Bike sharing “cinese”: Bluegogo chiude (e scappa con i soldi?)

28 Novembre 2017

Bluegogo era il terzo più grande operatore di bike sharing a flusso libero nel mondo; eppure improvvisamente è fallito: perché?

bici bluegogo

Il bike sharing a flusso libero è una delle più grandi novità nel settore della mobilità urbana degli ultimi anni. L’idea di poter prendere e lasciare una bici dovunque si voglia ha sicuramente appeal. Tuttavia, siamo lontani dal risolvere i dubbi relativi al vandalismo, alla distribuzione equilibrata delle bici in città durante l’ora di punta, alla gestione del servizio fatta in modo da non causare intralci alla circolazione pedonale.

Nuove perplessità vengono suscitate da una notizia di pochi giorni fa: il fallimento e la chiusura di Bluegogo, uno dei maggiori operatori cinesi di bike sharing a flusso libero. Bluegogo era ritenuto essere il terzo più grande attore del mercato, dopo Mobike e Ofo.

Secondo alcune voci circolanti sui social media cinesi, gli utenti del servizio non sono in grado al momento di recuperare i soldi versati come cauzione per l’utilizzo delle bici, che ammontano a qualche decina di euro per utente ma che sommati fanno una bella cifra quantificabile probabilmente in parecchie decine di milioni di euro.

Bluegogo era stata fondata un anno fa, nel novembre del 2016. Il fatto che nel giro di un anno fosse divenuta il terzo operatore più grande, e che poi sia già fallita, mostra l’instabilità di un settore su cui si sono concentrati finanziamenti enormi, caratterizzato da una competizione spietata.

In questo anno Bluegogo aveva messo in circolazione 700mila biciclette in Cina, ed era sbarcata anche a Sidney e a San Francisco, da cui era stata costretta a rimuovere le sue bici dalla circolazione, in quanto creavano intralcio.

Già ad aprile 2017 Bluegogo era stata costretta ad interrompere gli ordini di biciclette dai suoi fornitori, perché non riusciva più ad accedere al credito necessario a pagare le bici.

Il fallimento di Bluegogo è un altro indizio a favore di chi vede il settore del bike sharing a flusso libero come una bolla pronta a scoppiare.

L’idea alla base è sicuramente interessante, ma il modello seguito finora non è sostenibile: l’espansione aggressiva in città non pronte ad ospitare decine di migliaia di bici; la competizione aggressiva; i dubbi riguardo alla privacy e allo sfruttamento dei dati (personali e aggregati); le difficoltà di gestione del servizio. Tutti elementi che rischiano di trasformare una buona idea in qualcosa di negativo per l’immagine della bici in città.

È necessario che le città regolamentino con chiarezza il settore, affidandosi a operatori esperti in grado di mantenere il controllo sul servizio. Come ha fatto Londra, che ha emanato un regolamento con precisi standard relativi alla sicurezza e alla gestione delle biciclette sul territorio urbano.

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