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Perché vivibile fa rima con ciclabile

News, Rubriche e opinioni • di 1 Febbraio 2016

L’utilità e la vivibilità di una strada sono date dalla sua possibilità di essere ciclabile, cioè di poter essere percorsa agevolmente in bicicletta. Se questo semplice assunto fosse preso a modello da chi progetta la viabilità delle nostre città molto probabilmente buona parte dei problemi che affliggono la nostra mobilità quotidiana sarebbero molto ridimensionati, fino a diventare quasi irrilevanti. Invece c’è la netta sensazione che le priorità siano altre, che la ciclabilità sia uno stravagante “di più”, che “sarebbe bello poter pedalare in città, però da noi non si può fare…” e altre scuse improbabili imputate ora all’orografia del paesaggio, ora alla geografia dei reali interessi della cittadinanza dove le istanze di chi possiede e guida un’automobile prevalgono sempre su tutto il resto, figuriamoci sulle biciclette.

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“Ciclabile” non vuol dire costruire astrusi percorsi a ostacoli, piste in sede propria avulse dal tessuto urbano che iniziano e finiscono nel nulla, costose infrastrutture realizzate con materiali d’avanguardia e a tempo di record per poter essere inaugurate a ridosso delle elezioni (salvo poi dimenticare di manutenerle a dovere abbandonandole a se stesse, poche settimane dopo il taglio del nastro, ndr). Bisogna intendere la ciclabilità come piano di recupero, riqualificazione e sviluppo delle nostre città: lo spazio c’è e va sottratto alla doppia fila per mettere in sicurezza degli incroci pericolosi, creare attraversamenti ciclopedonali rialzati; realizzare ai semafori case avanzate per i ciclisti; istituire il limite di velocità di 30 km/h ovunque sia possibile. Cose che normalmente avvengono nei Paesi civili, dove ormai non fanno più notizia.

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Al contrario, in Italia ogni nuovo intervento ciclabile a favore della bicicletta – che se ben progettato è il benvenuto – dà molto spesso l’impressione di essere realizzato come contentino e/o a parziale risarcimento “green” per opere pubbliche ben più impattanti e molto meno (o per nulla) ecologiche. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: interi quartieri satellite – nati in questi anni nell’hinterland delle grandi città – con la promessa di costruire tra le famose “opere di urbanizzazione primaria” anche le ciclabili che non sempre vedono la luce, perché prima si disegnano i posti auto e poi, se avanza spazio, tempo e denaro…

Non è una sorpresa, quindi, che secondo una prestigiosa classifica internazionale l’Italia stia perdendo posizioni per quanto riguarda le politiche verdi. Secondo l’Epi (Environmental Performance Index) 2016 – rapporto pubblicato a cadenza biennale calcolato dai ricercatori della Yale University e dalla Columbia University in collaborazione con il World Economic Forum – il nostro Paese è al 29esimo posto su 180, mentre nel 2014 era al 22esimo e nel 2012 addirittura all’ottavo.

L’indice di sostenibilità ambientale “calcola” quanto ciascun Paese si sta impegnando nella salvaguardia dell’ambiente: sarà un caso, ma nella top ten 2016 spiccano quelle Nazioni che hanno fatto o stanno facendo delle ciclabilità un asset fondamentale per gli spostamenti quotidiani. Finlandia, Svezia, Danimarca, Slovenia, Spagna, Portogallo, Francia: qui la bici è considerata un mezzo di trasporto con pari dignità rispetto agli altri, non solo dalle amministrazioni ma anche e soprattutto dai cittadini.

Perché vivibile fa rima con ciclabile. E chi l’ha capito sta già pedalando verso il futuro.

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