvero triste, una città’ con un porto industriale di qualche migliaio di abitanti. Nulla di più.

Nel raggiungere la meta di stasera sono passato da Eyrarbakki (dista 18 km da qui) dove ho scoperto cose interessanti, ossia che questo posto (adesso di qualche centinaia di anime) in passato è stato il porto principale dell’Islanda, che ci sono le carceri più’ grandi d’Islanda (da fuori sembravano 4 case in croce fatte con i lego) e soprattutto che ha dato i natali ad un certo signor Bjarni (il cognome è difficilissimo) che prima dell’anno 1000 fu probabilmente il primo europeo a vedere l’America. Poi la gloria, come sempre accade, alla faccia della meritocrazia, se la prese un certo Eiriksson (nella capitale c’è la statua che lo ritrae proprio davanti alla chiesa principale). Poi, arrivò il nostro compatriota Cristoforo Colombo con tutta la sua corte e si prese tutti i meriti della conquista (ma non certo della scoperta, molti prima di lui, secoli prima, l’avevano già’ scoperta). Ma si sa che la storia la scrivono i vincitori!!!!

Alcune considerazioni sulla giornata odierna. Visto che sono state più lungo del solito…. , dirò soltanto che anch’io ho fatto oggi la mia piccola scoperta. Vale a dire, ho capito dove si nascondono i veri islandesi. Quelli per strada sono solo turisti. Gli islandesi nel pomeriggio sono tutti con i piedi in ammollo. Arrivato alla guesthouse, il proprietario mi ha detto, quando gli ho chiesto cosa avrei potuto visitare, che, se volevo, potevo usufruire, udite, udite, a GRATIS, della piscina comunale (visto che ero un suo turista).

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Attesa la desolazione del posto e vista l’ora, le 18, ho deciso di rituffarmi in questo bagno di socialità. E così sono andato a provarla. Un posto davvero confortevole, ampi spazi, piscine riscaldate fuori e all’interno, sauna, vasche con acque a temperature diverse. Tantissimi giochi d’acqua per bambini. Secondo me un posto migliore di quello di ieri, per giunta gratis. Ma io non faccio testo perché mi considero un parsimonioso….

Dentro le piscine c’era una moltitudine di mamme e papà con bimbi da zero a n anni. Solo gente del posto. Quando mi hanno visto arrivare, hanno capito che ero, per loro, uno straniero e i bimbi, dagli occhi cerulei e i capelli biondo platino, hanno iniziato a guardarmi come un extraterrestre. E’ stata un’esperienza davvero piacevole e divertente (soprattutto per i bambini immagino…). Avevo gli occhi puntati addosso e per questo ho scelto un angolo della piscina coperta (ho provato ad andare fuori ed ho rischiato un principio di assideramento…) e da lì non mi sono mosso per un’oretta. Immagino che stasera abbiano commentato, durante la cena, la mia bizzarra presenza. Sta di fatto che, a furia di arrivare così presto ogni giorno, rischio di diventare un bagnino mentre io vorrei fare il ciclista.

Da domani sveglia alle ore 11 e arrivo, ultimo giorno di pedalata, in notturna… Ale’ P.s. A proposito di democrazia, mi sono dimenticato di citare nel post sui luoghi da visitare a Reykjavik anche la casa Hofdi, dove Reagan e Gorbaciov nel 1986 s’incontrarono per discutere la riduzione degli arsenali nucleari in Europa, dando il là alla fine della guerra fredda. Quel giorno dell’incontro lo ricordo molto bene, perché il nostro super professor di italiano (liceo scientifico) disse chiaramente che quello sarebbe stato un giorno storico che avrebbe potuto cambiare il percorso della storia. Ed infatti l’ha cambiata!!!

14 tappa (ultima). Porlaskhofn – Hafnarfjordur – Reykjavik. Circa 80 km, di cui 20 in bici, 25 a piedi portando la bici e 35 su un fuoristrada (Jeep) Senza dubbio il titolo finale di questa lunghissima e faticosissima giornata è …” …tout c’est fini….Antoine….”. L’ho tradotto in francese per un doveroso segno di ringraziamento a 2 buontemponi cinquantenni francesi, Corinne e Jean-Pierre, che, vendendomi traballare dopo l’ennesima salita in balia del vento, mi hanno offerto un passaggio fino alla porte della capitale, senza nemmeno che glielo chiedessi. Chapeau!

Evidentemente ero proprio alla “coque” per indurli a fermarsi e soccorrermi. Dunque, anche oggi è stata un’altra giornata “avventurosa”, mi mancava anche questa casella nel gioco dell’oca. Bellissima e dannatissima. Ecco cos’è l’Islanda! E’ anche con me non ha fatto sconti. E perché avrebbe dovuto? A tutti gli ospiti riserva lo stesso trattamento. Vera democrazia! Tutti uguali! Islanda, proprio vero, la terra dei contrasti. Ghiaccio e lava, acqua e fuoco. Sole di mezzanotte e buio di mezzogiorno (…il buio nella mia testa di oggi…).

Paradiso e inferno! Ma provo a raccontare, con un minimo di ordine, come doveva andare, e non è proprio andata, l’ultima pedalata vichinga. Stamattina, dopo aver ringraziato il proprietario della guesthouse (è il posto dove ho ricevuto il miglior trattamento), mi sono deciso a partire, nonostante tirasse un vento infernale.

Ma tant’è, non avevo via di scampo. Già alla partenza un segno premonitore che la giornata sarebbe stata “very cold”, l’avevo avuto, ed è stato quando il proprietario della guesthouse, un vichingo di 2 metri tutto fare (ieri si è presentato sporco con la tuta da meccanico, stamattina era in cucina con il completino a servire la colazione, davvero comico ma disponibilissimo), mi ha riempito le borracce dalla finestra della cucina. Mi ha chiesto se volevo l’acqua “hot” o “cold”. Bersi l’acqua calda che puzza di uova marce da una borraccia non mi sembrava la scelta ottimale… , per cui gli ho detto, ovviamente, “cold”.

Il vichingo ha pensato bene, a mia insaputa, di mettere i cubetti di ghiaccio nella borraccia, e mi ha anche sorriso. Non ci potevo credere. Ero già fuori, bici pronta, 7 gradi, tremavo sia per il freddo che per quello che mi aspettava, e l’energumeno, nei panni della casalinga di Voghera, mi ha riempito le borracce di ghiaccio. Sta di fatto che non ho bevuto un goccio d’acqua durante il giorno nonostante mi sarebbe decisamente servita nella faticaccia delle ore successive. I primi 10 km li ho percorsi in una strada deserta, la n. 427 che porta a Grindavik, dalle parti insomma della Laguna Blu. Oggi, davvero un miraggio la Laguna Blu. E a pensare che nei programmi originari, fatti in Italia, proprio oggi pomeriggio avrei dovuto ristorarmi dalle fatiche in bici nelle acque azzurre piene di silicio di questo sedicente paradiso del benessere, invece, mi è toccato l’inferno.

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Avrò’ commesso, evidentemente, qualche peccato di troppo… Questi primi 10 km sono andati abbastanza bene. Il vento, nonostante soffiasse forte, mi consentiva di andare ad una andatura da pensionato (7/8 km/h), ma almeno non mi buttava sulle rocce di lava. Oggi doveva essere una pedalata all’insegna della lava, e quindi l’ultima bella ripassata al “nulla” circostante. Tutto brullo attorno, solo lava coperta di licheni e con tantissima sabbia lavica a bordo strada. Insomma, oggi la tappa avrei voluto definirla…”…un bagno di lava…” (..dopo tutti i bagni di acqua di questi giorni..). I successivi eventi, però mi hanno indotto a ribaltare completamente la definizione. Dal 10 km è iniziato il vero calvario. Una via crucis che fortunatamente non si è conclusa con la (mia) crocifissione. Sono arrivato sul Golgota (in questo caso il lago Kleifarvatn) e i francesi mi hanno salvato in tempo utile..  La faccio brevissimo (…per modo di dire…). Ho provato a pedalare a tratti per altri 10 km, ma dopo 3 cadute sul bordo strada, pieno di pietre, e qualche escoriazione, con la fortuna di non essermi rotto già il gomito, ho deciso che, come ultimo giorno, avrei premiato la mia bici, ricambiandole i favori. Stavolta ero io che l’avrei portata in carrozza… E così, di buzzo buono, mi sono intestardito, ho cambiato le scarpe, ho messo quelle da ginnastica, mi sono appellato ai miei santi protettori, ed ho iniziato la traversata nel deserto lavico.

Subito mi sono anche reso conto che portare la bici a mano era un’impresa improba fisicamente, perché, se è vero che almeno non rischiavo di cadere, era comunque faticosissimo spingerla con il vento contro o di traverso. Bastava qualche folata ancora più forte e puntualmente finivo al centro strada (e per fortuna era una strada con pochissime macchine). La variabile che non avevo contemplata, e della quale non avevo avuto finora l’emozione della spiacevole esperienza, è stata la sabbia lavica che, finissima, entrava dappertutto. Mi sono dovuto bardare come un marziano. Alcune macchine, a dire il vero, si sono fermate chiedendomi se avessi bisogno di aiuto, ma io, intestardito, avevo messo in conto di proseguire, sia pure a piedi, con la speranza recondita di mettere i piedi sui pedali prima o poi. E così mi sono fatto 25 km a piedi, alla media di 6km/h (4 ore di sofferenza unica).

Avevo il mignolo della mano destra ormai anchilosato per il freddo. Ho dovuto indossare i guanti da sub che fortunatamente avevo con me per proteggermi. Dopo aver scollinato un paio di salite, ormai stremato, sono arrivato in un posto molto bello con un lago fantastico (Kleifarvatn) e una baita intenzionato, se non mi fossi ripreso dopo la sosta, a valutare di chiedere un autostop almeno fino ad Hafnarfjordur (considerata la città della lava ad una quindicina di km a sud della capitale). Il fato (……le fate, gli gnomi, gli elfi, i troll, il mio uccello custode….) ha voluto che, invece, 2 “tres gentil” francesi mi chiedessero se avessi bisogno di aiuto e, a malincuore (per modo di dire), ho accettato. E così si è conclusa la bella e dannata esperienza ciclistica islandese, almeno quella ufficiale (perché poi per venire in ostello qualche altro km in bici sui marciapiedi me lo sono fatto…).

Un epilogo proprio non come me lo aspettavo, ma, a volte, di fronte alla natura, molto più forte di noi, bisogna fare un passo indietro. Nessun rammarico! Non si poteva fare altrimenti! Fortunatamente sono stati loro a volermi aiutare, altrimenti, con la mia cocciutaggine, ero ancora li a spingere la bici. Merci beaucoup, Corinne et Jean-Pierre…. Quello che ho visto dalla Jeep non ve lo racconto naturalmente, posso solo dirvi che la strada da quel pezzo in poi, per circa qualche km, diventa sterrata con il lago a fianco. Posto spettacolare, fatto alcune foto dalla Jeep, ma un inferno, polvere e terra in aria, dappertutto. Meno male che i due fantastici francesi mi hanno mollato poi alle porte della capitale. Insomma, mi è andata extra-lusso!  Ci siamo scambiati le mail e soprattutto un forte abbraccione. Non c’è scappata la lacrima, ma quasi, da parte mia…

Ed ora sono finito in uno dei 3 ostelli di Reykjavik. Stanotte provo il terzo ostello della capitale. Dopo aver dormito al Downtown, dove ci ritorno domani sera, e al Loft, stasera dormo all’ostello City, a qualche km dal centro. Li ho provati tutti. Sono diventato un esperto di ostelli della capitale. Il migliore per me è senza dubbio “Downtown” (ambiente più’ piccolo e familiare). Questo ostello è invece un bordello! Che dire! E così, la più bella terra del mondo, mi ha dato il ben servito a suo modo. Anche quest’ultima probante esperienza odierna mi mancava, l’ho fatta (la rifarei), e se non l’avessi fatta, forse, non avrei capito fino in fondo perché è chiamata l’isola dei forti contrasti. Bella e dannatissima! Decisamente bella la prima settimana. Sole, poco vento e zero pioggia. Decisamente più dannata la seconda settimana. Acqua, vento, cadute, rottura di bici, a piedi, passaggi in auto, autobus, jeep..

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Mi mancano ancora un’eruzione e un terremoto… Chissà, se non sarò accontentato entro lunedì! Dopo questo ultimo racconto (da domani, non pedalando, mi taccio per sempre) della soap opera dal titolo “…Pedalando con madre natura…”, alcune considerazioni di ordine generale e sparso.

1) Domani ho deciso di realizzare un piccolissimo sogno. Non dovrei scriverlo perché corro il rischio che non si avveri, ma voglio sfidare ugualmente gli elfi, le fate ed i trolls, e la sfiga in generale…  Non me ne voglia il mio fondoschiena, già messo a dura prova in questi 14 giorni, ma il sogno è di andare a cavalcare uno dei tantissimi cavalli islandesi per qualche ora. Mi auguro soltanto che almeno il finale della galoppata non sia al cardiopalma…  Perchè lunedì notte vorrei riabbracciare i miei veri angeli custodi….
2) Oggi doveva essere l’ultima pedalata dopo 14 giorni. Il Signore si riposò al settimo giorno, io ne ho fatto il doppio e posso sentirmi più che soddisfatto. Non vorrei apparire empio e fare la fine di Socrate ( ….già martedì berrò la mia cicuta…), ma posso dire che proprio in quest’isola si sente ancora più forte la fase creativa del Signore. Altro che riposarsi! Il fatto che l’isola si trovi sulla dorsale medio-atlantica (ossia su una catena vulcanica sottomarina, di cui l’Islanda è proprio un punto di emersione) fa si che la terra, sputando lava, formi nuove isole. Nel 1963 è emersa dal mare l’isola di Surtsey.
3) Pedalare, faticare, fa comunque pensare e soprattutto pensare in positivo. Ed io, per 14 giorni, non ho fatto altro che pensare in positivo….se no, mica ci venivo fin quassù, sapendo cosa mi aspettava… 
4) L’Islanda è anche il paese dove dicono si possono incontrare elfi, fate, gnomi, nani, folletti, spiriti dei monti, angeli, ecc. Gli islandesi ci credono moltissimo alla presenza di questi “invisibili”. Io ho solo incontrato tanta natura e gente del posto molto cordiale. Molti pensano che alcune forme strane di lava non sarebbero altro che troll che, sorpresi dalla luce dell’alba, si siano trasformati in pietra. Io, sarà che non ho mai visto in 14 giorni periodi di buio, di “invisibile” ho solo incontrato, ma di giorno, una “mano” che mi ha fatto tanto faticare e oggi persino mollare la mia amata bici.
5) Nel 2011 la rivista Newsweek ha eletto l’Islanda il miglior paese al mondo dove essere una donna. Peccato, altrimenti sarei venuto a viverci… 
6) L’idea di scrivere un post su Fb è nata quasi per caso la prima sera perché volevo parlare con qualcuno. Poi ci ho preso gusto, visto che qualcuno pareva fosse interessato e a me serviva a tirar fuori le emozioni della giornata “a caldo”. Scrivere mi è costata una grande fatica, soprattutto la sera che sono ritornato nella capitale per il guasto alla bici. Ho scritto in tutti i posti, anche sotto le coperte nei dormitori degli ostelli per non far vedere la luce e disturbare quelli che dormivano e alle ore più’ impensabili, anche alle 2, nonostante la mattina la sveglia fosse alle 7.
7) Ho voluto mettere per iscritto alcune mie emozioni anche per invogliare qualcun altro ad intraprendere un viaggio del genere. In fondo, tanti di noi, io per prima, non conosciamo molti posti o abbiamo pregiudizi ingiustificati per non andarci. Anch’io se non avessi letto dei post, che dei ragazzi hanno messo su Fb, mi sarei perso questo bellissimo viaggio solo per una questione di beata ignoranza, mentre ritengo che uno degli aspetti positivi dei social network è dare la possibilità’ di essere imbeccati su
alcune questioni. A noi capire se sono di nostro interesse, e quindi eventualmente approfondirle, piuttosto che fare un bel “delete” anche mentale.
8) Sono partito che ero decisamente “sbarbatello”. Adesso, dopo 2 settimane, riguardandomi, noto che, dormendo 5 ore a notte, le rughe sono più dei km percorsi e i capelli sono diventati ancora più bianchi come i ghiacciai del Vatnajokull. Però, a differenza della partenza, ho guadagnato nello spirito e nell’entusiasmo, nella voglia di osare, e per certi verso sono ritornato ad essere un bambino (….se ne sono accorti tutti…). E, forse, questo è il vero motivo di questa lunga e trepidante pedalata che mi sono concesso. Ritornare ad essere un bambino nello sguardo, nelle parole e nei gesti, spogliandomi da sovrastrutture e dietrologie. E per 14 giorni ci sono riuscito senza ritrosie.
9) Ho scattato qualche migliaia di foto, ma la foto che non è stata scattata, per ovvi motivi, a ricordo imperituro di questa bellissima terra che porterò sempre nel mio cuore, è quando, tra Geysir e il lago Laugarvatn, mi sono messo a pedalare al centro strada con la bici in un rettilineo di qualche km, e, dopo un urlo liberatorio, mi sono sentito “…free as a bird…”
10) Molte volte ho postato immagini con scritte incomprensibili in islandese, difficilissime da memorizzare. L’islandese è una lingua di ceppo germanico. E’ la lingua esistente più prossima al norreno, ossia l’idioma dei vichinghi. Tutti, comunque, qui parlano l’inglese (…eccetto io….). Gli islandesi sono gelosissimi della loro lingua, infatti è la lingua che ha subito minori contaminazioni (…zero…) rispetto alle altre lingue. Allora voglia chiudere questi post con l’unica parola islandese che ho imparato in questi giorni, rivolta a tutti coloro che, ognuno a proprio modo, ricordando, pensando, scrivendo, telefonando, messaggiando, etc., hanno sempre tifato per me! Takk fyrir!!!!!

15 giorno. Nessun commento alla giornata odierna, come promesso! Le foto di oggi sono molto più eloquenti. Solo una piccola postilla. Da (pessimo) contabile, quale sono, oggi avevo un debito maturato ieri ancora da saldare. Ripagati anche gli interessi. Stasera, l’inferno di ieri sembrava un paradiso. Per l’occasione ho doverosamente anche salutato e ringraziato tutti i miei amici che, in questi circa 1500 km percorsi, mi hanno davvero tenuto compagnia, ossia pecore, cavalli, licheni, massi di lava e paletti gialli disseminati su tutte le strade. Uno tra questi paletti, dei 50 mila che ho incontrato, ha deciso di seguirmi. Dal 64esimo parallelo, in mezzo al freddo e al gelo, verrà a vivere, al coperto, al 45esimo parallelo…  Adesso posso davvero imballare la bici.

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